Deflazione in Italia non è il vero rischio, ecco di cosa dovremmo preoccuparci

Il rischio per l'economia italiana non sarebbe la deflazione in sé, quanto il trend divaricante dei prezzi rispetto al resto dell'Eurozona. Vediamo quale scenario negativo ci attenderebbe.

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Il rischio per l'economia italiana non sarebbe la deflazione in sé, quanto il trend divaricante dei prezzi rispetto al resto dell'Eurozona. Vediamo quale scenario negativo ci attenderebbe.

I dati Istat sull’indice dei prezzi in Italia a ottobre hanno fatto scrivere alla stampa nostrana del ritorno del rischio deflazione, dopo che la crescita su base mensile è risultata azzerata e nel confronto con lo stesso mese dell’anno precedente si è avuto un calo dello 0,1%. A settembre, l’inflazione si era portata appena sopra lo zero per la prima volta dal gennaio scorso.

Gli analisti di Intesa-Sanpaolo avevano stimato una crescita tendenziale dei prezzi in linea con quella di settembre. (Leggi anche: Inflazione Italia ed Eurozona: i dati di ottobre a confronto)

Secondo Confcommercio, dovremmo aspettare fino alla primavera dell’anno prossimo per iniziare a riscontrare un’inflazione italiana dell’1%, la sola in grado di rassicurarci dell’uscita dallo spettro deflazione. Ma a guardare i dati dell’intera Eurozona, scopriamo che il caso dell’Italia appare in controtendenza. Nell’unione monetaria, i prezzi accelerano la loro corsa in ottobre, salendo al +0,5%. Siamo ancora a una frazione del target della BCE di quasi il 2%, ma la direzione è quella e in linea con il rialzo dei prezzi energetici.

Se l’inflazione nell’Eurozona è più alta

La deflazione in sé non rappresenta, quindi, la vera minaccia all’economia italiana, ma è semmai il sintomo di una domanda interna debole (consumi + investimenti) e potrebbe provocare danni seri, nel caso in cui ci sganciasse dal resto dell’Area Euro.

In un precedente articolo (leggi qui: Economia italiana, perché l’inflazione senza crescita sarebbe un disastro), vi avevamo scritto sul rischio, che l’economia italiana torni a registrare un’inflazione in linea con i livelli pre-crisi, senza essere ancora tornata a crescere. Oggi, invece, affrontiamo il caso opposto, ovvero una crescita dei prezzi troppo bassa o una deflazione strisciante vera e propria, contestualmente a un’Eurozona con prezzi tendenti al target.

 

 

 

Il QE non durerà ancora a lungo

Da qui ai prossimi 10 mesi, il governatore Mario Draghi dovrà decidere quando iniziare a ritirare gradualmente gli stimoli monetari, dando per scontato che il piano di acquisto dei titoli di stato e degli altri assets (“quantitative easing”) sarà esteso oltre il mese di marzo, possibilmente fino al settembre 2017 e sempre per 80 miliardi al mese.

La decisione dipenderà essenzialmente dal tasso d’inflazione a cui l’Eurozona tenderà entro la (nuova) scadenza del QE. (Leggi qui: Quantitative easing, tapering BCE nel 2017)

Se l’inflazione sarà, entro l’estate dell’anno prossimo, intorno o poco sotto il 2% nell’Eurozona, la BCE non avrà altra scelta che iniziare il cosiddetto “tapering”, tagliando di mese in mese gli acquisti fino ad azzerarli. Al più tardi, tra 18-20 mesi non ci sarebbero più acquisti di bond sul mercato da parte dell’istituto, ma già nella primavera prossima, quando tale scenario inizierà ad essere scontato con sempre maggiore vigore, gli investitori pretenderanno rendimenti più elevati sui titoli del debito pubblico e privato.

La ripresa economica potrebbe cessare del tutto

Prendiamo il BTp a 10 anni: ieri pomeriggio rendeva l’1,66-67%, ai massimi da quasi 9 mesi, segnalando uno spread con gli omologhi spagnoli fino a ben 48 bp. A metà agosto, i nostri decennali esitavano ancora l’1,05%, per cui in due mesi e mezzo abbiamo subito un aumento dei rendimenti di una sessantina di punti. Cosa accadrà, quando il mercato sentirà Draghi dichiarare in conferenza stampa, che il QE sarà gradualmente tagliato? (Leggi anche: Fuga dai bond, perché il ritorno dell’inflazione fa così paura)

Ora, il problema diverrà ancora più serio, allorquando l’economia italiana non si fosse ancora ripresa e né lo avessero fatto i prezzi. Subiremmo, infatti, una stretta del credito privato e un aumento dei rendimenti sovrani, pur essendo la nostra inflazione ancora bassa e il nostro pil stagnante. La ripresa economica verrebbe del tutto strozzata, così come dalla bassa inflazione passeremmo alla deflazione, ovvero a un calo strutturale dei prezzi per un periodo prolungato. E questo, al netto di ogni ragionamento sugli scenari geo-politici già in atto.

 

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