Debito pubblico, il gioco pericoloso del governo e il bisogno del bene fiducia

Il dibattito sulla flessibilità nella gestione dei conti pubblici appare surreale, considerando i numeri del nostro debito pubblico. Presto, potremmo trovarci costretti a cambiare linguaggio.

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Il dibattito sulla flessibilità nella gestione dei conti pubblici appare surreale, considerando i numeri del nostro debito pubblico. Presto, potremmo trovarci costretti a cambiare linguaggio.

Alla fine del novembre scorso, il debito pubblico italiano si attestava a 2.212 miliardi, di cui 1.871 miliardi in forma di titoli di stato. I restanti 340 miliardi sono passività, ma non espresse in bond, quasi del tutto degli Enti locali. Il rapporto tra debito e pil dovrebbe essersi attestato al 133% a fine 2015 e quest’anno dovrebbe scendere per la prima volta dopo 7 anni di crescita incessante, ma le previsioni indicano che il calo sarà contenuto, pari a meno di un punto percentuale. L’Italia continuerà ad essere gravata dal secondo debito più “pesante” in Europa, dopo quello della Grecia. In genere, si guarda alla soglia del 140% del pil come punto di non ritorno, perché quello sarebbe lo spartiacque tra un debito sostenibile e uno non sostenibile. Grazie all’intervento della BCE, che con il “quantitative easing” acquista titoli di stato, Abs e “covered bond” per un controvalore di 60 miliardi al mese, i rendimenti sovrani sono scesi ai minimi in tutta l’Eurozona, esclusa la Grecia, che non rientra nel programma.

L’Italia sta emettendo i suoi bond a rendimenti infimi e il costo di rifinanziamento del nostro debito non è mai stato così basso, crollato ad appena l’1,35% nel 2014 e dimezzatosi ancora lo scorso anno.

Rendimenti bond bassi, ma solo per BCE

Ci troviamo dinnanzi al paradosso di possedere il debito pubblico più alto della nostra storia, ma di pagarlo a un costo minore record. Tutto bene, se non fosse che prima o poi questa fase “magica” sui mercati finanziari finirà. Non quest’anno, né forse l’anno prossimo, ma arriverà il giorno, in cui la BCE inizierà ad aumentare i tassi di interesse e a ridurre gli stimoli monetari. L’intera struttura dei tassi di mercato salirà e con essa il costo di emissione del nostro debito. Bisogna prepararsi all’appuntamento, come farebbe una formica durante la bella stagione, mettendo da parte il necessario per quando arriverà l’inverno. Ma l’Italia sta facendo tutto questo? La risposta è “ni”. Non si può certo dire che il nostro paese stia comportandosi da cicala, perché rispetta i limiti al tetto del deficit e ha tagliato in questi anni sia il rapporto deficit/pil – passato dal 3,9% del 2011 al 2,6% del 2015 – sia la spesa previdenziale, che in prospettiva rappresentava la maggiore fonte di preoccupazione per la tenuta dei conti pubblici, stabilizzandola.

  [tweet_box design=”box_09″ float=”none”] Prepariamoci all’aumento del costo del debito, non a farne di altro   [/tweet_box]        

Polemiche su flessibilità allontanano fiducia mercati

Ma le polemiche di queste settimane sulla necessità di ottenere “flessibilità” fiscale non giova alla nostra credibilità. Per prima cosa, perché non si tiene conto che, a fronte di un deficit effettivamente più basso di quello di paesi come Francia e Spagna, il nostro debito è, come dicevamo, il secondo più alto in Europa e tra i più alti al mondo. Secondariamente, lo scontro tra Roma e Bruxelles indurrebbe a pensare che il nostro paese vorrebbe uscire dalla crisi indebitandosi ancora di più, dando così ragione agli avversario tedeschi del QE, che avevano avvertito del rischio di azzardo morale, derivante dalla “repressione” dei rendimenti sovrani. La posizione del governatore Mario Draghi, infatti, ne esce indebolita e non rafforzata, perché le richieste di maggiore flessibilità danno adito proprio alle argomentazioni dei suoi detrattori. E c’è un altro motivo per consigliare al governo Renzi di fare meno propaganda sul tema delicatissimo dei conti pubblici. La quota di debito detenuta dagli investitori stranieri era nell’ottobre scorso pari al 39,1%, corrispondente a 731,5 miliardi. Siamo a percentuali di poco superiori ai minimi registrati nel 2012, quando crollò al 35%. Nel 2010, prima dello scoppio della crisi del debito, la quota in mani straniere era del 51%, ma nel giro di pochi mesi, gli investitori non italiani si sbarazzarono di ben 200 miliardi di euro di BoT e BTp, facendone impennare i rendimenti fino al drammatico 6,4% registrato per i titoli a 6 mesi ed emessi nel novembre del 2011, all’incirca nei giorni delle dimissioni da premier di Silvio Berlusconi.

