Debito pubblico Usa a 16190 miliardi: Good Morning, America

Lo spaventoso debito pubblico americano rischia di trascinare gli Usa in un pozzo senza fondo. Dinanzi a Obama una missione difficilissima: trovare un accordo con i Repubblicani, evitare il Fiscal Cliff e salvare la tripla A.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Lo spaventoso debito pubblico americano rischia di trascinare gli Usa in un pozzo senza fondo. Dinanzi a Obama una missione difficilissima: trovare un accordo con i Repubblicani, evitare il Fiscal Cliff e salvare la tripla A.

Sulle note di “City of Blinding Lights” degli U2, Barack Obama festeggia la sua rielezione alla Casa Bianca a promette che “il meglio deve ancora venire”. Sembrano parole profetiche le sue, perché a poche ore di distanza ci pensano due agenzie di rating, Fitch e Moody’s, a chiarire cosa sia quel “meglio”. Entrambe minacciano di declassare i conti pubblici americani durante il 2013, nel caso in cui non si trovasse una soluzione di medio-lungo termine alla questione urgente del debito pubblico Usa (Debito pubblico Usa a livelli record ma i mercati si fingono ciechi). Dopo che Standard & Poor’s declassò nell’agosto del 2011 il debito sovrano USA, per la prima volta nella loro storia, l’America rischia di perdere la tripla A in tutte le valutazioni delle agenzie più importanti.  

Rapporto Debito Pil Usa al 140%

Accanimento anti-USA o anti-Obama? Non proprio! Il debito pubblico Usa è salito alla spasmodica cifra di circa 16.200 miliardi di dollari, il 104% del pil (per chi riuscisse a leggere, lo spaventoso ammontare del debito Usa è 16.190.979.268.766,67 dollari). Se aggiungiamo anche i debiti degli stati e degli enti locali americani, che pesano per il 17-18% del pil federale e se ancora sommiamo anche le esposizioni del governo federale verso gli istituti Fannie Mae e Freddie Mac, a garanzia del mercato immobiliare, arriviamo a un debito pubblico complessivo del 140%. E quel che preoccupa è la dinamica: Obama ha aumentato il debito federale del 50% in soli 4 anni, passando da 10 mila a 15 mila miliardi di dollari circa. Troppo, anche per l’America. I quattro anni di Obama alla Casa Bianca sono stati un disastro sotto il profilo della stabilità finanziaria pubblica. Al fine di riavviare l’economia, il presidente l’ha stimolata con una spesa pubblica, che ha fatto lievitare stabilmente il deficit federale al 7-8% annuo, mentre la Federal Reserve pompava biglietti verdi a volontà con tre piani di allentamento monetario, che rischiano di fare pagare al popolo americano il conto salatissimo di un’inflazione fuori controllo. E il meglio deve ancora venire. Ha ragione Obama. Il primo appuntamento è con il capodanno, quando le famiglie rischiano di essere sottoposte a un salasso da 600 miliardi di dollari, tra 500 miliardi di maggiori imposte e 100 miliardi di tagli alla spesa. Il 4% del pil, che potrebbe portare il Paese in recessione, gravando negativamente sul suo pil per il 3-4% circa, si calcola. E’ il famoso Fiscal Cliff, il “burrone fiscale” tanto temuto, dovuto alle misure che scatterebbero automaticamente l’1 gennaio 2013, se la Casa Bianca non riuscisse a trovare un accordo con il Congresso sulla politica fiscale. A fine anno, infatti, scadono i tagli alle tasse approvati dall’allora presidente George W.Bush, oltre che altre misure dello stesso Obama. Se non venissero rinnovati, l’America si troverebbe dinnanzi al burrone e la recessione farebbe schizzare il tasso di disoccupazione al 10%, quando ancora si attesta al 7,9%, stando all’ultimo dato disponibile. Eppure in queste elezioni il tema del debito non ha riempito il tempo dei comizi dei due candidati, sebbene lo sfidante Mitt Romney abbia avvertito sull’insostenibilità di alcune misure del presidente in carica, come l’Obamacare, la riforma sanitaria tanto controversa e che dovrebbe entrare in vigore dal 2014. Già oggi, ogni americano è indebitato per 52 mila dollari, di cui 17.500 solo verso creditori esteri, mentre ciascun contribuente porta addosso il peso di 140 mila dollari di debito. Il debito aumenta a un ritmo di 3,5-3,8 miliardi di dollari al giorno, dando vita a una montagna gigantesca, un vulcano pronto ad esplodere. Si pensi che sommando il debito pubblico al debito privato di famiglie e imprese, si arriva a un indebitamento complessivo di quasi 4 volte il pil USA. Per l’esattezza, il solo debito privato è esploso al 250% del pil, tra debiti delle famiglie per consumi (2.700 miliardi), debiti delle imprese (12 mila miliardi) e debiti immobiliari (13 mila miliardi). Ovvio che una siffatta economia non possa proseguire su questa via. La politica dei tassi zero di Obama è stata e sarà funzionale ad alimentare un modello basato sul sovra-consumo, anziché sulla produzione di beni e servizi. Tassi zero assicurano, infatti, allo stato di rifinanziare a costo bassissimo il proprio debito (i Treasuries a 30 anni viaggiano a rendimenti di circa l’1,7%), mentre le famiglie possono continuare ad accumulare debiti su debiti, non avendo, peraltro, alcun incentivo al risparmio.  

