'Default Venezuela in stile Argentina? Ecco perché il mercato guarda ai suoi bond

Default Venezuela in stile Argentina? Ecco perché il mercato guarda ai suoi bond

I bond del Venezuela appaiono allettanti per i prezzi e le condizioni di emissione. Eppure, i rischi di scottarsi sono altissimi, più che con l'Argentina.

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I bond del Venezuela appaiono allettanti per i prezzi e le condizioni di emissione. Eppure, i rischi di scottarsi sono altissimi, più che con l'Argentina.

Il Venezuela è in default, avendo saltato pagamenti per 200 milioni di dollari giorni addietro, ma i creditori non hanno ancora fatto richiesta di riscossione delle cedole, nella speranza che il governo di Caracas sia nelle condizioni quanto prima di adempiere alle proprie obbligazioni, evitando per ora di indisporlo. L’avvio delle trattative tra le parti per la ristrutturazione di bond per circa 60 miliardi, però, è stato fallimentare, con i creditori privati ad essere usciti da Palazzo Bianco senza un’idea di quel che accadrà loro e con in borsa cioccolatini locali offerti gentilmente dal vice-presidente Tarek El Aissami, che per gli USA sarebbe a capo di un cartello della droga, tanto da essere oggetto di sanzioni americane. (Leggi anche: Venezuela in default, svolta shock di una crisi potente)

Il default del Venezuela rischia di essere disordinato per l’incapacità del presidente Nicolas Maduro e del suo esecutivo di proporre soluzioni e di varare un piano economico per uscire dalla crisi. Lo paventa senza mezzi termini Bill Blain di Mint Partners. E se quello dell’Argentina è giunto a conclusione dopo un decennio di tensioni tra Buenos Aires e creditori, un film simile potremmo essere costretti a guardarlo con Caracas.

Avete presente i fondi “buitres” (avvoltoi), così tacciati dall’ex presidenta Cristina Fernandez de Kirchner, rei di avere speculato sul debito argentino? Esisterebbero le condizioni finanziarie per il ripetersi dello stesso scenario. Anzitutto, perché i bond quotano ormai a prezzi stracciati. Prendiamo il titolo con scadenza 15 settembre 2027 e cedola al 9,5%. L’ultima chiusura di venerdì scorso è stata a 29 centesimi (prima dell’arrivo alla presidenza di Maduro stavano sopra la pari), ovvero il rendimento annuale si aggira sul 34%, oltre 17 volte in più di un omologo BTp o circa 15 volte superiore a un Treasury di pari scadenza.

Il default sarebbe stato grosso modo scontato, avendo perso oltre il 40% in appena 4 mesi, per cui i fondi avrebbero tutto l’interesse a non perdere d’occhio questo mercato, anche perché i bond emessi dalla compagnia petrolifera statale PDVSA e quello sovrano a 10 anni di Caracas presentano una caratteristica comune allettante: sono privi della clausola di azione collettiva o CACS, in base alla quale gli obbligazionisti di minoranza sono obbligati ad accettare i termini di una eventuale ristrutturazione del debito, se vi ha aderito una maggioranza del 75%.

Un azzardo carico di rischi

In altre parole, così com’è accaduto in Argentina, anche qualora il governo venezuelano raggiungesse un accordo per rinegoziare il debito con i creditori privati, qualsiasi obbligazionista che non intendesse accettarlo, potrebbe sempre farsi accordare dal giudice americano pagamenti per l’intero ammontare dovuto, com’è accaduto con i fondi “avvoltoi” dopo il 2005. Stando così le cose, in parecchi potrebbero trovare conveniente non accettare la ristrutturazione e costringere Maduro a pagare il 100% del valore nominale dei titoli, oltre che tutte le cedole, portandolo anche in tribunale.

L’azzardo non è privo di rischi. Per prima cosa, perché Caracas non ha davvero riserve valutarie sufficienti con cui onorare le prossime scadenze e di riforme economiche in vista non ve ne sono nemmeno l’ombra. Inoltre, le sanzioni finanziarie USA, che vietano a banche e società americane di acquistare titoli emessi dal Venezuela, impedirebbero agli eventuali speculatori di monetizzare dai guadagni virtuali, non essendo possibile fare affari con la principale economia del pianeta. Infine, il rischio politico sembra destinato a durare, nonostante l’estrema impopolarità del regime “chavista” in carica. Poco fa, si apprende, Antonio Ledezma, ex sindaco di Caracas e oppositore di Maduro agli arresti domiciliari da mesi, è fuggito alla volta della Spagna, segno che le opposizioni sarebbero tutt’altro che convinte di potere rovesciare le sorti politiche del loro paese da qui a breve.

Prima di arrivare a una svolta, i creditori potrebbero dovere attendere anche svariati anni. I fondi “avvoltoi” hanno visto la luce dopo lunghi 11 anni e a Buenos Aires non vi era neppure una dittatura. (Leggi anche: Come l’America di Trump farebbe scattare il default del Venezuela)

 

 

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