Demanio pubblico a stati stranieri, una tempesta in un bicchier d’acqua

Immobili del demanio pubblico ceduti agli stati stranieri? Il governo fa un passo indietro, sprecando un'occasione per aprire un dibattito su un tema vero.

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Immobili del demanio pubblico ceduti agli stati stranieri? Il governo fa un passo indietro, sprecando un'occasione per aprire un dibattito su un tema vero.

Un emendamento del governo alla legge di Stabilità 2018, presentato e ritirato nel giro di 48 ore, ha suscitato un vespaio di polemiche e su un tema non popolarissimo alla vigilia delle elezioni politiche. L’esecutivo Gentiloni intendeva rendere possibile la cessione di beni del demanio pubblico anche a stati stranieri. Apriti cielo! Tutte le opposizioni hanno gridato alla svendita dei gioielli nazionali per fare cassa. Per capire di cosa si trattasse, facciamo riferimento al testo dell’emendamento. Esso prevedeva sì la possibilità di cedere un bene demaniale a uno stato straniero, ma a determinate condizioni. Per prima cosa, dietro autorizzazione della Corte dei Conti. Secondariamente, sarebbe servita apposita proposta da parte dell’amministrazione proprietaria del bene e del Ministero dell’Economia. Nel caso di un bene di pregio storico-artistico, sarebbe servito anche il via libera del Ministero dei Beni Culturali. Infine, le somme incassate avrebbero potuto essere utilizzate solo per il funzionamento dell’amministrazione venditrice. Per dirla in parole povere, avrebbero contribuito ad abbattere un po’ di debito pubblico, ormai a ridosso di 2.300 miliardi di euro, quasi il 133% del pil. (Leggi anche: Def geniale di Padoan: meno crescita, false privatizzazioni e conti col trucco)

L’emendamento partiva dalla necessità di cedere Palazzo Caprara a Roma, che si trova in via XX Settembre, vicino alla sede del Tesoro. L’immobile è sito a quattro passi anche dal Ministero della Difesa e fino al febbraio scorso ha ospitato gli uffici del Capo di Stato Maggiore. Il Qatar vorrebbe farne una propria sede diplomatica e il Tesoro lo vorrebbe cedere per 50 milioni di euro, pari a 9.000 euro al metro quadrato. Si può eccepire la bontà dell’operazione, ma parlare di svendita appare fuori luogo.

Privatizzazioni e svendita, invece, sono termini utilizzati da sempre per descrivere le cessioni di assets pubblici in Italia sin dall’inizio degli anni Novanta. Intendiamoci: in più di un’occasione è stata un’associazione più che giustificata, ma a ogni privatizzazione in corso si evocano regalie in favore di privati o, in questo caso, di stati stranieri, praticamente evidenziando una cultura italiana ancora preponderantemente ostile all’alienazione del patrimonio pubblico, anche quando esso non ricopre più alcuna funzione per lo stato e anche nel caso in cui non vi sono risorse da investire per la sua conservazione o per evitarne il decadimento vero e proprio.

Emendamento ritirato, vincono le proteste

Il caso in esame rimarca ancora di più questa ostilità preconcetta. Ammesso che diversi immobili del patrimonio pubblico finiscano in mani straniere, quale sarebbe il nocumento per l’economia, l’arte e la cultura dell’Italia? Se si tratta di un immobile di rilevanza storico-culturale, non ne può essere mutata la destinazione d’uso, né i beni eventualmente in esso conservati (quadri, statue, etc.) possono varcare la frontiera italiana, se non temporaneamente e dietro esplicita autorizzazione del Ministero dei beni culturali.

E allora, le sollevazioni quasi senza eccezione che si sono intraviste per la presentazione dell’emendamento appaiono prive di un reale fondamento, anche perché per le condizioni rigide sopra frettolosamente accennate sarebbe stato persino molto complicato procedere con l’alienazione di un singolo immobile. E così, il vice-ministro dell’Economia, Enrico Morando, ha finto che la norma, nata per favorire la cessione di Palazzo Caprara, non possa essere generalizzata, ritirando l’emendamento. (Leggi anche: Privatizzazioni o svendita?)

Serve mettere a frutto il demanio pubblico

Tempo fa, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, intervenne sul tema dell’alienazione del patrimonio immobiliare pubblico, partendo da diversi studi, secondo i quali il suo valore sarebbe stimabile nell’ordine di 400-480 miliardi di euro, qualcosa come quasi il 30% del pil, che contribuirebbe, se posto sul mercato, ad abbattere in maniera consistente la montagna del debito.

Tuttavia, lo stesso spiegava come gran parte di esso necessiterebbe di investimenti per renderlo appetibile ai privati, ovvero prima di monetizzare eventuali incassi dalle vendite occorrerebbero esborsi consistenti da parte delle amministrazioni pubbliche, le quali notoriamente versano in deficit di risorse.

E allora, anziché concentrarsi su polemiche strumentali, maggioranza e opposizioni dovrebbero trovare il modo di mettere a frutto gli immobili dismessi, come numerose caserme, la cui utilità pubblica è oggi inesistente e che ceduti ai privati potrebbero, invece, rivelarsi utili non solo sul piano prettamente finanziario, bensì pure economico-produttivo, perché è probabile che un palazzo antico rimasto inutilizzato, sfruttato da un gestore privato italiano o straniero, possa trasformarsi in un museo, ospitare eventi o altro tipo di attività in grado di creare lavoro, attirare turisti e far nascere un business prima inesistente. L’allarme sulla presunta svendita è un ritornello utile per non cambiare mai niente, per lasciare che lo stato resti proprietario di immobili che cadono spesso a pezzi, ma che fanno felici i custodi del sovranismo e della purezza etica. (Leggi anche: Grillo: si stanno vendendo tutto)

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