Debito pubblico, l’occasione persa dell’Italia e i 1.000 miliardi che aspettano il nuovo premier

C'è una sorpresa che attende il prossimo premier: ben oltre 1.000 miliardi di debito pubblico! L'Italia ha sprecato forse un'occasione irripetibile.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
C'è una sorpresa che attende il prossimo premier: ben oltre 1.000 miliardi di debito pubblico! L'Italia ha sprecato forse un'occasione irripetibile.

Si sono concluse ieri le operazioni del Tesoro per l’emissione del BTp Italia 2038. Il bond a 20 anni ha riscosso un grande successo, con richieste per 20 miliardi, a fronte di un’offerta di 9 miliardi. Stacca cedola 2,95% ed è stato collocato sul mercato poco sotto la parità a 99,766, per cui il rendimento lordo annuo è risultato del 2,987%. E pensare che il primo bond retail, pensato dall’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ma tenuto a battesimo nei primi mesi del governo Monti, presentava una scadenza di appena 4 anni. Con il tempo, le emissioni si sono allungate fino al ventennale di ieri. Eppure, non facciamoci ingannare dal risalto mediatico di questo titolo, perché nel complesso, la durata media del debito pubblico italiano si sta allungando con timidezza. Nei primi 9 mesi del 2017, stando ai dati (non ponderati) dello stesso Tesoro, pare che la duration si sia attestata tra 6,8 e 6,9 anni, un po’ meno dei 7,2 anni toccati nel 2010.

Negli ultimi anni, i progressi sono stati piuttosto limitati, se si considera che i governi che si sono succeduti hanno avuto tutta la possibilità di allungare le scadenze dei titoli, senza impattare negativamente sui conti pubblici, approfittando del crollo generale dei rendimenti sui mercati. Nel 2014, anno in cui la BCE ha imbarcato l’Eurozona nella stagione degli stimoli monetari senza precedenti, il nostro debito presentava scadenze medie di 6,4 anni, salendo fino ai 6,8 anni del 2016 e sostanzialmente stabilizzandosi su tale dato anche lo scorso anno.

Dal raffronto internazionale, non pare che l’Italia sia messa male. Rientriamo nel gruppo di stati come Germania, Francia, Spagna e Giappone con durata media compresa tra 6 e 8 anni, superando i poco meno dei 6 anni degli USA e nettamente al di sopra dei 4 anni di Svezia e Norvegia. Si pensi, però, che Oslo avrebbe formalmente un debito pubblico netto negativo, tenuto conto che dispone di un fondo sovrano da oltre 1.000 miliardi di dollari, pari a circa il doppio del pil nazionale. E anche Stoccolma vanta un rapporto debito/pil sceso al 40%. Straordinario il dato del Regno Unito, che ha allungato le scadenze medie alla bellezza di 15 anni, confermandosi un debitore sovrano molto capace di spuntare condizioni ottimali sui mercati finanziari. (Leggi anche: Come la politica ha sprecato l’ennesima occasione)

Senza Draghi costi e deficit più alti

Se è vero, quindi, che l’Italia non fa peggio degli altri paesi avanzati, è anche vero che siamo noi ad avere maggiormente bisogno di consolidare il debito pubblico, detenendo il terzo rapporto con il pil più alto al mondo, dopo Giappone e Grecia. In teoria, con i rendimenti crollati negli ultimi anni (i decennali rendono oggi meno della metà del 2010), il Tesoro avrebbe potuto pagare grosso modo lo stesso costo, ma emettendo titoli più longevi. Come mai non è stata compiuta questa operazione? Semplice, per risparmiare denaro, abbassando il rapporto deficit/pil e allo stesso tempo liberando risorse da destinare ad altre voci di spesa. Avete presente la politica dei bonus?

All’apice della crisi finanziaria, il nostro Paese pagava 84 miliardi di interessi sul debito, mentre nel 2017 dovremmo avere chiuso intorno ai 64 miliardi, nonostante il debito sia cresciuto in valore assoluto da allora di circa 300 miliardi e in rapporto al pil sia passato dal 127% a quasi il 133%. Immaginando che non ci fosse stato Mario Draghi a iniettare liquidità sui mercati e che avessimo mantenuto a 84 miliardi all’anno (ipotesi persino ottimistica) il costo annuale per ripagare i creditori, avremmo speso nel quinquennio successivo almeno sui 62 miliardi in più e il rapporto debito/pil si sarebbe avvicinato a quota 140%.

