Berlusconi rassicura l’Europa sul deficit e riceve la benedizione di Bruxelles

Silvio Berlusconi rassicura l'Europa sul rispetto dei conti pubblici e si guadagna la benedizione di Bruxelles per le elezioni italiane.

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Silvio Berlusconi rassicura l'Europa sul rispetto dei conti pubblici e si guadagna la benedizione di Bruxelles per le elezioni italiane.

Si conclude oggi la due giorni di Silvio Berlusconi a Bruxelles, dove si tiene il vertice del Partito Popolare Europeo (PPE) per i lavori preparatori del Consiglio europeo su Brexit e immigrazione. Per l’ex premier è stata l’occasione per fare il punto con commissari e cancellerie sulle elezioni politiche del 4 marzo in Italia. Le premesse erano positive ancor prima che mettesse piede nella capitale belga. Quel “con l’Europa non si urla” pronunciato negli studi di La7 domenica sera aveva confermato la “svolta” europeista del leader azzurro, dopo anni di gelo con lo stesso PPE sul sostegno più o meno esplicito da questi mostrato all’operazione che nel 2011 portò alla caduta del suo governo e alla nascita dell’esecutivo a guida Mario Monti. (Leggi anche: Sondaggi orribili per il PD persino in Emilia-Romagna e l’Europa stavolta aiuta Silvio)

Ieri, nel primo pomeriggio, la battuta che ha sigillato l’intesa con i colleghi europei: “se vinciamo, rispetteremo la regola del 3%”, per quanto discutibile possa apparire. Il tetto del deficit, fissato dal Patto di stabilità, non si tocca, dunque. E il Cavaliere aggiunge che sarebbe suo obiettivo abbattere il rapporto debito/pil al 100% in 10 anni e quanto meno di tagliarlo dall’attuale 134% al 125%, percentuale a cui si trovava, spiega, quando lasciò Palazzo Chigi. Rassicura i commissari sul fatto che il taglio delle tasse promesso con la “flat tax” non sarà incompatibile con l’impegno a rispettare i parametri fiscali, in quanto farebbe crescere il pil.

Musica per le orecchie di Bruxelles, che aveva messo in guardia in più occasioni, la settimana scorsa, contro le proposte di infrangere il tetto del deficit al 3% del pil, arrivate di recente da Movimento 5 Stelle e PD.

Entrambe le formazioni punterebbero a sfondare il limite per consentire all’Italia di effettuare investimenti in infrastrutture, di sostegno alla crescita. Con accenti molto più moderati, il segretario del PD, Matteo Renzi, aveva avanzato lo scorso anno la proposta di utilizzare il massimo del disavanzo consentito per 5 anni. Nei giorni scorsi, il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha voluto essere chiaro un po’ per tutti: il deficit va tagliato. Poco prima, il suo uomo agli Affari monetari, Pierre Moscovici, aveva avvertito che il superamento del 3% non sarebbe “coerente”, infattibile, insomma.

Senza Draghi, deficit già oltre il 3%

Il tema del debito pubblico, una montagna da quasi 2.300 miliardi di euro, non è entrato in campagna elettorale, essendo un terreno molto scivoloso e impopolare per ciascuno dei tre principali schieramenti. La regola del deficit, per quanto assurdamente rigida all’apparenza, serve a porre un freno proprio alla crescita di questo stock, che vale oggi un terzo in più rispetto al pil. Gli interessi pagati dallo stato nel 2017 si saranno attestati a poco sopra 60 miliardi, qualcosa come intorno al 3,5% del pil, nettamente di meno del 5% di 5 anni prima, quando pure il debito pubblico era ancora sotto i 2.000 miliardi. La riduzione del costo è dovuta quasi interamente al crollo dei rendimenti sovrani, effetto dell’allentamento della politica monetaria della BCE di questi anni.

Se per un attimo ipotizzassimo di pagare un monte-interessi simile a quello del 2012, anno di apice della crisi dello spread, il Tesoro dovrebbe sborsare quest’anno sui 95 miliardi di euro, oltre una trentina in più di quelli attesi. Anche solo ipotizzando che con l’uscita dal “quantitative easing” e il progressivo rialzo dei tassi nell’Eurozona negli anni futuri, l’Italia paghi qualcosa a metà strada tra gli interessi odierni e quelli in rapporto al debito di 6 anni fa, in gioco vi sarebbe una maggiore spesa di circa l’1% del pil. Allo stato attuale, quindi, l’Italia non sarebbe forse nemmeno in grado di rispettare la regola del deficit e non per volontà politica, bensì per condizioni oggettive.

Nel 2017, similmente all’anno precedente, il nostro Paese dovrebbe avere chiuso il bilancio con un deficit intorno al 2,5% e atteso per quest’anno in calo sotto il 2%. (Leggi anche: Debito pubblico e i 1.000 miliardi che aspettano il nuovo premier)

Debito pubblico non aumentabile

La prudenza con cui il probabile vincitore delle elezioni a marzo si è approcciato al tema dei conti pubblici rassicura l’Europa, perché lascia intendere che altre promesse, come il reddito di dignità di 1.000 euro al mese, sarebbero attuate solo se non entrassero in conflitto con quella “aurea” del deficit. Non sarà questo il tema su cui si raccoglieranno vagonate di voti, né al nord e né al sud. Presentarsi agli elettori, specie dopo anni di attacchi al vetriolo all’Europa “austera” filo-tedesca, dicendo loro che verranno rispettati i parametri sul deficit, ovvero che non si faranno (ulteriori) politiche in deficit spending, è di scarso o nullo appeal e non giova tanto alla UE dei commissari, bensì alla stessa credibilità della politica italiana.

L’Italia non è nelle condizioni di potere alzare la voce in Europa sui conti pubblici, semplicemente perché questi ancora oggi galleggiano solo per la benevolenza della BCE ed entrambi gli occhi di riguardo verso di noi da parte di Bruxelles. L’unica vera differenza che potrà esservi tra l’uno e l’altro schieramento in corsa per il governo nazionale consiste nella capacità di mostrarsi credibile agli occhi di mercati ed Europa sulla gestione del debito e delle riforme necessarie al rilancio dell’economia italiana. Scordiamoci che vi possa essere un premier che batta i pugni con i commissari e ottenga di fare più debiti. L’effetto Tsipras sarebbe garantito. (Leggi anche: Debito pubblico rischia di esplodere dopo Draghi)

Il ritorno di Berlusconi in Europa

L’ex premier si è mostrato soddisfatto anche sul voto (sofferto) dei socialdemocratici tedeschi in favore delle trattative per formare il quarto governo Merkel in Germania, aggiungendo che la cancelliera tiferebbe per lui e che i rapporti tra i due sarebbero sempre stati positivi, nonostante “qualcuno abbia cercato di guastarli con la pubblicazione di volgarità, che si sono rivelate non vere”.

E il segretario del PPE, Antonio Lopez, ha definito ha voluto precisare che Berlusconi tra i popolari europei sarebbe “di casa”, quasi esplicitamente avallando un governo a Roma da lui sostenuto. Fredda la reazione di Matteo Salvini, segretario della Lega: “non abbiamo bisogno di garanti in Europa, l’Italia è una Repubblica libera e sovrana calpestata dagli interessi di Bruxelles e Berlino”. Insomma, pare che Berlusconi paradossalmente viva attimi più distesi nella capitale belga che a Roma. (Leggi anche: Germania, Merkel spacca gli alleati: quasi metà SPD vota contro l’accordo di governo)

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