Default Usa, qualcosa si muove: verso sblocco temporaneo al tetto sul debito

I Repubblicani sono disposti ad innalzare il tetto del debito per sei settimane e senza condizioni. Ma resta il problema dello "shutdown" e di un'intesa definitiva sul debito stesso. In caso di default, ecco chi sono i creditori

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I Repubblicani sono disposti ad innalzare il tetto del debito per sei settimane e senza condizioni. Ma resta il problema dello

Queste potrebbero essere le ultime ore di ansia per il “debt ceiling” in Usa, il tetto del debito da 16.700 miliardi di dollari, che se non venisse innalzato entro i prossimi 3 giorni, potrebbe scatenare un default tecnico. Al 17 del mese, infatti, il Tesoro americano resterà con soli 30 miliardi in cassa, sufficienti, a detta degli esperti, a coprire le spese fino alla data massima del 31 ottobre. Dal 24 del mese, infatti, arriverebbero in scadenza centinaia di miliardi di dollari di Treasuries, sui quali dovranno anche essere corrisposte le cedole.

L’accordo potrebbe arrivare per le aperture dei Repubblicani, intimoriti dai sondaggi, per i quali su di loro ricadrebbe la responsabilità da parte dell’opinione pubblica, in caso di “credit event”. Il GOP ha dato, quindi, ieri sera mandato allo speaker John Boehner per trovare una soluzione entro 24 ore. L’ipotesi più gettonata sarebbe una rivisitazione della proposta già avanzata la scorsa settimana al presidente Barack Obama. Allora, si proponeva l’innalzamento del tetto del debito per sei settimane, in cambio di tagli all’Obamacare e ad altre spese federali da inserire nel budget ancora da approvare. Adesso, si parla di slegare la questione del debito da quella dello “shutdown”, aumentando il debito massimo autorizzato senza condizioni, sempre per sei settimane.

In tal senso andrebbe anche una mozione bipartisan al Senato, che prevede l’innalzamento del tetto del debito fino alla fine dell’anno.

La cessione dei Repubblicani allontanerebbe lo spettro di un default tecnico, facendo guadagnare alle parti tempo per il negoziato. Ma si tratterebbe solo di spostare di un mese e mezzo la data ultima per arrivare a una trattativa e quanto accaduto negli ultimi due anni non lascia sperare in un’intesa realmente efficace e definitiva.

 

Conseguenze default Usa: chi ci rimetterebbe?

In attesa di una soluzione compromissoria, le azioni e il dollaro sono scesi, mentre il comparto obbligazionario è rimasto pressoché stabile. Come se gli investirori ritenessero l’accordo alla portata.

Spingono per un’intesa immediata Cina e Giappone. Sui 16.700 miliardi di dollari di debito pubblico Usa, di cui 12 mila miliardi circolante, la Federal Reserve è il creditore più grosso, con un’esposizione pari a 2,1 trilioni di dollari, ma è anche quello più sicuro e al contempo a non creare alcun problema al Tesoro USA. Ma la Cina vanta un credito di 1.300 miliardi, seguita dal Giappone con 1.100 miliardi.

 

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Altri stati detengono 2.600 miliardi di Treasuries, mentre gli investitori individuali domestici, le società e gli intermediari americani hanno un’altra fetta di un trilione, così come la Social Security altri 2,6 trilioni e la Federal Retirement and Disability un altro trilione.

In sostanza, nel caso estremo di un default e conseguenti contraccolpi sul mercato obbligazionario USA, a rischiare sarebbero quasi del tutto Cina e Giappone.

In realtà, l’accordo potrebbe essere trovato anche dopo il 17, senza che il default tecnicamente scatti, ma in quel caso il danno arriverebbe lo stesso per la furia speculativa che travolgerebbe i Treasuries. Per questo, Pechino e Tokyo tirano il fiato e guardano con speranza alla trattativa che potrebbe sbloccarsi nelle prossime ore. Ma c’è da scommettere che il mood attendista tornerà a farsi sentire già tra un mese.

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