Taglio delle tasse, investimenti e pensioni, le promesse del governo senza soldi

Def stasera in arrivo al Consiglio dei ministri. Il governo lima le previsioni di crescita, ma il documento è ancora zeppo di promesse impossibili, dato lo stato dei conti pubblici.

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Def stasera in arrivo al Consiglio dei ministri. Il governo lima le previsioni di crescita, ma il documento è ancora zeppo di promesse impossibili, dato lo stato dei conti pubblici.

Sarà esitato stasera il Documento di economia e finanza del governo (Def) al Consiglio dei ministri per il triennio 2016-2018. L’ultima indiscrezione rilevante è che le previsioni di crescita del pil dovrebbero essere abbassate dall’1,6% stimata ad ottobre a un più realistico (per quanto ancora ottimistico) +1,2-1,3%. In realtà, gira ancora voce che a Palazzo Chigi non si vorrebbe arretrare da una stima del +1,5-1,6%. Decimali, ma che fanno la differenza per i conti pubblici italiani. In realtà, sarà importante verificare un’altra previsione per l’anno in corso, ovvero sull’inflazione. Il governo l’ha stimata alla fine del 2015 all’1%, mentre la BCE ha tagliato in appena tre mesi le stime dal +1% al +0,1% medio nell’Eurozona. Quand’anche continuassimo ad essere più generosi di Francoforte nelle previsioni, sarebbe ridicolo continuare a impostare il bilancio dello stato su una crescita attesa dei prezzi dell’1%, quando appare quasi certo che non andremo oltre la metà di quella percentuale.

Minore crescita pil, più alto il deficit

Il combinato di questi tagli alle stime è che soltanto sei mesi fa, la crescita nominale del pil (pil reale + inflazione) era attesa per quest’anno del 2,6%, mentre da stasera dovremmo assistere a un ridimensionamento nell’ordine di mezzo punto percentuale. Ancora troppo poco, considerando che, senza volere essere “gufi”, per dirla come il premier, la crescita economica in Italia sarà quest’anno inferiore all’1% e l’inflazione più vicina allo zero che all’1%. In totale, la revisione effettiva potrebbe essere del 50% delle stime di ottobre. Una crescita nominale dimezzata rispetto alle previsioni ottimistiche pubblicate in sede di legge di stabilità 2016 porterebbe alla necessità di trovare qualcosa come non meno di 7-8 miliardi di euro per fare quadrare i conti pubblici, ovvero servirebbe una manovra correttiva, con buona pace del sempre convinto ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, e del premier Matteo Renzi.

Cifra, quest’ultima, al netto dei 3 miliardi di spesa per l’emergenza immigrazione, che la Commissione europea a maggio potrebbe imporci di computare tra il deficit, contrariamente alle attese di Roma.      

Le promesse impossibili del governo

Secondo Repubblica, il governo Renzi avrebbe ottenuto dalla UE ulteriori margini di flessibilità per 11 miliardi per il 2017, quando il rapporto tra deficit e pil è stato concordato all’1,1%, mentre potrebbe essere tollerato fino a un massimo dell’1,8% dal 2,4% del 2016. Qualora fosse vero, non farebbe venire meno né la necessità di una manovra correttiva per l’anno in corso, né la difficoltà di reperire risorse adeguate per evitare che scattino i 15 miliardi di clausole di salvaguardia nel 2017 e per realizzare le promesse dell’esecutivo. E proprio la lista di queste ultime si allunga di giorno in giorno, man mano che crescono le difficoltà del governo a poche settimane dal referendum sulle trivelle e delle più importanti elezioni amministrative. Il premier vorrebbe tagliare le tasse, aumentare gli investimenti pubblici, dare gli 80 euro al mese anche ai pensionati con un assegno inferiore al minimo di 502 euro e rendere più flessibile l’uscita dal lavoro per gli over 60, ammorbidendo i criteri della legge Fornero.

Nodi rinviati a fine anno

Non si tratta di verificare che la UE ci conceda o meno flessibilità sui conti pubblici, perché quand’anche questa arrivasse, non basterebbe per dare seguito alle promesse di Renzi. I soli interventi sulle pensioni ci costerebbero tra i 5 e i 6 miliardi all’anno, mentre bisogna vedere l’entità dei tagli delle imposte e delle tasse (tra cui, il bollo auto) e dell’aumento degli investimenti pubblici. Si consideri, che Bruxelles ci concederebbe di centrare un deficit più elevato, a patto che il maggiore disavanzo sia utilizzato per finanziare gli investimenti pubblici e le riforme strutturali, tra le quali non compare il capitolo “taglio delle tasse in deficit”.

Le stime di oggi su pil e inflazione saranno un po’ più realistiche di quelle di un semestre or sono, ma ancora lontane dalla realtà. Il loro rigonfiamento serve al governo per guadagnare tempo, rinviando alla fine dell’esercizio i nodi, che si paleseranno, gufi o non gufi. Ma per allora saremo già molto probabilmente in campagna elettorale per le elezioni anticipate e state certi che per i partiti ci sarà poco spazio per ragionare sui conti.

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