Debito pubblico italiano: gli interessi ci strangolano, ecco come la BCE dovrà abbassarli

L'Italia ha bisogno di un cambio di regole per abbattere il suo enorme debito pubblico. Continuare a chiedere più austerità rischia di fare esplodere l'euro. Ecco la possibile via d'uscita.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'Italia ha bisogno di un cambio di regole per abbattere il suo enorme debito pubblico. Continuare a chiedere più austerità rischia di fare esplodere l'euro. Ecco la possibile via d'uscita.

Il debito pubblico italiano da 2.300 miliardi di euro non smette di crescere in valore assoluto e fatica a ridursi in relazione al pil, sostando sopra il 130%. Eppure, con la sola eccezione dell’annus horribilis 2009, quello di massima crisi per l’economia mondiale, l’Italia nell’ultimo quarto di secolo ha sempre chiuso i suoi bilanci con un saldo primario attivo, cioè ha speso per beni e servizi al cittadino meno di quanto ha incassato. Poiché deve ogni anno corrispondere ai creditori gli interessi su uno stock di debito elevatissimo, il saldo finale è stato sempre negativo. Per essere sintetici, il debito pubblico italiano cresce non per le mani bucate dei governi di Roma e delle amministrazioni locali, che pure non brillano per efficienza, quanto per la necessità di dovere pagare interessi salati ai detentori dei BTp, i quali più che compensano gli attivi primari.

La verità scomoda per l’Europa sul debito pubblico italiano, esploso per salvare l’Occidente

In un articolo recente, vi abbiamo dimostrato come mediamente il debito pubblico in Italia, Spagna e Portogallo renda circa il 3%, in Germania e Francia meno del 2%. Ciò fa sì che nel Sud Europa bisogna stringere di più la cinghia per fare quadrare i conti degli stati, nonostante il rischio di default sia pressoché nullo come nelle economie “core” del Nord Europa. Chi dubita seriamente oggi che l’Italia tra 1, 2 o 10 anni non ottemperi alle sue scadenze? Nessuno, anche perché mai il nostro Paese ha dovuto dichiarare default in 157 anni di storia unitaria, contrariamente alla pur austera Germania; eppure gli investitori pretendono rendimenti 7 volte più alti per acquistare un BTp decennale, anziché un Bund di pari durata.

L’austerità fiscale non è in sé irragionevole. Se uno stato spande e spende e accumula debiti, prima o poi una regolata dovrà darsela. Inutile inveire contro la mala sorte, non esiste modo di vivere in eterno sopra le proprie possibilità, a meno che il buon cuore di qualcuno non decida di finanziarci. Tuttavia, nel caso dell’Italia, come dicevamo, è da quasi tre decenni che ci mostriamo virtuosi, senza che i mercati segnalino di prenderne atto. Le ragioni sono tante: abbiamo iniziato a registrate avanzi primari in coincidenza con la lievitazione degli interessi reali internazionali e il rallentamento della crescita economica. E l’instabilità politica perenne a Roma non crea mai certezze sul futuro del nostro Paese nell’Eurozona, né sulla direzione che verrà impressa nel medio periodo alla nostra politica economica.

Interessi il vero male per i conti pubblici italiani

Una cosa è certa, ovvero che ci siamo pericolosamente avvitati: l’Europa ci chiede più austerità e i governi che si sono succeduti negli ultimi 5 anni hanno reagito tutti più o meno stizziti, non a torto. I sacrifici, per quanto le riforme varate siano incompiute e insufficienti, li abbiamo fatti. I risultati, però, non si sono visti o sono stati brevi e scarsi, se è vero che è bastato alzare di uno zero virgola il deficit-obiettivo per fare esplodere lo spread, quando la Francia ha fatto di peggio senza incorrere in alcuna reprimenda politica e sui mercati finanziari. Se l’Italia dovrà restare nell’euro, serve mettersi d’accordo sulle condizioni, altrimenti un ritorno alla lira sarebbe all’orizzonte, piaccia o meno a Bruxelles e ai futuri governanti nostrani. Senza crescita e in un clima di costante terrore finanziario non c’è futuro e la paura serve solo nel breve come dissuasore contro passi avventati, traducendosi nel lungo termine in un humus favorevole proprio al compimento di questi ultimi.

Come richiesto da mesi dal ministro delle Politiche europee, Paolo Savona, la BCE dovrà garantire sulla tenuta del debito pubblico italiano, consentendoci di abbattere la spesa per interessi. Poiché i rendimenti si formano sul mercato, vi chiederete come faccia una banca centrale a perseguire tale obiettivo, anche volendo. La risposta è sotto gli occhi di tutti da anni. Con il “quantitative easing”, Francoforte ha azzerato il costo del rifinanziamento dei debiti sovrani, semplicemente perché lo ha voluto. Avrebbe potuto non varare una siffatta misura, che in effetti è stata definitiva “non convenzionale”, inedita nella storia delle banche centrali aderenti all’Eurosistema. Se il governatore Mario Draghi ha iniziato a comprare titoli di stato, oltre ad altri assets, nel marzo 2015 è stato solo perché ha creduto che quello sarebbe stato il modo per aiutare i governi a risanare i conti pubblici e per centrare il target d’inflazione, iniettando sui mercati 2.600 miliardi di euro in tutto in oltre 3 anni e mezzo di QE.

