Deflazione Eurozona: nuovi segnali dai salari, Draghi ancora chiamato ad agire

Il rischio deflazione nell'Eurozona si materializza con i salari. E la BCE dovrà agire presto di nuovo, anche se la Bundesbank mette le mani avanti.

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Il rischio deflazione nell'Eurozona si materializza con i salari. E la BCE dovrà agire presto di nuovo, anche se la Bundesbank mette le mani avanti.

Le minacce di deflazione nell’Eurozona si confermano abbastanza evidenti anche con l’ultimo dato sul costo del lavoro orario, che nel secondo trimestre risulta cresciuto su base annua dell’1%, in deciso rallentamento dal +1,6% dei primi tre mesi. Nel dettaglio, la componente dei salari segna una crescita quasi dimezzata al +0,9% dal +1,7% del trimestre precedente, mentre le altre componenti mostrano una crescita costante al +1,6%.

I dati sono molto disomogenei, rispecchiando il diverso andamento delle economie nazionali. La Germania registra il calo peggiore del costo del lavoro dal +2,8% al +1,8%, anche se la dinamica è interamente dovuta alla componente dei salari, non anche alle altre. E se in Spagna, i salari crescono su base annua dello stesso 0,4% di inizio anno, in Italia si ha una flessione dello 0,5%, mentre in Finlandia si arriva a un calo del 2,3%.

Deflazione Eurozona, e ora anche prezzo petrolio in calo

I dati dell’Italia, in particolare, sono preoccupanti, visto che già la nostra economia si trova in una sorta di deflazione strisciante da diversi mesi, segnando prezzi tendenziali in calo, quando mediamente nell’Eurozona sono tornati a crescere, pur di un paio di decimali.

La BCE avrà il suo bel da farsi nei prossimi board. Il prezzo del petrolio è tornato ad oscillare intorno ai 45 dollari, in calo di oltre il 10% rispetto ai massimi toccati in agosto, un fatto che in sé raffredda le aspettative di surriscaldamento dei prezzi, dopo che nemmeno il rally della prima parte dell’anno ha rianimato l’inflazione nell’area.

 

 

 

Rischio deflazione, Draghi agirà entro fine anno

Le cifre sul costo del lavoro e, in particolare, sui salari hanno, dal punto di vista del governatore Mario Draghi, una valenza triplamente negativa: 1) perché se i salari non crescono, le imprese non trovano la spinta per aumentare i prezzi; 2) senza crescita dei salari, le famiglie non hanno soldi a sufficienza per aumentare i loro consumi e ravvivare così i prezzi; 3) la stagnazione dei salari segnala un’economia poco vivace, tutt’altro che in ripresa.

A queste condizioni, il target d’inflazione si allontana, anziché avvicinarsi. Ecco, quindi, che nuovi stimoli monetari dovranno attuarsi al più presto. Proprio nella prospettiva di un’ennesima pressione dei mercati e dei governi su Draghi, ieri il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, ha ribadito la sua contrarietà all’ipotesi di soppiantare la “capital key”, in base alla quale gli acquisti dei bond con il “quantitative easing” sono legati alle dimensioni economiche degli stati dell’Eurozona. Per aggirare l’ostacolo della carenza di Bund tedeschi sul mercato, Francoforte ipotizza di acquistare in base alla dimensione dei debiti sovrani, un fatto che si tradurrebbe, secondo Weidmann, in un trasferimento di potenziali perdite a carico dei contribuenti di altri paesi (più forti).

Sempre la BuBa ha invitato a cessare gli appelli all’azione rivolti a Draghi. Per quanto abbiamo scritto, però, sulle possibili tensioni finanziarie nei mesi prossimi (leggi qui: Draghi dovrà varare nuovi stimoli), sarebbe molto probabile che la BCE torni a potenziare il QE a dicembre. Il rischio deflazione, conseguenza anche del rallentamento dell’economia dell’Eurozona, non fa che fornirgli un nuovo pretesto per agire.

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