E se il debito pubblico italiano se lo comprasse la BCE anche dopo il QE?

Debito pubblico italiano vicino a quota 2.300 miliardi. Il nuovo governo non arriva, mentre la politica finge di non vedere il problema. E se la soluzione arrivasse dalla BCE?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Debito pubblico italiano vicino a quota 2.300 miliardi. Il nuovo governo non arriva, mentre la politica finge di non vedere il problema. E se la soluzione arrivasse dalla BCE?

Il debito pubblico italiano non esiste. E’ stato tutto uno scherzo, cari lettori. A seguire la calma e i toni con cui i tre schieramenti politici presenti in Parlamento stiano gestendo malamente la fase post-elettorale, si direbbe che l’Italia non abbia alcun problema, che i cittadini possano attendere senza fretta che ciascun partito consumi i suoi tatticismi e che porti al termine la sua campagna di veti, invettive, chiusure e aperture a sorpresa per formare il prossimo governo. Quanto al contenuto delle trattative, zero. Sappiamo solo che s’intende spendere di più e risparmiare di meno, al contempo tagliando le tasse un po’ a tutti. Eppure, se non andiamo errati e senza voler essere pedanti, il nostro debito pubblico è arrivato quasi alla soglia di 2.300 miliardi e ha chiuso il 2017 al 131,8% del pil, la seconda percentuale più alta in Europa dopo la Grecia.

Abbattere il debito pubblico alzando le cedole dei bond: ecco la proposta semi-seria

Cosa ancora più preoccupante, l’economia italiana cresce lentamente anche in un contesto internazionale molto dinamico. Siamo in fondo alla classifica e unico grande Paese a non avere riacciuffato i livelli di ricchezza pre-crisi, restandone ben al di sotto. Il caos politico di queste settimane fotografo appieno lo sfaldamento socio-economico di un’Italia, che rischia di passare dalla padella alla brace nei prossimi mesi, quando la BCE inizierà a ritirare gli stimoli monetari e probabilmente alzerà i tassi entro la fine dell’anno prossimo per la prima volta dal 2011.

Grazie al governatore Mario Draghi e al suo “quantitative easing”, abbiamo potuto emettere debito a costo quasi azzerato negli ultimi anni, facendo scendere la spesa per interessi da circa il 5% al 4% del pil. Ciononostante, il nostro deficit è rimasto nei pressi della soglia massima consentita dal Patto di stabilità e il rapporto debito/pil non ha fatto che salire. Ora che il meglio sarebbe alle spalle e che nell’Eurozona si percepiscono segnali per noi preoccupanti di rallentamento, dovremmo mettere in conto sacrifici ancora maggiori per stabilizzare il debito e non per compiacere i commissari europei, quanto per non finire gambe all’aria come l’Argentina di inizio Millennio.

Serviranno più sforzi con rialzo dei tassi

Non sfuggirà ai più che non esistano nemmeno le condizioni politiche per immaginare un risanamento fiscale credibile e veloce. Non si tratta tanto di temere i populisti al governo, dato che persino i “responsabili” eurofili hanno dato prova di fallire. Il problema riguarda la non sostenibilità sul piano numerico degli sforzi richiesti per sdebitarci. Affinché il rapporto debito/pil inizi a scendere almeno un paio di punti percentuali all’anno, sarebbe necessaria un’accelerazione decisa della crescita nominale (pil + inflazione) e/o un calo del deficit pubblico. Ma l’una non arriva per miracolo, richiedendo riforme anche impopolari nel breve periodo, che puntino a risollevare la produttività e a rilanciare consumi e produzione interni. L’altro è conseguenza di una revisione della spesa pubblica ben più draconiana della “spending review” immaginata nella scorsa legislatura e, peraltro, solo parzialmente attuata.

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A conti fatti, per tendere al pareggio di bilancio dovremmo registrare un avanzo primario (al netto degli interessi) del 4% del pil, percentuale insostenibile politicamente nel medio-lungo termine. Nessuna economia vanta simili dati. L’Italia ci è riuscita nel periodo pre-crisi, ma al costo di scivolare gradualmente in un clima di protesta sociale senza precedenti e forse senza eguali nel mondo avanzato. Aldilà dei buoni propositi, difficile che le istituzioni reggano alla sfida. Urgono soluzioni credibili e risolutorie, per quanto di miracoli in vista non ve ne sarebbero.

