Debito pubblico, perché lo spread per l’Italia è tutta questione di narrazione

La crisi dello spread in Italia non è figlia dell'alto debito pubblico, quanto di una debolezza politica ormai cronica di Roma. E all'estero possono approfittarsi di noi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La crisi dello spread in Italia non è figlia dell'alto debito pubblico, quanto di una debolezza politica ormai cronica di Roma. E all'estero possono approfittarsi di noi.

Che l’Italia abbia un problema di debito pubblico lo sanno nel mondo persino le pietre. La crisi dello spread, mai sopita negli anni, è riesplosa drammaticamente negli ultimi mesi, contestualmente all’ascesa al governo delle due formazioni più marcatamente euro-scettiche, le quali non hanno nascosto sin dalla nascita dell’inedita alleanza giallo-verde di ambire a infrangere i vincoli fiscali dettati da Bruxelles. Con circa 2.300 miliardi di euro, pari al 132% del pil, lo stock del debito in Italia è secondo alla sola Grecia in Europa. E così anche i rendimenti: i nostri decennali offrono da settimane la media del 3,5%, circa 90-100 punti in meno della Grecia e 7 volte in più della Germania sui suoi Bund, nonché il doppio dei Bonos emessi dalla Spagna. Il rischio default è captato come relativamente alto sui mercati anche tramite i “cds”, che garantiscono 10 milioni di euro di BTp per 5 anni al costo di 250-280 punti base, 3 volte di più di prima che nascesse il governo Conte e praticamente oltre 20 volte in più dei meno di 12 bp richiesti per assicurare il debito tedesco.

Eppure, l’Italia ha un’economia privata a dir poco solida. Le famiglie posseggono un patrimonio complessivo pari a qualcosa come oltre 5 volte il pil, di cui sui 1.400 miliardi solo in forma di conti bancari e liquidità. Le nostre imprese, così tanto vituperate in patria per la loro presunta scarsa competitività, fatturano il 3% del pil in esportazioni nette all’anno, mentre lo stesso stato, che pure non può definirsi virtuoso, riesce a chiudere ogni anno i bilanci, al netto della spesa per interessi, con avanzi primari al 2% del pil. Nonostante questa solidità di fondo, veniamo additati dalle istituzioni internazionali come fossimo uno stato paria. Può apparire persino infantile notarlo, ma se gli altri governi dello stesso Sud Europa, quale quello portoghese del socialista Antonio Costa, disfano le riforme economiche attuate negli anni passati e invocano una lotta contro l’austerità fiscale dell’unione monetaria, i mercati restano quasi insensibili e sul piano politico europeo non si registrano scossoni. Se qualcosa di simile accade in Italia, viene giù il mondo.

Cosa succede di preciso? Avete presente quegli incubi in cui sognate di urlare a squarciagola e, in realtà, non riuscite a farvi sentire da nessuno? Ebbene, sembra la condizione in cui l’Italia è precipitata da qualche decennio. Doverosa la premessa: Roma che ingaggia una battaglia anti-austerity non è seria, non fosse per il fatto che negli ultimi anni dall’Europa ha attinto a piene mani nella marmellata della flessibilità fiscale. Tuttavia, lo ha fatto in affollata compagnia, se è vero che la Francia ha infranto per quasi un decennio la regola del deficit massimo al 3% del pil e che alla Spagna è stato consentito sforare tale tetto pur con una crescita economica media annua del 3%. E a differenza di Spagna e Portogallo, per non parlare della Grecia, nonché della stessa “virtuosa” Irlanda, l’Italia non ha mai chiesto e ottenuto un solo euro di aiuti dagli altri stati, anzi ha sborsato decine di miliardi per salvare i conti pubblici di Atene, Lisbona e Dublino, oltre che per salvare le banche spagnole, salvo ricevere attenzioni occhialute allorquando si è trattato nell’ultimo triennio di fare i conti con il proprio sistema del credito, gravato non già da sconquassi derivanti dallo scoppio della bolla immobiliare, quanto da prestiti a rischio, conseguenza di un decennio di grave crisi dell’economia.

E se il debito pubblico italiano fosse più solido di quello francese?

L’Italia non controlla la propria stessa narrazione dei fatti

Se pensate che contro l’Italia sia in corso un complotto mondiale, vi sbagliate forse di grosso. La verità è che in economia, così come nelle relazioni internazionali, ha la meglio chi controlla la narrazione dei fatti. Può succedere, ad esempio, che una Francia in parte collaborazionista con gli occupanti nazisti riesca a imporsi al termine del conflitto nel 1945 come una potenza vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, mentre l’Italia, che pure aveva spalancato le porte agli americani per fare ingresso in Europa da sud, venga trattata da allora quasi come uno stato canaglia. E’ la narrazione, bellezza! E l’arte di raccontare i fatti secondo interesse non è questione solo di capacità stilistica belle, quanto di chi proferisca le belle parole. Ancora una volta, torniamo al vero “spread” con le altre potenze del G7: la politica. L’Italia è sfornita di una classe politica e dirigente unita e capace di veicolare la comunicazione verso un preciso obiettivo nazionale e che ci consenta di dipingerci all’estero sulla base della nostra legittima convenienza. Ci auto-fustighiamo e deridiamo nelle sedi internazionali, offrendo noi stessi ai nostri avversari sullo scacchiere degli interessi geo-politici ed economici gli spunti critici per dettare una narrazione ostile al nostro Paese.

