Come il debito pubblico tiene l’Italia in un purgatorio perenne

Debito pubblico, montagna da 2.260 miliardi di euro e che nessun governo riesce ad abbattere rispetto al pil. Ecco i danni che sta provocando e perché rischiamo di restare a lungo in questo infinito purgatorio.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Debito pubblico, montagna da 2.260 miliardi di euro e che nessun governo riesce ad abbattere rispetto al pil. Ecco i danni che sta provocando e perché rischiamo di restare a lungo in questo infinito purgatorio.

Il prossimo premier, sempre che dalle elezioni politiche di domani ne scaturisca uno, si troverà ad affrontare le identiche problematiche di tutti i suoi più o meno sfortunati predecessori in oltre un quarto di secolo, ovvero la bassa crescita dell’economia italiana, l’alto debito pubblico, l’elevata pressione fiscale, una burocrazia ipertrofica, caste e monopoli diffusi e necessità di tenere la barra dritta per conti pubblici sempre traballanti. La maggioranza di questi mali è una conseguenza logica del debito pubblico da ormai quasi 2.260 miliardi di euro, una montagna che alla fine del 2017 valeva il 131,5% del pil. Un indebitamento alto ci espone, infatti, a rischi molto elevati sui mercati finanziari, perché l’impatto che un aumento identico dei rendimenti sovrani avrebbe sui nostri conti pubblici nel medio-lungo termine risulta pressoché doppio di quello che vi sarebbe in Germania.

L’Italia spende attualmente 60-65 miliardi di euro all’anno per servire il suo debito, circa il 3,5% del pil. Se non ci fosse la BCE a tenere bassissimi i rendimenti con gli acquisti dei bond tramite il “quantitative easing” e l’azzeramento dei tassi nell’Eurozona, verosimilmente spenderemmo più del 5% del pil per pagare gli interessi, oltre il doppio del governo tedesco. Una spesa improduttiva, che sottrae risorse preziose a capitoli più necessari, come sarebbero gli investimenti in infrastrutture o quelli in ricerca e sviluppo, privandoci anche delle coperture necessarie per ipotizzare un qualsivoglia taglio delle tasse, alimentando il circolo vizioso della stagnazione.

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L’incapacità dei governi che si sono succeduti nell’abbattere il rapporto debito/pil a livelli confrontabili con quelli europei ci lega le mani e starebbe impattando negativamente persino sulla tenuta della democrazia in Italia. Poiché con 2.260 miliardi di debiti da gestire non sono disponibili grossi margini di manovra per chiunque vinca, alla fine tutti i governi vengono percepiti ormai uguali tra loro dagli elettori, la frustrazione monta, la disillusione pure e tra astensionismo e voto per formazioni anti-sistema, si stanno creando le condizioni perfette per un avvitamento politico-istituzionale.

Governi paralizzati

Abbattere il rapporto debito/pil richiedere un mix di misure dall’impatto impopolari. Servirebbe stimolare la crescita economica liberalizzando ogni settore e professione, scalfendo decenni di interessi corporativi sedimentati e difficili da superare anche solo per un fatto di mentalità, privatizzare gli assets non legati ai servizi pubblici fondamentali per i cittadini, tagliare la spesa pubblica in un’ottica di razionalità di lungo periodo, partendo dalle voci improduttive e dagli sprechi, finanziando almeno in misura graduale il taglio delle tasse sui redditi di anno in anno e il raggiungimento del pareggio di bilancio, in modo da creare le condizioni favorevoli alla crescita e al calo marcato dell’indebitamento. Poiché i governi non hanno un orizzonte temporale infinito, ma specialmente quelli italiani posseggono dinnanzi a sé una prospettiva di vita di qualche anno, ciascuno si limita alla gestione dell’esistente e nessuno riesce seriamente a invertire la rotta. Risultato: il rapporto debito/pil ristagna nelle migliori delle ipotesi e Roma negozia semmai qualche decimale di “flessibilità fiscale” con Bruxelles per fini nemmeno sempre lodevoli, ovvero per fare qualche spesa in deficit e mai per misure di reale sostegno all’economia.

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C’è un altro aspetto negativo poco indagato e che rischia di tenerci in una condizione di perenne sorvegliato speciale e mai di piena uguaglianza con gli altri partners europei. Fino a quando mostreremo di possedere un debito nettamente superiore a quello medio dell’Eurozona, nessuno si fiderà del tutto di noi e, quindi, nessuno vorrà avere a che fare con noi al 100%. In che senso? Avete presente quando si parla di “integrazione politica”, “condivisione o mutualizzazione dei rischi”? Ebbene, ci riguarda particolarmente. L’euro è la moneta unica di 19 economie, ciascuna coordinata, ma autonoma sulla politica fiscale e con emissioni sovrane di debito pubblico.

Nessuno si fida dell’Italia

Questa anomalia è considerata una delle principali cause della crisi di fiducia nell’euro esplosa nel 2010 con il quasi fallimento della Grecia. Se uno stato appartenente all’Eurozona non è nei fatti coperto dal resto dell’area, allora il rischio default deve essere tenuto in conto per ciascun debito nazionale, per cui i rendimenti vanno differenziati sulla base del grado di rischio di ciascuno. Da qui, la segmentazione dei mercati finanziari e il famoso “spread”. E perché i 19 non riescono a mettersi d’accordo sull’emissione di bond in comune (“Eurobond”) o su una qualche forma di copertura sovranazionale dei rischi sovrani? Semplice, perché non tutti si presentano sullo stesso piano.

La Germania vanta un rapporto debito/pil tendente al 60% e un attivo fiscale già dal 2014, l’Italia giubila per una discesa di un punto a sopra il 131%. Se i tedeschi emettessero debito insieme a noi, si ritroverebbero a pagare rendimenti più alti, noi più bassi. Dunque, gli Eurobond si tradurrebbero in una redistribuzione della ricchezza dalle economie virtuose a quelle “spendaccione” e poiché nessuno è fesso, prima anche solo di ipotizzare un simile scenario, Berlino pretenderà che a Roma i conti pubblici siano più che a posto (minimizzare i rischi per condividerli, ripetono i tedeschi). Lo stesso dicasi per forme di garanzia comuni. Nessuno vorrà addossarsi, magari tramite il fondo ESM, una condivisione dei rischi con chi come l’Italia avrebbe molte più probabilità degli altri di finire in default. Anzi, si teme una certa rilassatezza fiscale di stati come il nostro con l’avvio di eventuali forme di “risk-sharing”. E la storia degli ultimi anni con il QE della BCE non deporrebbe in nostro favore. Del resto, ti intesteresti un mutuo insieme a chi è indebitato fino al collo?

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Ma una condivisione dei rischi sarebbe quel completamento dell’unione monetaria, che ci porrebbe realmente al riparo da possibili futuri shock finanziari. Il problema è che a quel punto non ci arriveremo mai, se prima non avremo risolto il problema del gigantesco debito pubblico. Per contro, qualcuno potrebbe eccepire che risolvere tale problema renderebbe quasi del tutto non più necessario condividere i rischi (divenuti bassi) con altri. In ogni caso, fino a quando il nostro debito aumenta in valore assoluto e in percentuale, saremo i paria d’Europa. E qualsiasi governo sarà un fratello minore a Bruxelles, guardato più come un piantagrane che un partner alla pari.

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Argomenti: Crisi del debito sovrano, Crisi Eurozona, Debito pubblico italiano, Economia Italia, Spread

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