Tassa patrimoniale per abbattere il debito pubblico, quant’è alto il rischio?

Il debito pubblico italiano è sempre più mostruoso e con la bassa crescita diventa insostenibile. Arriverà una tassa patrimoniale sulla ricchezza degli italiani?

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Il debito pubblico italiano è sempre più mostruoso e con la bassa crescita diventa insostenibile. Arriverà una tassa patrimoniale sulla ricchezza degli italiani?

Il debito pubblico italiano ha varcato la soglia dei 2.250 miliardi di euro a luglio, anche se è abbastanza probabile che il 2016 si chiuda con un indebitamento intorno ai 2.215 miliardi, pari a circa il 133% del pil. Un fatto è incontrovertibile: nonostante i rendimenti dei nostri BoT e BTp siano sostanzialmente azzerati, negativi per le scadenze minori e ai minimi storici lungo tutte le altre scadenze, la montagna del debito cresce in valore assoluto e in rapporto al pil. Era sotto il 120% all’atto dell’esplosione della crisi dello spread; cinque anni dopo, non accenna a diminuire.

Negli ultimi anni, grazie agli stimoli monetari senza precedenti della BCE, l’Italia spende per interessi sempre meno, ma pur sempre quasi una settantina di miliardi quest’anno, ovvero oltre il 4% del suo pil. Quest’oggi, Francoforte ci ha messi in guardia dall’abbassare l’attenzione sui conti pubblici, avvertendo che rischiamo con la risalita dei tassi, che prima o poi avverrà. (Leggi anche: Debito pubblico italiano: ma quale austerità?)

Peso debito pubblico tende a crescere

Considerando che quest’anno dovremmo registrare un deficit intorno al 2,5% e che dalla politica (bipartisan) non arrivano seri segnali di volontà di tendere a quel pareggio di bilancio introdotto così in fretta in Costituzione, salvo essere stato ripudiato da tutti a pochi mesi di distanza, la bassa crescita attesa da qui ai prossimi anni, unitamente a un’inflazione vicina allo zero, ci spinge a temere che il rapporto debito/pil possa avvicinarsi anche a quella soglia del 140%, che gli analisti ritengono essere una sorta di punto di non ritorno per un paese, aldilà del quale si rischia il default.

Come si fa a porre rimedio a tutto questo, se la crescita economica non riparte in tempi brevi? A tale proposito, il Fondo Monetario Internazionale stima che l’Italia tornerà ai livelli di ricchezza pre-crisi solo nel 2025, quando l’Eurozona nel suo insieme si sarà portata al 20-25% di ricchezza in più rispetto al 2007.

Confindustria non è meno pessimista, avvertendo che la nostra economia potrebbe riprendersi solamente nel 2028 a questi ritmi di crescita. (Leggi anche: Crescita italiana ferma da 15 anni)

 

 

L’ipotesi della tassa patrimoniale

Urgono, quindi, soluzioni alternative, che si preannunciano alquanto impopolari e che potrebbero essere adottate magari da un governo tecnico, di cui si ragiona seriamente nelle stanze dei bottoni. Di che tipo? Avete presente il detto “gli italiani sono ricchi e il loro stato è povero”? Ecco si partirà da questo.

La ricchezza privata netta degli italiani è prossima ai 9.000 miliardi di euro, quattro volte le dimensioni del nostro debito pubblico e 5,5 volte il pil. Se si riuscisse ad imporre una tassa patrimoniale su di essa, potrebbero affluire nelle casse dello stato risorse preziose per abbattere il debito. Le ipotesi sarebbero due: 1) un’imposizione una tantum, che riesca a ridurre in maniera consistente il rapporto debito/pil, considerabile poco probabile, perché politicamente non sostenibile nemmeno da un governo di tecnici; 2) un’imposizione stabile, per quanto bassa, in grado di generare un gettito annuale costante.

A quanto ammonterebbe una tassa patrimoniale?

Per mettere in sicurezza i nostri conti pubblici, sarebbe necessario stabilizzare il rapporto debito/pil, impedendogli di crescere, anzi cercando di ridurlo. Perché ciò sia possibile, la crescita del debito (deficit pubblico) dovrebbe essere inferiore a quella del pil nominale (pil reale + inflazione).

Ora, immaginando che la crescita nominale del pil sia del 2% per i prossimi dieci anni, il debito pubblico dovrebbe crescere di meno, affinché il suo peso si riduca, ma se non si vogliono effettuare impopolari tagli alla spesa pubblica o ulteriori aumenti delle tasse sui redditi e i consumi, la soluzione quasi obbligata sarebbe, appunto, una tassa patrimoniale, escludendo che lo stato sarà mai in grado di varare un piano ambizioso di privatizzazioni dei suoi assets per 4-500 miliardi di euro.

Ai livelli attuali di deficit, potremmo ipotizzare che l’imposta sarebbe tarata per introitare intorno ai 25 miliardi all’anno, sufficienti a non far salire il deficit nemmeno nel caso di un ritorno ai rendimenti del 2011. (Leggi anche: Flessibilità sul deficit è carta disperata per Renzi)

 

 

Tassa patrimoniale con nuova emergenza finanziaria

Un’imposta di 25 miliardi sarebbe pari a un’aliquota lineare dello 0,2-0,3% su tutta la ricchezza privata, ma considerando che già gli immobili sono tassati e che anche gli investimenti finanziari e i conti bancari sono sottoposti a tassazione, tale aliquota dovrebbe essere superiore o colpire maggiormente alcuni assets, come presumibilmente i grossi conti correnti o altri impieghi finanziari, ammontanti in tutto a 3.000 miliardi.

La tassa patrimoniale sugli italiani è il vero obiettivo che la UE persegue sin dallo scoppio della crisi dello spread e potrebbe diventare finalmente realtà con una nuova emergenza finanziaria, magari insediandosi a Roma un governo di tecnici compiacenti. Dopo il referendum costituzionale, il tema non sarà più oggetto di dibattito solo per la stampa “minore”. (Leggi anche: Governo d’emergenza dopo il referendum?)

 

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