E così, i dati passano in secondo piano, quando sarebbero a noi favorevoli. Vero, quel maledetto debito pubblico sopra il 130% del pil lo dovremo pagare noi e lo abbiamo alimentato con decenni di spesa fuori controllo. Tuttavia, ad esso fa da contraltare un indebitamento privato (famiglie e imprese) tra i più bassi nel mondo avanzato: poco sopra al 170% del pil contro il quasi 235% della Francia, il 200% della Spagna e solo superiore, tra le grandi, al 149% della Germania. In altre parole, il nostro debito totale come Paese ammonta intorno al 300% del pil, quello francese al 230% e quello spagnolo sarebbe uguale al nostro. Dunque, l’Italia appare nel suo complesso più resiliente agli shock sul fronte tassi di economie percepite più robuste della nostra, dato che se le condizioni monetarie si fanno più restrittive, a pagare di più non è solo lo stato, ma anche famiglie e imprese esposte al tasso variabile o con la necessità di rinnovare i prestiti in scadenza.

La verità scomoda per l’Europa sul debito pubblico italiano, esploso per salvare l’Occidente

Siamo un’economia tra le più solide in Europa

Non solo. Avete mai sentito parlare di debito “implicito”? Trattasi del grado di indebitamento di un’economia, legato alle obbligazioni future dello stato, come in materia di pensioni e sanità. Ci sarebbe da scompisciarsi dalle risate, se non fosse tragicomico: l’Italia vanta una somma tra debito esplicito (quello pubblico a cui siamo abituati sentir parlare) e implicito del 57% del pil, la Germania ne ha uno al 149% e l’Eurozona mediamente al 266%, con la Francia che sfiora il 300% e la Spagna il 500%. Cosa significa? In prospettiva, l’Italia, grazie anche a riforme impopolari come la legge Fornero, avrà un debito pubblico basso, mentre questo tenderà ad esplodere in economie a veloce invecchiamento demografico come la Germania, la cui solidità finanziaria del welfare sarebbe tutt’altro che al sicuro. E guardate che non stiamo inventandoci nulla di che, perché la stessa cancelliera Angela Merkel, rispondendo alle pressioni frequenti di questi anni dell’Europa perché incrementi la spesa pubblica e sostenga così il resto dell’area, ha dichiarato più volte che gli avanzi fiscali di questi anni sarebbero una condizione necessaria per fronteggiare l’atteso aumento della spesa nei decenni prossimi, quando i tedeschi saranno sempre più anziani e Berlino dovrà sborsare di più per pensioni, sanità e assistenza e al contempo magari avrà meno braccia a lavorare e a pagare tasse e contributi.

Dunque, se solo avessimo la forza politica, disporremmo di praterie per ribaltare la narrazione, oggi a tutta convenienza di Bruxelles, sposata chiaramente da tutti gli altri governi dell’Eurozona e secondo cui l’Italia sarebbe una cicala infame che sperpera risorse, che minaccia la stabilità finanziaria dell’area e la sopravvivenza stessa dell’euro. No, signori. Sapete cosa c’è? Che pur avendo subito decenni della peggiore classe politica dell’Occidente, riciclatasi senza difficoltà dalla Prima alla Seconda Repubblica a colpi di spesa pubblica clientelare e discorsi arruffa-popolo, siamo un’economia più sana e più virtuosa di quasi tutte le altre del Vecchio Continente e, in prospettiva, persino forse della stessa Germania. Ma siamo costretti a sorbirci le dure reprimende dei commissari, che quasi fanno a gara tra loro per instillare tra gli investitori il dubbio che l’Italia sia sull’orlo di un collasso. Lo spread non è “un imbroglio”, come ebbe a definirlo il premier rimasto vittima proprio della crisi dei BTp nel 2011 e anch’egli convertitosi adesso per amor di convenienza partitica alla narrazione dominante propinataci dall’estero. Lo spread esiste, non è frutto di alcun complotto, quanto il risultato di un clima volutamente avvelenato da chi ha tutto l’interesse a tenere nel recinto un capro espiatorio da sacrificare a ogni evenienza. E il problema è che noi italiani alla narrazione interessata abbiamo finito per crederci. Chiamatela sindrome di Stoccolma o semplice atteggiamento passivo di un popolo disabituato ormai a vedere e narrare i fatti per come li vede.

La crisi di fiducia verso l’Italia è la maledizione che auto-alimenta il nostro debito

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Argomenti: Debito pubblico italiano, Economia Italia