Deficit Italia è materia di sopravvivenza per Juncker e Renzi

Sul deficit eccessivo dell'Italia si apre un caso europeo. Matteo Renzi e Jean-Claude Juncker si giocano le loro rispettive carriere politiche. Ecco le ragioni della lettera di richiamo della UE.

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Sul deficit eccessivo dell'Italia si apre un caso europeo. Matteo Renzi e Jean-Claude Juncker si giocano le loro rispettive carriere politiche. Ecco le ragioni della lettera di richiamo della UE.

Arriva oggi la lettera di richiamo della UE all’Italia, che sarà spedita anche ad altri paesi, e che ha ad oggetto le osservazioni della Commissione europea sull’infrazione dei target fiscali concordati per l’anno prossimo. Bruxelles ci rimprovera un deficit eccessivo, programmato dal governo Renzi al 2,3% del pil per l’anno prossimo, ma che chiede sia limato di qualche decimale. Inoltre, non convincono le coperture alle misure della legge di bilancio, molte delle quali sarebbero una tantum, ovvero non strutturali e, quindi, metterebbero a repentaglio la solidità dei nostri conti pubblici in futuro. Sul deficit italiano si sta combattendo una battaglia per la sopravvivenza politica non solo del premier Matteo Renzi, bensì pure del presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker. (Leggi anche: Parte lettera di richiamo all’Italia)

E’ notizia ufficiale di ieri, che la UE non potrà sottoscrivere dopodomani l’accordo commerciale con il Canada, mandando in fumo forse 7 anni di trattative con Ottawa. Lo stop è arrivato per mano del Belgio, paradossalmente proprio un paese francofono, il cui governo federale non ha potuto ratificare il trattato, non avendo previamente ottenuto il via libera del parlamento regionale della Vallonia.

Juncker colleziona un flop dopo l’altro

Una brutta figura per Bruxelles, che punta adesso a convincere i valloni a votare in favore del Ceta, cosicché questa brutta pagina possa concludersi entro l’anno. E, però, non è l’unica figuraccia internazionale, che sta rimediando negli ultimi tempi Juncker. Non più tardi di 4 mesi fa, il referendum sulla Brexit frantumava l’intesa faticosamente raggiunta tra Londra e i commissari per evitare l’uscita del Regno Unito dalla UE. Lo scorso anno, poi, il presidente della Commissione non è stato in grado né di agevolare le trattative tra la Grecia e il resto dell’Eurozona per arginare il rischio Grexit, né di farsi valere con il governo Tsipras, con il risultato che la rottura dell’unione monetaria è stata evitata forse solo per caso e all’ultimo minuto. (Leggi anche: UE in frantumi, Germania contro Juncker)

La Germania è profondamente insoddisfatta dell’operato dei primi due anni di amministrazione Juncker, che pure aveva sponsorizzato. Sulle regole fiscali, Juncker non sarebbe stato in grado, a dire del governo tedesco, di fare rispettare il Patto di stabilità, rendendolo non più credibile. E guardando alla realtà, Francia, Spagna, Portogallo sforano ampiamente e di anno in anno il tetto del deficit al 3% del pil, senza che da Bruxelles arrivi un avvertimento severo sulle conseguenze di tali azioni. Anzi, in estate i commissari hanno da un lato minacciato di sanzionare Madrid e Lisbona, dall’altro hanno chiesto e ottenuto dal Consiglio europeo che le sanzioni non fossero comminate.

 

 

 

Il caso Italia e lo scontro Renzi-Juncker

L’Italia è un caso a sé. Formalmente, il nostro bilancio statale non eccede i limiti massimi indicati nel Patto, ma a causa dell’elevato debito pubblico, salito al 133% del pil, e della bassa crescita economica, la UE ci chiede da anni sia di adottare riforme pro-crescita, sia di contenere i disavanzi fiscali. Nell’ultimo triennio non si segnala alcun risanamento dei conti pubblici a Roma, visto che il timido calo del rapporto deficit/pil è solo dovuto al minore costo di rifinanziamento del debito in scadenza, grazie ai bassissimi rendimenti sovrani, conseguenza degli acquisti dei bond da parte della BCE.

Con le elezioni federali tra 11 mesi, i tedeschi hanno l’esigenza di non mostrarsi lassisti e di prendere le distanze da una gestione Juncker, che sembra improntata più agli umori che non a una linea politica razionale. Vi ricordate i rimbrotti pubblici e persino pesanti all’indirizzo del governo Renzi di inizio anno? Tanto rumore per nulla, si direbbe. Alla fine, Bruxelles ha abbaiato, ma non ha morso. Anzi, nei mesi seguenti ha concesso al nostro paese altri 14 miliardi di euro di flessibilità fiscale, temendo lo spirare del vento euro-scettico in Italia. (Leggi anche: Flessibilità infinita per Renzi deriva da due errori di Draghi)

Stavolta, quindi, Juncker non potrà mostrarsi eccessivamente accomodante, ma nemmeno austero. Da un lato, deve salvare la sua stessa poltrona dalle crescenti richieste a Berlino di un cambio di leadership, oltre che di passo, dall’altro non può permettersi di indebolire troppo la posizione del governo italiano, che altrimenti rischia di favorire le forze anti-UE in Parlamento, specie il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, che chiede un referendum sulla permanenza nell’Eurozona.

 

 

 

Se Renzi vince, Juncker è nei guai

Da queste considerazioni, si evince che alla fine dovrà trovarsi un’intesa a metà strada tra i due, che non soddisferà nessuno, ma che sia al contempo accettabile. Diverso lo scenario, qualora Renzi perdesse il referendum costituzionale. A quel punto, che resti o meno a Palazzo Chigi, i commissari aumenterebbero la loro forza negoziale, esigendo un rispetto più rigoroso delle regole fiscali.

Se Renzi vince, invece, Juncker sarà nei guai, perché la forza strabordante del primo sarà utilizzata fino alle prossime elezioni politiche (anticipate?) per aumentare la posta in gioco, all’insegna di una campagna dai toni poco euro-entusiasti. Con la conseguenza, che il presidente della Commissione dovrà finalmente scegliere tra l’assecondare all’infinito l’Italia o dare risposte al suo sponsor tedesco, da tempo sempre più convinto di avere scommesso sul cavallo sbagliato. (Leggi anche: Flessibilità, UE immola Patto di stabilità per salvare governi fedeli)

 

 

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