Decreto banche, ecco le novità su aste immobili e credito cooperativo

Ecco le novità del governo sulle banche: dagli sgravi sugli immobili rivenduti all'asta al riordino del credito cooperativo.

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Ecco le novità del governo sulle banche: dagli sgravi sugli immobili rivenduti all'asta al riordino del credito cooperativo.

Il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto, contenente alcune novità sulle banche. La sorpresa, rispetto agli annunci della vigilia, è che in esso non compare alcun provvedimento per gli indennizzi in favore degli obbligazionisti subordinati dei 4 istituti salvati lo scorso fine novembre. Per ammissione dello stesso premier Matteo Renzi, il tema sarà affrontato nei prossimi giorni, anche se è ormai evidente la difficoltà del governo sul punto, avendo rinviato di settimana in settimana qualsiasi approvazione di norme, temendo sia di vederle impugnate dai diretti interessati, sia dalla UE, contraria a qualsiasi sostegno in odore di aiuto di stato.

Il decreto appena sfornato prevede la sospensione per quest’anno dell’imposta di registro a carico delle banche (9%) e relativa ai beni immobili presi in possesso dai clienti inadempienti, a patto che siano rivenduti entro 2 anni. La misura farebbe risparmiare agli istituti 200 milioni di euro e li incentiverebbe a rivendere più velocemente all’asta gli immobili pignorati, smaltendo così con maggiore velocità la montagna di sofferenze in pancia.

Sofferenze bancarie, garanzia pubblica al via

Attraverso anche questo provvedimento, il governo intende anche aumentare il prezzo dei crediti a rischio ceduti dalle banche sul mercato. Ciò, unitamente alla garanzia pubblica apposta dallo stato, il cui meccanismo è stato ieri approvato dalla UE. Questa può essere concessa sulle tranche senior dei pacchetti di crediti, che le banche potranno cedere ad alcuni veicoli appositamente creati. Affinché una tranche possa essere definita senior, è necessario che goda del rating di almeno una qualche agenzia di valutazione inserita nell’elenco della BCE e che sia, anzitutto, ceduta sul mercato più della metà del pacchetto complessivo su cui sarà apposta la garanzia pubblica. Questo meccanismo si conferma abbastanza limitativo, tanto che lo stesso governo stima che potranno giovarsene crediti in sofferenza per 70 miliardi di euro, ovvero poco più di un terzo degli oltre 200 miliardi di sofferenze lorde (88 netti). [tweet_box design=”box_09″ float=”none”]Renzi rinvia sempre di aiutare i risparmiatori, veloce per le banche[/tweet_box]      

Banche credito cooperativo, la riforma

Un altro tema toccato dal decreto è il riordino delle banche di credito cooperativo.

Sono intorno a 360 in Italia, di dimensioni mediamente molto piccole, dai bilanci opachi e poco solidi. Per incentivarne l’integrazione, il governo darà vita a una holding, dotata di un capitale da un miliardo di euro, alla quale potranno scegliere di aderire tutti gli istituti del comparto, salvo optare per una scelta autonoma. Quest’ultima, però, può essere adottata a patto di disporre di riserve per almeno 200 milioni di euro e di versarne al Fisco il 20%. Secondo i numeri citati dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, le Bcc con riserve minime di questo livello sarebbero una decina e non è nemmeno detto che debbano uscire tutte dalla holding. Ne consegue che potrebbe crearsi un colosso da 20 miliardi di capitalizzazione, ma sui rischi di una simile operazione vi avevamo già dato conto. Divenendo uno dei principali gruppi bancari italiani – potenzialmente il terzo – sarebbe soggetto alla vigilanza della BCE, quanto meno inopportuna in una prima fase, perché vi dicevamo come si tratti di istituti non certamente dai bilanci immacolati.

I rischi

E c’è un altro rischio non sottovalutabile: le banche di credito cooperativo hanno avuto sinora operatività locale, tanto da restare imbrigliate nei rapporti con la politica dei comuni e delle province in cui hanno sede o erogano credito. Sarebbe un bene reciderne il legame, ma un male se la politica nazionale si sostituisse a quella locale, controllando attraverso la holding in un solo colpo fino a 360 istituti. Non ultimo, l’integrazione in un unico soggetto coprirebbe i “buchi” di bilancio degli istituti meno solidi, a discapito di quelli più efficienti. Vero è che questi ultimi deterrebbero, se passa il principio ventilato dall’esecutivo, un maggiore peso nell’azionariato della holding, ma sarebbero parzialmente indeboliti per salvare i conti di chi ha fatto peggio.    

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