Deficit al 2,4%: i vincitori sono Di Maio e Salvini, Tria sconfitto e per l’Europa è la fine di un’era

Il ministro Tria esce sconfitto su tutta la linea: il deficit salirà al 2,4% del pil e per ben 3 anni. Vincono Lega e 5 Stelle e con l'Europa si va allo scontro.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il ministro Tria esce sconfitto su tutta la linea: il deficit salirà al 2,4% del pil e per ben 3 anni. Vincono Lega e 5 Stelle e con l'Europa si va allo scontro.

Movimento 5 Stelle e Lega hanno trovato un accordo con il ministro dell’Economia, Giovanni Tria. Per i prossimi 3 anni, il deficit sarà fissato al 2,4% del pil. Una vittoria che sa di storico per il governo “del cambiamento”, con i militanti pentastellati che si sono radunati ieri sera a festeggiare davanti a Montecitorio per averla spuntata contro “l’Europa e i mercati”. Luigi Di Maio si mostra soddisfatto per la possibilità di finanziare così i 10 miliardi per il reddito di cittadinanza in favore di 6,5 milioni di persone. Le pensioni minime saranno innalzate a 780 euro al mese, mentre le partite IVA godranno dell’aliquota al 15% fino ai 65.000 euro e al 20% sopra tale soglia. Per gli altri contribuenti, le aliquote scenderanno a 2, ma solo a fine legislatura. Niente aumenti dell’IVA e quota 100 per andare in pensione prima dei 67 anni fissati dalla legge Fornero per l’anno prossimo o dei requisiti previsti per la pensione anticipata.

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Senza giri di parole, la manovra di bilancio che verrà presentata dal governo sarà la più sfidante di sempre verso l’Europa. Non solo contravviene all’impegno del precedente esecutivo sulla riduzione del deficit allo 0,8% del pil, ma rispedisce al mittente la richiesta di attenersi a un rapporto non superiore all’1,6%, che era quello su cui insisteva Tria per ridurre il disavanzo strutturale di almeno lo 0,1%. Pare che il ministro dell’Economia sia stato sull’orlo di dimettersi, ma il presidente Sergio Mattarella gli abbia chiesto di restare. In effetti, esce sconfitto in toto dal braccio di ferro, con una credibilità ridotta al lumicino, visto che dall’inizio di questa sua avventura al governo, aveva recitato il ruolo di “falco” fiscale, rassicurando i mercati e la UE sul mantenimento degli impegni relativi ai conti pubblici.

Si consideri che Tria fu scelto al posto di Paolo Savona, dopo le vicissitudini che avevano portato il Quirinale a sondare persino un governo tecnico affidato a Carlo Cottarelli, pur di non mandare al Tesoro un euro-scettico. Con la vittoria piena di queste ore di Lega e 5 Stelle, la maggioranza ha segnalato allo stesso Mattarella, oltre che a Bruxelles, che le leve del comando e il potere decisionale sono in mano ai due partiti e non ai tecnici. Ezio Moavero, l’altro non politico “infiltrato” agli Esteri dal capo dello stato per tenere a bada il governo euro-scettico, dovrà capire l’antifona, altrimenti rischierà un’umiliazione non meno eclatante di quella del suo collega. Il segnale per le istituzioni comunitarie appare devastante: l’Italia non risponde più agli eurocrati, ai diktat dei commissari. E quando mancano 8 mesi alle elezioni europee, si tratta di uno stravolgimento di scenario inquietante per Bruxelles.

Schiaffo all’Europa, finisce l’era dei compiti a casa

L’Italia si è ritagliata uno spazio di intervento similmente a quanto da anni vada facendo la Francia, che ha da pochi giorni annunciato di avere alzato il target sul deficit per il 2019 al 2,8%. Inutile è stato per il commissario agli Affari monetari, Pierre Moscovici, agitare il ditino contro Roma per avvertirla che Parigi sarebbe tutta un’altra storia, cosa che in grossa parte è puramente falsa. E’ la fine di una lunga stagione, durante la quale Bruxelles aveva accresciuto il suo potere d’influenza sull’Italia, dilatandolo all’estremo con la retorica dei compiti a casa da svolgere e facendo del nostro Paese uno stato sotto tutela agli occhi del mondo e, in parte, degli stessi mercati. Giusto o sbagliato che sia, da oggi non è più così, quando sembrava che persino il governo giallo-verde, tutto sommato, si sarebbe grosso modo adeguato alle richieste della Commissione. Che farà quest’ultima? Respingerà la manovra per la prima volta nella sua storia, innescando una dura battaglia a pochi mesi dalle elezioni europee o la accetterà con riserva, rinviando il giudizio a dopo maggio per non incendiare la campagna elettorale?

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Con un deficit al 2,4%, i mercati non la prenderanno bene. E’ vero che spread e rendimenti attuali avrebbero scontato un simile livello, ma forse non per 3 anni e c’è da fare i conti con la reazione di alcuni fondi stranieri, che nelle ultime settimane erano tornate ad acquistare BTp confidando che il governo si sarebbe tenuto sotto il 2%. Difficile, poi, evitare il declassamento del rating da parte delle agenzie. Moody’s aveva rinviato il giudizio a fine ottobre, ossia a dopo la presentazione della manovra all’Europa, e a questo punto il rischio reale è che qualcuno dei tre istituti più importanti si spingano fino a scaraventare i nostri bond al livello “junk” o “spazzatura”. Se accadesse, parecchi fondi d’investimento e la stessa BCE non potrebbero più acquistare i nostri BTp, anzi dovrebbero gradualmente liberarsene, visto che diverrebbero titoli speculativi. Una tempesta finanziaria in piena regola, che non lascerebbe immune il resto dell’Eurozona. Si tornerebbe al biennio nero degli attacchi contro l’euro, quando solo un intervento in extremis di Mario Draghi evitò la scomparsa della moneta unica.

Infine, quanto all’impatto del maggiore deficit sulla crescita, resta tutto da verificare. Anzitutto, spendere non implica automaticamente crescere, perché molto dipende dalla qualità della spesa. Una cosa sarebbe investire, un’altra potenziare l’assistenza. Non solo, ma se la lievitazione dei rendimenti finisse per divorare risorse pubbliche per essere destinare a servire il debito, il beneficio netto si attenuerebbe di molto per l’economia italiana e potrebbe diventare negativo, se il Tesoro dovesse trovarsi costretto a tagliare la spesa o ad alzare le tasse per rassicurare i mercati. E si consideri che le banche italiane detenevano a fine luglio 383,5 miliardi di euro in titoli di stato tricolori, i quali deprezzandosi colpiscono il valore dei loro assets nel caso di cessioni anticipate rispetto alle scadenze, spingendole nel tempo o a tagliare i prestiti a famiglie e imprese o a ricapitalizzarsi. Anche in questo secondo caso, il costo dell’operazione ricadrebbe sempre su famiglie e imprese. E senza credito, un’economia banco-centrica come l’Italia non riparte. Insomma, lasciamo che la maggioranza festeggi, ma sospendiamo il giudizio. L’unica certezza è che a Bruxelles stanotte avranno dormito male e che con Roma sarà già sceso il gelo.

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Argomenti: austerità fiscale, Crisi economica Italia, Economia Italia