Debito pubblico italiano tra le paure per la nostra economia e un mare di liquidità disponibile

Il debito pubblico italiano deve fronteggiare le nubi sempre più dense sui mercati finanziari con riguardo alla nostra economia. L'eccesso di liquidità esistente non è una garanzia assoluta per i nostri BTp.

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Il debito pubblico italiano deve fronteggiare le nubi sempre più dense sui mercati finanziari con riguardo alla nostra economia. L'eccesso di liquidità esistente non è una garanzia assoluta per i nostri BTp.

I dati Istat sulla produzione industriale non hanno portato alcun sollievo rispetto ai timori di una recessione ben più profonda di quella semplicemente “tecnica” già conclamata. A dicembre, l’indice si è contratto dello 0,8% mensile per la quarta volta consecutiva e del 5,5% su base annua, corretto per gli effetti del calendario. Non andava così male dal dicembre del 2012. L’economia italiana sta entrando in una spirale negativa che rischia di portarci indietro agli anni bui della crisi, quando ancora non eravamo nemmeno usciti da quella del 2008, con un pil alla fine del 2018 di 4,5 punti percentuali inferiore in termini reale.

Nessuna altra grande economia mondiale versa nelle nostre condizioni, essendo stati altrove ovunque superati gli effetti della severa recessione di ormai un decennio fa.

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La peculiarità negativa dell’Italia si riflette sui mercati finanziari, dove il livello dei rendimenti sovrani si mostra anomalo, nel senso di eccessivo rispetto non solo al “benchmark” tedesco, bensì pure al resto della periferia dell’Eurozona, Grecia esclusa. I nostri decennali offrono il 2,8% in più di un omologo tedesco, nonché il doppio di uno spagnolo e ben l’1,2% in più persino di un titolo emesso dal Portogallo sulla medesima scadenza.

I capitali dall’estero verso l’Italia fluiscono, come dimostra il successo del lancio del nuovo BTp a 30 anni, quello con scadenza settembre 2049, che ha raccolto ordini per 41 miliardi di euro, oltre 5 volte in più gli 8 miliardi collocati dal Tesoro. Tuttavia, il rendimento offerto è stato alto, pari al 3,91%, a fronte di una cedola del 3,85%, 18 punti base sopra il benchmark di riferimento sul secondario, il BTp 2048. Il conto è stato, dunque, salato. Gli investitori stranieri puntano sì sui nostri bond, a patto che siano “svenduti”. Il nostro mercato sovrano è trattato da tempo a metà tra economia avanzata ed emergente, come se servisse a placare la fame di rendimento dei fondi nelle fasi di maggiore avversione al rischio.

Record di debito pubblico emesso quest’anno

E che questa situazione stia diventando pericolosa lo dimostrerebbe anche il fatto che le emissioni di debito sovrano nelle economie OCSE risulti lievitata quest’anno a 11.000 miliardi di dollari, superando il record segnato nel 2010 con 10.900 miliardi.

A spingerle è, in particolare, l’America con il suo piano di taglio delle tasse in deficit. Per l’Italia, comunque sia, non è una buona notizia, perché quando la domanda di capitali s’innalza a livelli stellari, gli investitori istituzionali iniziano a discriminare maggiormente tra bond buoni e cattivi. E indovinate di quali facciano parte i BTp! Proprio con l’aumento della domanda, nel 2011 abbiamo subito la devastante crisi dello spread, capace in pochi mesi di farci passare da una crescita tendenziale attesa realisticamente intorno o poco più dell’1% a una recessione che durò per ben 3 anni e che sottrasse al nostro pil altri 4 punti e mezzo.

Stavolta sarà diverso? La speranza risiede nell’accresciuta liquidità disponibile sui mercati. Allora, la BCE ebbe la sprovvedutezza di tornare ad alzare i tassi senza capire cosa attendesse la nostra economia di lì a brevissimo, anzi cosa già fosse in corso. Lo stesso aveva fatto la Svezia, anche se a fronte di condizioni macro più favorevoli. Oggi, rispetto al 2011, abbiamo una BCE intervenuta nel frattempo ad azzerare i tassi, ad acquistare oltre 2.500 miliardi di euro di assets, liberando liquidità per il medesimo valore, riserve in eccesso delle banche nell’area tra 1.700 e 1.800 miliardi e la stessa Federal Reserve, che pure sta riducendo i suoi bilanci dall’attuale livello di oltre 4.000 miliardi di dollari, rispetto alla primavera del 2011 detiene assets per quasi 2.300 miliardi in più, denaro che si trova in mano agli investitori privati. Infine, la BCE terrà presto una nuova asta T-Ltro, con cui pomperà liquidità ulteriori alle banche, liberando risorse per i nostri bond.

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Cosa cambia rispetto al 2011

E se 8 anni fa si respirava ovunque, America inclusa, aria di normalizzazione monetaria, adesso si avverte l’esigenza di prorogare l’accomodamento per via della debole congiuntura internazionale.

In altre parole, è vero che i governi stiano emettendo nel complesso una quantità di titoli del debito simile a quella record del 2010, ma le condizioni sui mercati sono molto meno tese, come dimostra lo stesso fatto che i rendimenti italiani, per quanto relativamente elevati, siano comunque di gran lunga inferiori a quelli del tempo, quando un decennale offriva non meno di mezzo punto percentuale di un attuale trentennale. Siamo a cavallo? Non esattamente. Se da un lato esiste un’enorme liquidità disponibile, dall’altro essa non fluisce equamente sui vari mercati. La stessa quantità abnorme di riserve parcheggiata presso la BCE e che deriva per l’80% dalle banche del centro-nord d’Europa è la spia di questa anomalia. Si preferisce pagare all’Eurotower lo 0,4% annuo in forma di tassi negativi sui depositi, anziché investire tali disponibilità liquide in titoli come quelli di stato italiani, che già per i 12 mesi offrono rendimenti positivi. La liquidità c’è, ma non giunge a tutte le destinazioni.

Il rischio principale per i nostri bond sarebbe determinato da una completa chiusura dei rubinetti dall’estero, nel caso in cui la finanza decidesse che sarebbe più opportuno verificare l’evoluzione della nostra economia, un malato ormai cronico tra quelle ricche del pianeta. Con scadenze nell’ordine di non meno dei 350 miliardi di euro all’anno, a cui vanno sommati i deficit da finanziare, i soli risparmi interni non basterebbero, anche perché gli stessi italiani segnalano apertamente di volersi tenere liquidi per fronteggiare le avversità, piuttosto che imbrigliare i propri denari in investimenti a medio-lungo termine, il segno di una fiducia verso il futuro alquanto bassa. E così, il Tesoro deve di asta in asta tirare un sospiro di sollievo a ogni esito positivo dai collocamenti, quando sui conti bancari esistono depositati quasi 1.500 miliardi, qualcosa come l’84% del pil e 4 anni di scadenze da rifinanziare.

La crisi di fiducia verso l’Italia è la maledizione che auto-alimenta il nostro debito pubblico

giuseppe.

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