Il Def di Padoan non vale nulla, ma ecco perché porterebbe allo scontro con l’Europa

Il Def del ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, non avrà legittimazione politica propria e dovrà trovare adeguato sostegno in Parlamento. Ma chi e su cosa lo voterà?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il Def del ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, non avrà legittimazione politica propria e dovrà trovare adeguato sostegno in Parlamento. Ma chi e su cosa lo voterà?

Il Documento di economia e finanza sta per essere redatto dal ministro dell’Economia uscente, Pier Carlo Padoan, il quale ha ottenuto dalla UE di presentare a Bruxelles solo una delle due parti di cui esso si compone, ovvero quella più “neutrale”, che elenca le stime macroeconomiche del governo per il triennio in corso e a legislazione vigente, mentre non sarà presentata, almeno non entro il 30 aprile, quella in cui compaiono misure di modifica del quadro legislativo e che, pertanto, avrebbero ripercussioni sull’andamento dei principali indicatori economici. Per intenderci, il Def che verrà presentato da Padoan ai commissari sarà quello che conterrà solo le proiezioni macro per il triennio, senza fare riferimento ad eventuali misure adottate dal prossimo governo, come sarebbero la “flat tax” o il reddito di cittadinanza. In più, l’Europa ci ha concesso informalmente più tempo per presentare il documento completo, che ad occhio e croce dovremmo avere la possibilità di portare a Bruxelles entro la metà o la fine di maggio. Ciò è dovuto in considerazione delle scadenze istituzionali, essendosi appena rinnovato il nostro Parlamento e restando il governo Gentiloni in carica solo per gli affari correnti.

Tuttavia, il Def andrà approvato in Parlamento e sia il centro-destra, sia il Movimento 5 Stelle hanno annunciato che presenteranno risoluzioni, ovvero integrazioni al documento, che non hanno valore di legge, ma che segnalano semmai il binario su cui la maggioranza intenderebbe muoversi. Poco sappiamo sui contenuti di queste risoluzioni. L’unica apparente certezza sarebbe che i tre partiti della coalizione intendono sventare le clausole di salvaguardia da 12,4 miliardi, che scatterebbero dal 2019 e farebbero lievitare le aliquote IVA. Sul punto potrebbero convergere tutti i gruppi parlamentari, anche se è probabile che ciascuno presenterà una risoluzione a sé per non dare adito di appoggiare la linea dell’altro. Il problema è proprio questo: non c’è una maggioranza parlamentare. Il centro-destra avrà più voti da far valere, ma potrebbe da solo non essere in grado di fare passare le proprie risoluzioni, così come nemmeno l’M5S. Tranne che non si registrino convergenze, che assumerebbero un valore politico potenzialmente elevato, in attesa che nasca il prossimo governo.

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Def quasi solo formalità, ma stavolta interessa

Padoan ha tutto il diritto e dovere di presentare il Def, ma politicamente il suo ultimo atto da ministro dell’Economia è privo di qualsivoglia legittimazione. Il 4 marzo, il PD a cui appartiene e su cui si reggeva la maggioranza nella scorsa legislatura è stato sonoramente bocciato dagli italiani e proprio le politiche economiche hanno rappresentato certamente causa principale di tale debacle. Peraltro, numerose e illustri figure dell’esecutivo sono state sconfitte nei collegi uninominali in cui si sono candidate, da Marco Minniti a Roberta Pinotti, da Dario Franceschini a Claudio De Vincenti, quasi a confermare il legame forte e diretto tra le sorti del PD e quelle dell’esecutivo.

Il Def va senz’altro approvato, anche se avrà come sempre una portata a dir poco irrilevante. Formalmente, si tratta di un documento contabile di programmazione economica su cui è impostata la politica del governo, nei fatti viene redatto per essere molto spesso disatteso nei mesi successivi in sede di legge di Stabilità. Dunque, il Def di aprile non lascerà traccia alcuna della sua esistenza nei prossimi mesi e anni, ma trattasi di un formalismo a cui l’Europa si aggrappa per crogiolarsi di quella politica delle virgole su cui si fonda e contro la quale la maggioranza assoluta degli elettori italiani si è scagliata due domeniche fa.

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Tuttavia, centro-destra e M5S ci tengono a dire la loro sul Def, volendo segnalare agli italiani un cambio di passo rispetto al recente passato. Il PD, invece, imploso sulle proprie contraddizioni politiche, scioccato da una batosta oltre le previsioni e desideroso di seguire la legislatura dall’opposizione, non pare che abbia alcuna intenzione di giocarsi seriamente la partita, anche perché qualsivoglia sua proposta verrebbe bocciata per una questione di numeri, sebbene proprio in sede di approvazione del Def i democratici potrebbero muovere i primi passi in una logica post-renziana.

Chiaramente, non è affatto detto che la convergenza su una o più risoluzioni al Def costituirà la prova generale per una maggioranza di governo. Potrebbe accadere, ad esempio, che centro-destra e grillini votino insieme per disinnescare le clausole di salvaguardia, ma non per questo i due schieramenti sarebbero pronti a governare insieme. E se il PD appoggiasse pure, non significherebbe che saremmo sulla via di un governo di scopo o istituzionale che imbarcherà tutti. Di certo, però, prima di votare in un senso o nell’altro, ciascuno pondererà bene le conseguenze delle proprie mosse, in termini di percezione mediatica e di segnali politici inviati a questo o l’altro schieramento.

Tornando al contenuto del Def, il vero banco di prova, dicevamo, sarà la legge di Stabilità, che dovrà essere redatta dopo la fine della pausa estiva. Tuttavia, non vuol dire che di per sé il documento sarà inutile per giudicare la china che assumerà la legislatura che sta per nascere. La Lega di Matteo Salvini opterà per lo sforamento del tetto del deficit al 3% del pil o per presentare già la sua flat tax? E l’M5S, che ha già fatto presente che non vi introdurrà il reddito di cittadinanza, quali proposte d’impatto presenterà? Poiché si gioca qui una seconda fase della campagna elettorale non finita, il Def rischia di essere un libro dei sogni, cosa che indisporrebbe i commissari, che gli assegnano un’importanza che non ha e, soprattutto, che vi intravederebbero un cambio di passo nella politica fiscale italiana, tale da alimentare timori sulla nostra permanenza nell’Eurozona. E poiché sarà scritto a più mani e senza la firma di un vero responsabile politico, ecco come un documento inutile potrebbe trasformarsi in scontro tra Roma e Bruxelles.

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Argomenti: austerità fiscale, Crisi economica Italia, Economia Italia, Politica italiana

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