Le modalità tecniche con cui il piano è stato attuato, però, hanno limitato l’effetto principale che Draghi puntava a perseguire, ossia il restringimento degli spread. Aldilà del caso Italia negli ultimi mesi, essi restano elevati, segno che gli investitori continuano a discernere tra bond e bond, segmentando i mercati dei debiti sovrani. La fiducia nell’euro non è stata recuperata del tutto. Come mai? Per non irritare la Bundesbank più di quanto non avesse già fatto con l’avvio degli stimoli monetari, la BCE ha cercato di minimizzare i rischi di azzardo morale dei governi, acquistando titoli di stato sulla base della “capital key”, la quota di capitale detenuta da ciascuna banca centrale nazionale, a sua volta il riflesso delle quote di pil di ciascuna economia rispetto all’intera Eurozona. Per capirci, la Germania con un debito relativamente basso si è vista comprare da Francoforte più Bund di quanto non sia stato fatto con i BTp dell’Italia, stato più indebitato, ma dal pil inferiore. Sui mercati, ciò ha dato vita a una carenza di bond tedeschi, che ne ha spinto i rendimenti in territorio negativo fino a scadenze piuttosto lunghe.

La crisi di fiducia verso l’Italia è la maledizione che auto-alimenta il debito pubblico

La svolta possibile alla BCE

L’aggiornamento della “capital key” sfavorisce Italia e Spagna, ma la BCE non dovrebbe tenerne conto sin dal 2019 in sede di reinvestimento dei titoli in scadenza. Una buona notizia, ma la vera rivoluzione avverrebbe solo nel caso in cui tale regola fosse abbandonata in favore di una “debt key”: la BCE dovrebbe acquistare titoli sulla base delle dimensioni dei debiti sovrani alla data immediatamente precedente all’annuncio. Solo così, economie come l’Italia beneficerebbero in misura considerevole del QE e lo spread BTp-Bund si restringerebbe, consentendo ai governi di tendere davvero al pareggio di bilancio e di abbattere il rapporto debito/pil, innescando un clima di fiducia sui mercati e potendosi concentrare sul sostegno alla crescita, altro pilastro imprescindibile per il risanamento fiscale.

Al termine del QE, la BCE avrà acquistato, perlopiù tramite la Banca d’Italia, assets tricolori per 490 miliardi di euro, di cui sui 365 miliardi in BTp. Se, invece, dall’anno prossimo si decidesse di impiegare i proventi delle scadenze dando seguito a una regola basata sulle dimensioni dei relativi mercati dei debiti sovrani, al nostro Paese spetterebbero sui 500 miliardi di acquisti solo per i titoli di stato, qualcosa come circa 130 miliardi in più di quanto avverrebbe a regime vigente. Il solo effetto annuncio avrebbe la potenza di comprimere i nostri rendimenti, tagliando lo spread con i Bund. La Germania, ad esempio, sarebbe la principale “vittima” del cambio di regole, con minori acquisti di suoi titoli di stato da parte della BCE stimabili in almeno un’ottantina di miliardi. In alternativa, Francoforte si terrebbe le mani libere, non rispettando alcuna percentuale prestabilita o magari solamente una minima per non discriminare alcun emittente, allo scopo di intervenire a discrezione in favore del mercato che di volta in volta ne avrebbe più bisogno.

Insomma, serve che si ponga fine una volta per tutte alla crisi di fiducia verso l’Italia, la quale anche quando dimostra di compiere più sforzi di altri per risanare i propri conti, non beneficia appieno di un atteggiamento benevolo sui mercati, finendo per vedere frustrati i propri tentativi di riduzione della montagna di debito in rapporto al pil e dando vita a un dibattito interno non infondato sulla convenienza nel rimanere in un’unione monetaria, che ci tiene al riparo dai rischi solo fino a un certo punto e che ci offre un ombrello così piccolo, da farci rimanere esposti alle intemperie, condannandoci costantemente a un qualche malanno. Difficile trovare, però, una copertura politica a un cambio di registro così radicale, specie dopo l’era Draghi agli sgoccioli. A meno che quel “l’euro ha beneficiato soprattutto la Germania” pronunciato dal papabile successore della cancelliera Angela Merkel alla guida della CDU, tale Friedrich Merz, non riveli la presa d’atto, persino negli ambienti conservatori tedeschi, che la corda contro l’Italia sia stata tirata a lungo e fin troppo e che continuare a farlo implichi il serio rischio che si spezzi, facendo cadere tutti, anche i più forti.

Il compromesso necessario per salvare l’Italia e l’euro passa da BCE e Commissione UE

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Argomenti: Bce, bond sovrani, Crisi del debito sovrano, Debito pubblico italiano, quantitative easing, rendimenti bond, Spread, stimoli monetari