Decreto banche: PD diviso rischia di farci sprofondare negli abissi

Decreto salva-banche a rischio in Parlamento. Crescono i malumori nel PD e il governo rischia di provocare una crisi finanziaria ancora più grave di quella dalla quale pensiamo di essere usciti.

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Decreto salva-banche a rischio in Parlamento. Crescono i malumori nel PD e il governo rischia di provocare una crisi finanziaria ancora più grave di quella dalla quale pensiamo di essere usciti.

Sono 700 gli emendamenti presentati al decreto salva-banche alla Commissione Finanze della Camera entro il termine massimo di ieri sera, di cui 450 da parte del Movimento 5 Stelle. A fare notizia sono, però, le divisioni interne allo stesso PD, dopo che il governatore pugliese Michele Emiliano ha definito “invotabile” il testo, chiedendo che venga modificato, in modo che siano minimizzati i costi a carico dei contribuenti e considerando inaccettabile che lo stato abbandoni migliaia di azionisti e obbligazionisti subordinati al loro destino.

Emiliano chiede al governo di chiarire i termini della trattative sul salvataggio delle due banche venete con Bankitalia da una parte e la Commissione europea dall’altra, sostenendo la necessità che il negoziato con Bruxelles si riapra, magari partendo dalla ricapitalizzazione precauzionale. (Leggi anche: Banche truffaldine, e se la colpa fosse di noi risparmiatori?)

Scontata l’opposizione di Movimento 5 Stelle e Lega Nord, mentre Forza Italia ha presentato una quarantina di emendamenti, che se non venissero tenuti in considerazione dal governo, spiega il capogruppo azzurro Renato Brunetta, sarebbe disposta a “fare i conti”. In ogni caso, chiarisce, il partito non voterebbe la fiducia al governo.

Forza Italia votò la conversione in legge del decreto di dicembre, con il quale il neonato governo Gentiloni stanziò una ventina di miliardi per mettere in sicurezza le nostre banche. Tuttavia, stavolta la partita sarebbe un po’ più complicata, se lo stesso si trovasse costretto a porre la fiducia sul decreto per le due venete, in quanto assai difficilmente il gruppo di Silvio Berlusconi in Parlamento potrebbe mai spingersi fino a quel punto. E persino dal Movimento democratico e progressista di Bersani-D’Alema ci si riserva un voto contrario nel caso di forzature.

Pesano le divisioni sempre più nette nel PD

Le probabilità che Palazzo Chigi possa ricorrere ad apporre la fiducia sul decreto, facendo così decadere tutti gli emendamenti, sono non basse e crescono di ora in ora, man mano che il PD di Matteo Renzi si trasforma sempre più in un campo di battaglia tra correnti, con la direzione del partito che dovrebbe suggellare la contrapposizione tra il segretario e l'(ex) alleato Dario Franceschini, quest’ultimo a capo della principale pattuglia di parlamentari piddini.

Alla Camera, non dovrebbero esserci problemi per il decreto, godendo il PD di una maggioranza netta. Al Senato, la musica potrebbe cambiare. Non solo i numeri sono più risicati in partenza, ma le lacerazioni interne alla maggioranza potrebbero riservare cattive sorprese al governo, anche perché non è un mistero che Renzi cerchi il “casus belli” per fare cadere l’esecutivo e tornare alle urne già a settembre. E quale migliore occasione di un naufragio del salvataggio pubblico delle banche venete, che creerebbe divisioni così imponenti dentro al PD, da rendere praticamente impossibile la prosecuzione della legislatura? (Leggi anche: Banche venete, storia di una truffa pagata dai contribuenti)

Chiaramente, si scherza con il fuoco. Lo ha intuito anche Giovanni Bazoli, presidente emerito di Intesa-Sanpaolo, la banca che si è comprata per la cifra simbolica di 1 euro la Popolare di Vicenza e Veneto Banca, depurate entrambe degli assets a rischio, questi ultimi appioppati alla “bad bank” a partecipazione statale. Ca’ de Sass otterrà anche 5,2 miliardi dal governo per non sacrificare i propri ratios patrimoniali. Insomma, verrà pagata dallo stato per comprarsi gratis solo le attività in bonis delle due venete.

Rischio di un tracollo di fiducia verso l’Italia

L’operazione, che in teoria dovrebbe ripristinare la fiducia del mercato verso il nostro sistema del credito, è appesa a una clausola risolutiva, che porrebbe fine al contratto in corso, nel caso in cui i termini del salvataggio concertato tra Roma e Bruxelles non fossero approvati o venissero sostanzialmente modificati. A tale proposito, Bazoli fa presenti le conseguenze assai gravi per l’economia veneta e nazionale, qualora il decreto non fosse convertito in legge, perché darebbe l’impressione di un’Italia incapace di uscire fuori dai propri problemi.

Ora, quale che sia l’opinione sul decreto, la cosa peggiore che la maggioranza parlamentare possa fare sarebbe di affossarlo, dopo mesi di trattative tra governo e UE.

Il testo si presta a ogni tipo di critica, dal sospetto di connivenza con Intesa ai dubbi sulle ripercussioni per le tasche dei contribuenti, dal rischio di azzardo morale incentivato dal salvataggio all’assenza sospetta di soluzioni alternative meno costose. Tuttavia, era in fase di negoziato che dal PD sarebbero dovuti arrivare gli stimoli per fare imprimere al ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, una direzione diversa da quella percorsa. Adesso, è troppo tardi. O il testo passa così com’è o ad essere affossata sarebbe anche la credibilità del governo all’estero, cosa che porterebbe dritti a una chiusura a riccio dei commissari su qualsivoglia trattativa con Roma, da una nuova soluzione per le banche al capitolo sui conti pubblici.

Per non parlare di quale reazione potrebbe esservi sui mercati, nel caso di una bocciatura del decreto in una delle due Camere. E, comunque, nulla è escluso. Il Parlamento è di per sé sovrano e mai come in questo momento si avverte una scissione dal potere esecutivo, che sembra essere orfano di una maggioranza nitidamente riconoscibile. Insomma, sarebbe una grande vittoria per la democrazia rappresentativa, se dopo anni di sudditanza verso le trattative sotterranee e mai limpide tra Roma e Bruxelles, deputati e senatori si rendessero finalmente utili. Certo è, però, che dovremmo allacciare le cinture, perché pasticciandovi ancora, la partita sulle banche rischia di provocare un terremoto finanziario con lunghe scosse di assestamento. (Leggi anche: Banche venete, salvataggio all’italiana incentiva azzardo morale)

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