Tassa (tanto) e spendi, quando la sinistra torna alle origini

I laburisti di Jeremy Corbyn presentano un programma "tassa e spendi" alle elezioni britanniche di giugno, come non si vedeva dai tempi di Margaret Thatcher. La sinistra UK torna alle origini "socialiste", anche se i sondaggi restano negativi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I laburisti di Jeremy Corbyn presentano un programma

Mentre il presidente francese Emmanuel Macron nomina come premier il conservatore Edouard Philippe, sparigliando le carte sul tavolo della politica francese al grido di “oltre la destra e la sinistra”, Oltremanica la differenza tra i due schieramenti torna a farsi più netta. Dopo anni di spostamento al centro dei Labour di Tony Blair, Jeremy Corbyn, leader da meno di due anni del principale partito della sinistra britannica, ha spostato l’asse politico su posizioni prettamente socialiste, termine che a Londra non veniva più nemmeno sussurrato da una trentina di anni, da quando i laburisti finirono tritati dai successi elettorali della signora Margaret Thatcher, relegati all’opposizione per 18 anni consecutivi, dal 1979 fino al 1997, anno di inizio dell’era blairiana.

Ieri, Corbyn ha svelato il manifesto di 128 pagine del suo Labour Party, che punta ad alzare le tasse e la spesa pubblica per quasi 50 miliardi di sterline. Il segretario più chiacchierato nella storia britannica degli ultimi decenni propone, in vista delle elezioni anticipate dell’8 giugno prossimo, un aumento della spesa sanitaria di 37 miliardi, l’abolizione delle tasse d’iscrizione all’università e l’istituzione di una banca pubblica in grado di erogare prestiti per 250 miliardi in un decennio. Quest’ultima misura darebbe attuazione a una delle richieste di Corbyn di qualche anno, ovvero un “QE per il popolo”. (Leggi anche: Blair si appella agli elettori laburisti contro l’incubo anni Ottanta)

Il manifesto tassa e spendi di Corbyn

Da dove prenderebbe i soldi il leader laburista per finanziare tali misure di spesa pubblica? Dall’aumento della tassazione. L’aliquota sui redditi superiori a 80.000 sterline all’anno verrebbe elevata al 45% e quella per i redditi sopra 123.000 sterline al 50%, introducendo nei fatti un nuovo scaglione. E sugli utili delle imprese, la corporate tax salirebbe dal 19% al 21% dall’anno prossimo e al 26% dal 2020. Non solo: I dipendenti con stipendi superiori a 330.000 sterline all’anno dovrebbero pagare una sovrattassa del 2,5% e quelli con oltre 500.000 sterline del 5%. Se i propositi di Corbyn venissero metti in pratica, la pressione fiscale nel Regno Unito salirebbe ai massimi da oltre 30 anni, a più del 39% del pil, un paio di punti in più di oggi.

Accanto al piano fiscale da 48,6 miliardi di sterline, si stima che 65 miliardi si renderebbero necessari per attuare le nazionalizzazioni invocate da Corbyn, tra cui delle società idriche, privatizzate nell’era Thatcher. Il ritorno alla gestione di queste imprese in capo allo stato avverrebbe con l’offerta di obbligazioni alle espropriate o con veri atti di forza. (Leggi anche: Corbyn propone più tasse sulle imprese)

L’obiettivo di Corbyn non sembra la vittoria

Tutto può dirsi, tranne che il Labour si presenti a queste elezioni nel Regno Unito come una copia sbiadita dei Tories. Rispetto al partito guidato da Ed Milliband fino al 2015 e con risultati elettorali disastrosi, sembra un’altra pasta. Ma come farà Corbyn a risalire la china dei sondaggi, che lo danno indietro fino a 20-24 punti percentuali rispetto ai conservatori?

Se si vince al centro, non vi è dubbio che il segretario laburista stia attuando un’altra strategia, ovvero di rivolgersi agli elettori alla sua sinistra, che l’8 giugno potrebbero altrimenti astenersi o votare in Scozia per gli indipendentisti dell’SNP. Insomma, sparigliare le carte nel tentativo di fare almeno un po’ meglio del predecessore e conservare la poltrona di segretario, quando un centinaio di deputati sarebbe pronto a fare le valigie e a formare un gruppo distinto a Westminster, rimarcando la propria opposizione alla leadership del partito.

Una rilevazione ICM Poll, pubblicata dal progressista The Guardian, da i conservatori al 48%, i laburisti al 28% e i liberaldemocratici al 10%. Mancando tre settimane alle urne, sembra che non ci sarebbe niente da fare per la sinistra britannica. Ma forse non è a una vittoria elettorale che punta Corbyn, almeno non nell’immediato. Egli mirerebbe a dare vita a un nuovo modello laburista, in grado di creare un’alternativa programmatica e culturale alla destra conservatrice. Vuole perdere con onore il leader laburista, che certo è quanto di più distante esista rispetto al blairismo, l’unico capace di interrompere il lungo “regno” conservatore. (Leggi anche: Brexit seppellisce europeisti, laburisti UK massacrati alle urne)

 

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Argomenti: Economie Europa, Politica, Politica Europa

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