Chi detiene il debito pubblico americano 

Ma se Washington si indebita fino al collo e gli stessi americani sono colmi di passività, chi paga tutto questo benessere? Come si finanziano i consumi pubblici e privati degli americani? Semplice: è il resto del mondo che presta soldi agli americani. In termini brutali, è la Cina a finanziare i consumi degli USA, visto che da sola, Pechino rappresenta crediti per 1.154 miliardi, superando il Giappone, verso cui l’America è indebitata per altri 1.121 miliardi di dollari. E’ evidente, poi, che un’economia stra-indebitata è un’economia che consuma oltre le proprie possibilità. Questo implica che gli USA importino dall’estero più di quanto esportino, come dimostra il dato di agosto, in cui il passivo della bilancia commerciale è arrivato a 44,2 miliardi. E se un tempo tal rosso veniva coperto dall’avanzo nei movimenti di capitali, adesso gli USA sono in passivo pure su tale fronte, con 120 miliardi di deflussi verso l’estero, a fronte di un attivo di 600 miliardi agli inizi del 2011. Chiaro che ciò avvenga: tassi zero significano rendimenti non convenienti, specie se le politiche monetarie adottate altrove sono meno accomodanti. Lo squilibrio fiscale dell’America ha ripercussioni gravi anche sull’Europa, perché impedisce, ad esempio, che la Cina accetti un maggiore tasso di rivalutazione della sua valuta, lo yuan. Il motivo è semplice: rivalutando la propria valuta, i cinesi andrebbero incontro a una perdita di cambio sulle attività investite in dollari, come, appunto, i titoli del debito USA. E la mancata rivalutazione dello yuan (30% sotto il tasso naturale) determina un danno commerciale non indifferente agli stati della UE.  

Default Usa se Repubblicani e Democratici non trovano un accordo

Riusciranno gli USA a evitare di cadere nel burrone o alla fine accadrà quanto già visto nell’agosto del 2011, quando un accordo in extremis tra repubblicani e democratici fu trovato, evitando che scattasse il default tecnico? Difficile saperlo, anche perché nel Congresso si confronteranno due visioni della vita pubblica. La destra sostiene che non possano essere tassati di più i ricchi, visto che già oggi l’1% dei contribuenti più benestanti (oltre 250 mila dollari all’anno di reddito) garantisce il 40% del gettito complessivo, mentre il terzo più povero di essi fornisce allo stato solo il 2,3%. Insomma, vero è che le tasse sui ricchi possano sembrare basse, rapportate all’Europa, ma mentre da noi si finge di tassare duramente i più fortunati, salvo scoprire che nei fatti contribuiscono meno che Oltreoceano al gettito totale, in America si guarda ai fatti. Obama, invece, vorrebbe applicare negli USA una filosofia più europea, facendo pagare di più a chi già oggi paga di più e mantiene il banco. E’ l’idea del “big government” contro cui si battono i Tea Party e un pò tutta la destra politica. Se nel 2008 fu il debito dei privati a fare esplodere la crisi, adesso il colpo di grazia potrebbe arrivare presto dal debito pubblico americano.

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Argomenti: Economia USA