Quell’evento avrebbe dovuto rimanere scolpito nell’immaginario nazionale come una lezione indimenticabile, invece, l’euforia per i rendimenti ai minimi di sempre spinge il nostro governo a rivendicare uno spazio di manovra sui conti pubblici, che non esiste in sé, non per le ostilità della Commissione europea.   [tweet_box design=”box_09″ float=”none”] Servono capitali esteri per il debito pubblico, non polemiche sulla flessibilità   [/tweet_box]      

Non è questione di sovranità, ma di numeri

Al contrario, avremmo più bisogno che mai di istillare un clima di fiducia verso il nostro ampio mercato dei bond, perché la nostra capacità di piazzare debito all’estero risulta oggi di gran lunga inferiore a quella dei principali partner dell’Eurozona. Bastino alcuni dati: il 63% del debito pubblico tedesco quotato è in mani straniere, una percentuale simile a quella di Francia e Irlanda, mentre anche nella stessa Spagna si arriva al 44%. Ciò significa che gli investitori esteri mostrano verso il nostro paese un grado inferiore di fiducia, certamente molto più basso di quello esistente nella fase immediatamente precedente alla crisi. Si potrebbe ribattere, che meno debito è comprato da stranieri, più alta è la nostra sovranità nazionale in fatto di finanze pubbliche. Nulla di più falso. Se fosse così, potremmo limitarci ad emettere il nostro debito solo sul mercato interno e avremmo risolto alla radice il problema.

Abbiamo bisogno di investitori stranieri

Qualsiasi emittente ha bisogno, invece, di attingere all’elevata liquidità sui mercati finanziari internazionali, in modo da minimizzare i costi. Ciò vale anche per gli stati. La domanda interna, a parità di rendimenti, risulterebbe altrimenti insufficiente e ciò provocherebbe un aumento dei costi di rifinanziamento, ovvero più tasse a carico del contribuente. La sovranità la pagheremmo a caro prezzo. E attenzione anche a un altro dato: le banche italiane possiedono oltre 400 miliardi di euro investititi nei nostri titoli di stato, il doppio dei livelli di fine 2011. A spingerle a detenere fette maggiori di debito pubblico tricolore è stata la prospettiva di un aumento dei corsi, grazie al sostegno della BCE, attraverso gli stimoli monetari.

Un ruolo lo ha giocato anche l’avversione al rischio, che induce il mercato a ripararsi in titoli più sicuri.          

Fuga banche da bond sarebbe un grosso guaio

Ma dall’Europa arrivano chiari segnali di insofferenza verso un legame così stretto tra bilanci bancari e quelli pubblici, tanto che la Bundesbank propone l’adozione di limiti alle banche per gli acquisti di bond governativi e la valutazione di questi ultimi non più a rischio zero. Ciò significa che prima o poi, le nostre banche dovranno ridurre le esposizioni verso i BTp e solo tornando ai livelli di appena 5 anni fa, il Tesoro andrebbe incontro a un ammanco progressivo di domanda per 200 miliardi di euro. A quel punto, chi dovrebbe sostituirle? Le famiglie, che detengono oggi appena 113 miliardi (-45 miliardi su base annua), oppure gli altri investitori istituzionali italiani, che posseggono altri circa 620 miliardi di bond? Si potrebbe anche in questo caso ribattere, che fino al 1995, prima che avvenisse la liberalizzazione del nostro mercato del debito sovrano, il 90% dei titoli di stato era in mani italiane. C’è una “piccola” differenza tra oggi e allora: avevamo la lira e un deficit elevato. Tornare a quei tempi significherebbe imbatterci nell’uscita dall’euro e in un’alta probabilità di default. E’ naturale che dovremmo confidare maggiormente sulla domanda estera e, anzi, dovremmo sperare che essa sia prontamente disponibile a rimpiazzare le minori esposizioni bancarie nostrane. Ma con il clima da “parole maschie” tra Roma e Bruxelles è difficile che riusciamo a convincere gli investitori stranieri a fare rotta sull’Italia.  

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