Il nostro debito lo compra il mercato, anche se da oltre 3 anni la BCE è diventata il nostro primo acquirente. Cosa accadrà dopo la fine del QE? Tanta carta si riverserà sul mercato senza godere più di un compratore certo come Francoforte. I rendimenti saliranno, il costo del debito pure e, a parità di saldi fiscali, il deficit si avvicinerà gradualmente al 3%, anziché scendere allo zero, come richiesto dal Fiscal Compat e come si renderebbe necessario per abbassare il grado del nostro indebitamento. Che fare? A quel punto, gli aggiustamenti contabili diverrebbero superiori a quelli sonora previsti e la tensione politica a Roma rischierebbe di deflagrare nel caos.

La BCE si comprerebbe il nostro debito pubblico?

E se la BCE non smettesse praticamente più di acquistare i nostri titoli di stato? L’ipotesi appare inverosimile oggi, anche perché sarebbe vietata dallo statuto (monetizzazione del debito) e politicamente non troverebbe l’appoggio della Germania. Tuttavia, esiste il cosiddetto “Outright Monetary Transactions”, ribattezzato piano anti-spread, annunciato nell’estate del 2012 da Draghi e mai attuato. Esso prevede l’acquisto di bond sovrani nel caso conclamato di crisi macroeconomica e su richiesta del governo, dietro a precise condizioni, ovvero al rispetto di impegni sul fronte di riforme richieste dallo stesso istituto. Insomma, sarebbe un commissariamento. C’è un problema: l’OMT prevede l’acquisto per poco tempo di bond a breve termine (1-3 anni), mentre il nostro debito necessita un consolidamento, che passerebbe per un acquisto di BTp a lunga scadenza e per un numero elevato di anni a tassi reali nulli (inferiori al 2%), al fine di tendere a una spesa per interessi non superiore al nostro attuale avanzo primario, pari a circa l’1,5% del pil.

Il vero terremoto per l’euro sarà con l’addio di Draghi alla BCE, ecco lo scenario

Attuerebbe mai la BCE un simile piano, specie dopo il mandato di Draghi, magari a guida tedesca? Ad oggi, la risposta sarebbe un secco “nein”. Di mezzo, però, c’è la sopravvivenza dell’euro, perché se l’Italia non riesce a uscire fuori da questo declino in atto da almeno un quarto di secolo, l’exit strategy che a Roma s’imporrebbe sarebbe il ritorno alla lira, ovvero al controllo della leva fiscale, di quella monetaria e del cambio. Torneremmo ad avere più inflazione, a “drogare” la crescita per qualche anno, ci illuderemmo di esportare di più e successivamente saremmo punto e a capo, in assenza di soluzioni reali ai problemi. Ma le alternative non paiono più praticabili politicamente. Dunque, i tedeschi potrebbero scendere a patti, chiaramente senza offrirci pasti gratis, ma dietro l’attuazione di un piano di riforme, che verrebbe venduto agli italiani dal governo di turno quale corrispettivo per cercare di risolvere una volta per tutte il nostro problema del debito.

In questi mesi, si sta dibattendo tra Germania e Francia proprio di come dotarsi di risorse necessarie per i casi di salvataggio. L’oggetto della diatriba riguarda, però, l’ESM, il Fondo di stabilità permanente, che Parigi vorrebbe fosse sottoposto al controllo dei commissari, mentre Berlino spinge per l’indipendenza dalla Commissione, in modo da conservarne il carattere intergovernativo e libero dai condizionamenti politici. Tecnicamente, a rilevare quote crescenti del nostro debito potrebbe essere il tandem BCE-ESM, con la prima a vigilare sul rispetto delle condizioni sottese al programma. Paradossale che l’Italia sia la grande assente da questo dibattito, quando il tema ci riguarda più da vicino rispetto a ogni altro nostro partner europeo.

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Argomenti: Bce, Debito pubblico italiano, Economia Italia, quantitative easing, Spread

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