Debito pubblico italiano, come la crisi ha cambiato il peso tra i creditori

Il debito pubblico italiano è cresciuto tra il 2007 e il 2015 di oltre un terzo in valore assoluto, stravolgendo le gerarchie tra i creditori.

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Il debito pubblico italiano è cresciuto tra il 2007 e il 2015 di oltre un terzo in valore assoluto, stravolgendo le gerarchie tra i creditori.

Il 2007 resta scolpito negli annali economici dell’Italia, così come del resto dell’Occidente, come l’ultimo anno prima dello scoppio della più grave crisi finanziaria globale dai tempi della Grande Depressione. Se la maggior parte delle economie compite fatica ancora a tornare ai livelli di ricchezza toccati allora, con poche e illustri eccezioni (USA, Regno Unito e Germania), l’Italia è ben lontana dall’essersi ripresa, tanto che il suo pil è oggi di quasi il 9% in meno di quello del 2007, tenuto conto dell’inflazione. Ne ha risentito il debito pubblico, che non solo è passato da poco più del 103% di quell’anno al 133% di fine 2015, ma esso è anche cresciuto in maniera abnorme in valore assoluto, salendo nel contempo da 1.599 a 2.211,85 miliardi del novembre scorso. Il dato di dicembre, quello definitivo dell’ultimo esercizio disponibile, dovrebbe, però, essersi attestato al di sotto dei 2.200 miliardi, in virtù dell’avanzo finanziario, che tipicamente il Tesoro registra a fine anno.

Conseguenze sui creditori

Ma oltre a cambiare di dimensioni, sono avvenuti altri cambiamenti degni di nota nella composizione del nostro debito pubblico? Vediamo le cifre. Tra la fine del 2007 e il novembre scorso, le passività dell’Italia sono cresciute del 38,3%, ovvero al tasso medio annuo del 5,5%. Degli oltre 2.200 miliardi di debito, quello emesso in forma di titoli di stato (BoT, BTp, CcT, CcTeu, CTz, etc.) era nel novembre scorso pari a 1.882,159 miliardi, +564,3 miliardi di 8 anni prima, assorbendo il 92% dell’aumento intercorso in questo lasso di tempo. Nel dicembre 2007, le famiglie in Italia detenevano complessivamente crediti verso lo stato per 286 miliardi, di cui 232,6 in forma di bond. Nell’ottobre scorso, invece, tale cifra scendeva a 165 miliardi, di cui 142,1 in titoli di stato. Dunque, le famiglie italiane risultano molto meno esposte verso il Tesoro, sia in termini percentuali (dal 17,9% al 7,5%), che in valore assoluto, riflettendo con ogni probabilità una minore capacità di risparmio, così come anche una percepita minore convenienza all’acquisto di titoli dal rendimento ormai quasi nullo, se non per le scadenze lunghe e molto lunghe.        

Banche italiane sempre più esposte verso il Tesoro

E’ andata esattamente all’opposto con le banche, che  prima della crisi detenevano “solo” 371,7 miliardi di crediti verso lo stato, di cui 160 in forma di bond. Alla fine del 2011, tale somma è esplosa a 663 miliardi, di cui 401,3 in titoli di stato. Un raddoppio, dunque, conseguente proprio alla crisi dell’economia, che ha spinto gli istituti a impiegare la loro liquidità in investimenti più sicuri, anche grazie alle aste Ltro prima e al “quantitative easing” della BCE dopo, che hanno sostenuto i corsi dei bond. Le altre istituzioni finanziarie del Belpaese (fondi, assicurazioni, etc) detengono oggi 449 miliardi di debito pubblico, di cui 443 in forma di titoli di stato, più del doppio di fine 2007, quando risultavano esposte per meno di 204 miliardi, di cui 193,5 in bond. E, infine, gli investitori stranieri: la loro quota è scesa dal 42,3% di 8 anni fa, quando possedevano 677 miliardi di debito, al 35,1% odierno (776,8 miliardi). In valore assoluto, però, sono creditori del Tesoro di Roma per quasi 100 miliardi in più. L’aumento è dovuto 60 miliardi ai titoli di stato in loro possesso.

Scende il peso di famiglie e investitori stranieri, sale quello delle banche

Riepilogando: il debito pubblico italiano è cresciuto dal 2007 al 2015 di 613 miliardi. Questa crescita è stata sostenuta solo per il 16,3% dagli investitori stranieri, mentre per il 47,9% è stata assorbita dalle banche e per il 35,8% dalle altre istituzioni finanziarie. Le famiglie, invece, non hanno contribuito affatto a sostenere il rifinanziamento dello stato, avendo disinvestito per oltre 120 miliardi di euro. Allo stato attuale, quindi, gli investitori stranieri sono creditori verso il Tesoro italiani per il 35,1% della massa totale del debito (42,3% nel 2007), le banche italiane per il 30% (23,2), le altre istituzioni finanziarie con sede in Italia per il 20,3% (12,7%) e le famiglie italiane per il residuo 7,4% (17,9%).Il resto è nelle mani della Banca d’Italia. In altri termini, ad avere perso peso sono stati gli investitori stranieri e le famiglie italiane (-17,6% complessivo), mentre lo hanno accresciuto banche, fondi, assicurazioni e sim del nostro paese (+14,4%).    

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