Debito pubblico italiano poco sopra il livello “spazzatura”, ma ecco perché restiamo un’economia sana

Moody's ha declassato i BTp a un gradino sopra il livello "spazzatura", ma l'economia italiana è sana e per certi versi migliore di quella di stati come la Francia.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Moody's ha declassato i BTp a un gradino sopra il livello

L’agenzia di rating Moody’s ha declassato venerdì scorso il debito pubblico italiano di un altro gradino, abbassando la sua valutazione da “Baa2” a “Baa3” con outlook stabile. Di fatto, saremmo a un solo passo dal livello “non investment grade”, brutalmente noto alla grande stampa come “junk” o “spazzatura”. Il prossimo venerdì sarà la volta di Standard & Poor’s e anche in quel caso dovremmo attenderci un “downgrade” all’ultimo gradino utile per considerare l’Italia un emittente non speculativo. Che cosa cambierebbe se i nostri BTp fossero davvero scaraventati negli abissi dei rating? Molti fondi di investimento, come quelli pensione, non avrebbero più modo di continuare ad acquistare i titoli del nostro debito sovrano, in quanto vietato dai rispettivi statuti. Anzi, dovrebbero persino liquidare entro un certo lasso di tempo le posizioni detenute. Lo stesso dovrebbe fare la BCE, che per statuto può acquistare e detenere solo titoli “investment grade”. Sarebbe una pioggia di vendite ai danni dei nostri BTp, i cui prezzi crollerebbero ancora in assenza di una pari domanda che riesca a rimpiazzare gli investitori istituzionali. Per questo, il governo sta pensando a lanciare i Cir, i Conti individuali di risparmio, con cui punta a spingere le famiglie italiane a tornare a comprare in massa titoli di stato.

A tale proposito, occorrono due precisazioni. Se anche una o un paio di agenzie di rating abbassassero la loro valutazione dei BTp a “spazzatura”, l’Italia non perderebbe formalmente il sigillo di “investment grade”, scenario che si verificherebbe solo quando tutte le quattro principali agenzie ci declassassero a “junk”. Parliamo di S&P, Moody’s, Fitch e la meno nota canadese Dbrs. Difficile al momento, pur con tutte le tensioni finanziarie in atto, che accada qualcosa di simile, più probabile che seguano altre bocciature, ma che ci tengano complessivamente nell’area di sicurezza, pur in posizione di reietti. Inoltre, dopo un massiccio “sell-off”, l’Italia percepirebbe qualche sostanzioso beneficio grazie agli acquisti dei fondi speculativi, che sui titoli “spazzatura” si buttano a capofitto. A tale proposito, si veda il Portogallo, i cui rendimenti a 10 anni viaggiano da mesi sotto il 2%, pur essendo stato da anni il suo rating tagliato a “Ba1” per Moody’s e “BB+” per S&P, sebbene le stesse agenzie abbiano riammesso di recente Lisbona tra gli emittenti più sicuri.

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I declassamenti non fanno male solo al Tesoro, in quanto innalzano il costo di rifinanziamento di tutto il sistema-Italia. Anche le banche e le società private, oltre che quelle controllate o partecipate dallo stato, dovranno verosimilmente pagare di più nei prossimi mesi per emettere obbligazioni e ri-finanziarsi sui mercati. Accade già oggi così e la ragione è semplice: Moody’s ha definito ancora basse le probabilità che l’Italia esca dall’euro, ma in aumento potenziale nel caso di surriscaldamento delle tensioni tra Roma e Bruxelles. Ciò significa che, comunque, la percezione che il nostro Paese possa tornare alla lira esiste ed è superiore a quella che si ha verso gli altri stati dell’Eurozona, persino della Grecia, dati gli umori politici e di grossa parte dell’opinione pubblica. E un investitore vuole certamente mettersi al riparo contro il rischio di vedersi rimborsato alla scadenza in una valuta diversa da quella di emissione. Pertanto, anche a parità di rating, un’emittente italiana pagherà di più di una concorrente tedesca o francese. Per non parlare di banche e assicurazioni, che pagano lo scotto di detenere complessivamente intorno ai 650 miliardi di euro in BTp, i quali svalutandosi colpiscono i loro ratios patrimoniali.

I fattori di forza dell’economia italiana

Detto ciò, l’Italia non è e non merita di essere anche solo lontanamente considerata un’economia spazzatura. Se è vero che dal 2007 abbiamo perso circa il 20% di produzione industriale e che ancora non siamo stati capaci di recuperare i livelli di ricchezza annua prodotta, restando indietro del 5,5% rispetto all’ultimo anno prima della crisi, rimane il fatto che la nostra manifattura sia la seconda d’Europa, dietro solo alla Germania, pesando per il 19% del pil. E le nostre imprese esportano la media di 50 miliardi di euro in più all’anno rispetto a quanto importano, dando vita al secondo avanzo commerciale più alto dopo la Germania in Europa, in valore assoluto. Le stesse partite correnti, che includono i flussi finanziari, lo scorso anno chiudevano in positivo per la quinta volta consecutiva e per il 2,8% del pil, quando in Francia segnavano un -0,8%. La media del lustro 2013-2017 è stata dell’1,6% del pil.

La stessa Moody’s ha riconosciuto la solidità dell’economia privata italiana. La ricchezza delle famiglie viaggia sui 4.300 miliardi di euro, circa 3 volte il reddito disponibile e 2,5 volte il pil. In teoria, nel caso in cui lo stato si trovasse a rischio default, avrebbe un mare di assets a cui attingere, di cui 1.300 miliardi tra conti correnti e depositi. Certo, non stiamo dicendo che l’ipotesi del prelievo forzoso sarebbe da accogliere positivamente, anzi si rivelerebbe una sciagura per i nostri risparmi, un secondo tradimento dello stato dopo quello ordito “inter noctem” nel 1992 sotto l’allora governo Amato. Tuttavia, se la ricchezza privata vale come garanzia teorica nelle valutazioni dei debiti sovrani da parte delle agenzie, non si può che guardare positivamente al fatto che, a fronte di un debito pubblico elevato, l’Italia goda di un’economia privata molto sana, benché gravata da mille problemi e ostacoli quasi tutti di natura statale.

Non solo, ma le famiglie italiane risultano tra le meno indebitate al mondo, esposte insieme alle imprese solo per il 173% del pil, molto meno che i privati del Nord Europa e della stessa Francia, dove l’indebitamento privato si attestava nel 2016 al 234%. Anche questo aspetto si rivela importante per capire come un’economia reagirà all’aumento del costo del denaro, perché più indebitata risulta nel suo complesso, maggiore l’onere da sostenere. E guardate bene che se in Italia ci si mostra preoccupati che l’uscita dall’accomodamento monetario della BCE sin dal prossimo gennaio colpisca i conti pubblici, nel resto dell’Eurozona i timori si concentrano su imprese e famiglie, gravate da prestiti e mutui che rischiano di diventare insostenibili e di fare crollare il castello di carte su cui poggiano le economie di molti stati. E l’Italia, con le sue tensioni politiche da un lato e lo spread impazzito dall’altro, funge da pretesto per spingere la BCE a prendersi più tempo prima di cessare gli acquisti con il “quantitative easing” e di alzare i tassi. E’ in atto una precisa strategia di “terrorismo mediatico” nell’area, che vede l’Italia indossare i panni della pecora nera, ma il cui fine sarebbe di creare le condizioni perché a Francoforte le stamperie proseguano ancora per svariati mesi.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Italia