Debito pubblico, con la crisi un “buco” da 300 miliardi da tappare

Il debito pubblico italiano al confronto tra il primo e il secondo decennio dalla nascita dell'euro. C'è una questione da 300 miliardi, esplosa con la crisi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il debito pubblico italiano al confronto tra il primo e il secondo decennio dalla nascita dell'euro. C'è una questione da 300 miliardi, esplosa con la crisi.

Supera i 2.256 miliardi di euro la montagna di debito pubblico italiano alla fine del 2017, in crescita annua di 36,6 miliardi. Ormai, ha raggiunto le dimensioni di un terzo al di sopra del pil, il suo massimo storico. Difficile che possa dimagrire velocemente in rapporto a quest’ultimo nei prossimi anni, tranne di immaginare una decisa accelerazione della crescita economica nominale, che non è nelle previsioni. Il debito pubblico tende a crescere di anno in anno per effetto dei disavanzi fiscali accumulati. Questi riflettono sostanzialmente due dati: il saldo primario e la spesa per interessi. Il primo segnala la capacità dello stato di chiudere i conti pubblici più o meno in ordine, con le entrate a coprire le spese, senza tenere in conto gli interessi da corrispondere sul debito pregresso.

Debito pubblico 2017, ecco perché il dato è negativo

Ebbene, l’Italia presenta un aspetto positivo, ignoto alla gran parte delle economie avanzate: dalla fine degli anni Ottanta riesce a esibire un avanzo primario costante, ovvero a registrare un attivo fiscale, che compensa parzialmente l’elevata spesa per interessi. A titolo di confronto, solo negli ultimi anni la Germania è riuscita a fare altrettanto, chiudendo il suo bilancio pubblico, addirittura, in attivo, segno che nemmeno sommando la spesa per interessi al suo avanzo primario va più in deficit. Non era così fino a pochissimi anni fa.

Ora, prendiamo come riferimento i due decenni sostanzialmente trascorsi sotto l’euro, anche se fisicamente questo è entrato nelle nostre tasche dal 2002. Nel corso del periodo 1998-2007, il debito pubblico italiano è aumentato di 361 miliardi, il 29% rispetto al livello di fine ’97. Negli stessi anni, l’Italia ha pagato complessivamente interessi per 741 miliardi, per cui deduciamo che questi hanno più che doppiato la crescita del debito. Cosa significa? Per quanto detto sopra, che abbiamo registrato un avanzo primario cumulato di ben 380 miliardi, ovvero la media di 38 miliardi all’anno. In effetti, siamo riusciti persino a chiudere i bilanci con un saldo attivo fino al 5% del pil, percentuale praticamente considerata un miraggio irraggiungibile in larghissima parte del pianeta.

Cos’è cambiato con la crisi

Poi, la crisi. Nel 2008, a seguito degli sconquassi finanziari negli USA, seguiti al crac di Lehman Brothers, figlio dei mutui subprime, le economie di mezzo mondo vanno in recessione, tra cui l’Italia. Il pil arretra, il debito accelera la sua crescita, anche se da noi meno che presso gli altri paesi europei. Un esempio? In Spagna, il debito è triplicato in meno di un decennio rispetto al pil, sfiorando il 100%, in Francia è quasi raddoppiato. In Italia, è passato dal già alto circa 105% all’attuale (si spera) apice del 133%. Ciò è accaduto proprio in considerazione dei livelli di debito già elevati che possedevamo prima della crisi, che hanno costretto i governi che si sono succeduti nel tempo a una politica di maggiore prudenza fiscale.

Debito pubblico, 760 miliardi di interessi pagati in 10 anni

E così, nel decennio 2008-2017, il debito pubblico italiano è cresciuto di ben 657 miliardi, oltre l’80% in più rispetto al decennio precedente. In relazione alle dimensioni di fine 2007, esso risulta impennatosi del 41%. Nello stesso periodo, abbiamo sborsato in interessi 729 miliardi di euro, meno dei 741 del periodo 1998-’07. E già questo ci spinge a una riflessione: pur in presenza di un debito più alto e nel bel mezzo di una tempesta finanziaria, che ha colpito particolarmente proprio i nostri BTp con la funesta crisi dello spread, siamo riusciti a contenere gli importi pagati per onorare il nostro indebitamento, anche grazie alle politiche monetarie ultra-espansive della BCE negli ultimi anni, che hanno azzerato i rendimenti, consentendoci di rifinanziare il debito praticamente a costo nullo. Aldilà di questa fase peculiare, l’abbattimento della spesa per interessi è legato alla stessa nascita dell’euro, se si considera che a metà anni Novanta pagavamo sopra i 100 miliardi all’anno, pari al 10% del pil, mentre nel 2017 abbiamo chiuso verosimilmente sotto i 65 miliardi, cioè a meno del 4% del pil.

Quasi sparito l’avanzo primario

C’è un però: abbiamo pagato meno interessi in valore assoluto, ma nel decennio appena trascorso abbiamo anche registrato un avanzo primario complessivo di oltre l’80% più basso del decennio precedente. Siamo passati, infatti, da 380 a 72 miliardi, un segno tangibile della violenta crisi economica, che ci ha impedito di chiudere di anno in anno il bilancio in attivo, al netto della spesa per interessi. Come mai? Le entrate non hanno tenuto il passo con la spesa. Del resto, la disoccupazione è arrivata a raddoppiare tra il 2008 e il 2013 e lo stato non solo ha incassato meno dalle entrate tributarie, almeno nella prima parte della crisi, ma anche dovuto mettere mano al portafogli per assistere chi si è trovato in difficoltà.

Dunque, negli ultimi 10 anni abbiamo accusato un colpo da ben oltre 300 miliardi di euro in termini di minore avanzo primario, una cifra che vale attualmente più di un sesto del pil. Sarà questa che dovremo recuperare negli anni futuri per cercare di rallentare la crescita in valore assoluto e percentuale del debito. E il punto è che potrebbe non bastare, se nel frattempo la spesa per interessi iniziasse a lievitare con l’uscita della BCE dalla lunga fase monetaria accomodante. Un solo dato: nel periodo 2002-2007, ovvero dall’esordio effettivo dell’euro fino all’ultimo anno prima della crisi, gli interessi annualmente sborsati dal Tesoro sono stati pari alla media del 4,8% del debito. Nell’ultimo quinquennio 2013-2017, sono scesi al 3,3%, nonostante un debito di gran lunga più alto e la preoccupazione dei mercati per la sua tenuta.

In poche parole, abbiamo “soppresso” la spesa per interessi con politiche non fiscali, bensì abbattendo i rendimenti per via monetaria. Dovessimo tornare ai livelli pre-crisi, dovremmo iniziare a mettere mano a una quarantina di miliardi di euro in più all’anno, qualcosa come più del 2% dell’attuale pil. Non ci arriveremmo in pochi mesi, ma questo appare uno scenario concreto nel medio-lungo termine. E non c’è politico che vi abbia anche solo fatto accenno in questa favolistica campagna elettorale.

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Argomenti: Debito pubblico italiano, Economia Italia

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