Senza i risparmi garantiti da Draghi, il deficit pubblico sarebbe rimasto sopra il 3%, in assenza di correzioni sul piano fiscale. Sempre a parità di costi del 2012, avremmo oggi un rapporto prossimo al 4% del pil, sostanzialmente simile a quello lasciato in eredità dall’ultimo governo Berlusconi nel 2011, altro che risanamento dei conti pubblici. Intendiamoci, che i governi Letta-Renzi-Gentiloni abbiano parzialmente approfittato dei minori rendimenti per dare una boccata di ossigeno all’economia non è stato in sé sbagliato. Peccato che non siano state contemporaneamente messe in atto politiche di lungo respiro, a garanzia della stabilizzazione del debito negli anni seguenti, quando i costi di rifinanziamento cresceranno. (Leggi anche: Debito pubblico italiano rischia di esplodere dopo Draghi)

1.000 miliardi attendono il nuovo premier

Ieri, è arrivato un segnale abbastanza importante per i mercati dalla BCE. Dalle minute dell’ultima riunione del board a dicembre è emerso che l’istituto intenda mutare linguaggio nei suoi prossimi comunicati ufficiali, preparando famiglie, imprese e investitori a una stretta, che passerà prima di tutto nel ritiro degli stimoli dalla fine di settembre. Sarà inevitabile nei prossimi mesi un rialzo dei rendimenti sovrani e con esso dei costi per emettere nuovo debito. L’Italia dovrà effettuare una raccolta complessiva di circa 390 miliardi quest’anno, poco meno dei 400 miliardi dell’anno passato. Sono cifre relativamente elevate, che corrispondono a oltre un quinto del nostro pil. La Germania, ad esempio, richiede in percentuale ai mercati meno della metà e grazie all’avanzo fiscale, nei fatti effettua emissioni nette negative, ovvero emette meno debito di quanto ne arrivi a scadenza. (Leggi anche: In Germania il debito scende e la politica litiga sull’avanzo fiscale)

Secondo uno studio di Unimpresa dell’estate scorsa, nell’arco della prossima legislatura, ovvero prendendo in considerazione il periodo 2018-2022, l’Italia dovrà emettere sul mercato titoli del debito con scadenza superiore all’anno per complessivi 900 miliardi di euro, di cui più di 236 miliardi quest’anno, 187 l’anno prossimo, 162 nel 2020, poco più nel 2021 e 152 nel 2022. In realtà, le cifre saranno più alte, perché man mano che passano i mesi, il Tesoro emetterà bond con scadenze rientranti in questo periodo esaminato. In più, si aggiungano i circa 100 miliardi all’anno di BoT, titoli con scadenze massime di 12 mesi. In tutto, il prossimo governo si troverà a rifinanziare debito in scadenza per non meno di 1.000 miliardi. E, attenzione, non è finita, perché mancano i soldi da rastrellare per coprire i deficit fiscali del quinquennio, ovvero il nuovo debito. Anche solo ipotizzando una stima conservativa di 30 miliardi all’anno (meno del 2% del pil attuale), le emissioni totali nella legislatura che verrà saranno sui 1.150 miliardi.

Tornando a quanto spiegato sopra, capiamo meglio quanto sarebbe stato positivo allungare un po’ di più la vita residua del debito. Avremmo avuto minori risparmi negli anni passati, ma benefici maggiori per quelli in arrivo, con minori scadenze e ansia da prestazione. Perché, comunque vadano a finire le elezioni a marzo, il futuro premier sarà verosimilmente colui che dovrà gestire i conti pubblici sotto il nuovo corso monetario della BCE. E dalla fine dell’anno prossimo, a Francoforte non ci sarà più il buon Draghi a farci da parafulmine. Il suo successore sarà con ogni probabilità madrelingua tedesco e non aspettiamoci che capisca molto il nostro linguaggio.

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Argomenti: Debito pubblico italiano, Economia Italia, Politica, Politica italiana

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