Debito pubblico e austerità differenziata, ecco come valutare i conti pubblici con intelligenza

Ecco come il debito pubblico dovrebbe essere ricalcolato con una formula più intelligente e che dia vita a un'austerità differenziata tra gli stati dell'Eurozona.

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Ecco come il debito pubblico dovrebbe essere ricalcolato con una formula più intelligente e che dia vita a un'austerità differenziata tra gli stati dell'Eurozona.

Il debito pubblico italiano resta il sorvegliato speciale in Europa, anche se la tensione sui nostri BTp si sta allentando da settimane e ieri il lancio del nuovo bond trentennale, quello con scadenza settembre 2049, è stato un successo oltre ogni attesa, raccogliendo ordini per 44 miliardi di euro, a fronte degli 8 miliardi piazzati dal Tesoro tramite collocamento sindacato. Ma l’economia italiana è tornata in recessione per la terza volta in 10 anni. Lo ha confermato l’Istat con l’ultimo dato sul pil nel quarto trimestre, contrattosi per il secondo trimestre consecutivo e dello 0,2% dal -0,1% precedente. Crescita e conti pubblici sono sue gambe dello stesso tavolo; quando una cede, l’altra da sola non lo regge. Un pil inferiore alle attese del governo significa due cose: entrate fiscali minori e automatico aumento del rapporto debito/pil.

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Quest’ultimo si è attestato intorno al 131% nel 2018, nettamente al di sopra della media dell’Eurozona, che si aggira intorno all’86%, con Francia e Spagna nei pressi del 100% e la Germania a un passo dal tornare sotto il 60%, il limite massimo fissato nel Patto di stabilità e ribadito dal Fiscal Compact del 2012. Come abbiamo più volte spiegato, però, non tutti i debiti sarebbero uguali, pur a parità di rapporto con i rispettivi pil. Bisognerebbe anche considerare la loro durata media residua. Se due stati hanno, per ipotesi, entrambi un rapporto debito/pil al 100%, ma uno vanta scadenze medie ponderate di 10 anni e l’altro di 5 anni, significa che il primo deve rinnovare il suo stock mediamente tra un numero di anni doppio rispetto al secondo. E questo conta, per il semplice motivo che avrà esigenze meno imminenti di rifinanziarsi sui mercati e lo stesso valore reale del suo debito risulta essere minore.

Perché le scadenze contano

Immaginate di avere un debito di 100 euro e di doverlo restituire tra 5 anni. Presupponendo di applicare un tasso di sconto del 2%, per ipotesi uguale al rendimento medio ottenuto sul mercato da un investimento a rischio zero, si ottiene che il suo valore attualizzato sarà pari a 90,57 euro, cioè: 100 : 1,025. Se, invece, scadesse tra 10 anni, effettuando un calcolo analogo, ma scontando l’interesse per il doppio del tempo, si ottiene un valore attualizzato di 82 euro. Dunque, com’è intuitivo, meglio che un debito scada il più in là possibile. E se applicassimo lo stesso ragionamento a quelli degli stati?

Prendiamo il debito pubblico italiano al 131% del pil. Se prendessimo in considerazione che ha una durata residua media di 6,78 anni, otterremmo che i 2.300 miliardi di debito varrebbero oggi effettivamente qualcosa di meno. Quanto? Qui, anziché il tasso di sconto, dovremmo tenere in considerazione quello atteso di crescita della nostra economia, sottraendovi l’altro relativo alla crescita attesa dello stesso stock di debito. Le previsioni sono sempre difficili da fare, per cui meglio sarebbe rifarsi ai dati medi di un lasso di tempo lungo, i quali indicherebbero le tendenze di lungo periodo di pil e deficit. Se volgessimo lo sguardo agli ultimi 20 anni, che coincidono con l’ingresso nell’euro, scopriremmo che mediamente il pil nominale italiano risulta cresciuto del 2,2% annuo e il debito del 3%.

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La differenza tra i due dati sarebbe negativa, ragione per cui avremmo che da qui ai quasi 7 anni di scadenza media del debito, questo dovrebbe aumentare in valore attuale, anziché diminuire. Esso varrebbe, infatti, 131% x 1,0086,78 = 138% del nostro pil attuale. Tuttavia, lo stesso accadrebbe per economie come la Francia, il cui differenziale tra crescita economica e debito è stato negativo del 2,5% nel periodo considerato. Il debito pubblico francese, oggi al 99% del pil, varrebbe così effettivamente poco meno del 120%, mentre quello tedesco (differenziale nullo) scenderebbe a meno del 57%. Si potrebbero utilizzare tassi differenti per l’uno e l’altro dato macro, magari basati sulle previsioni più realistiche e prudenziali, anziché sul passato, anche tenendo presente che nei venti anni considerati si sia vissuta la peggiore crisi economica dal Secondo Dopoguerra, che ha deteriorato conti pubblici e tassi di crescita.

Austerità differenziata con il ricalcolo

Ad ogni modo, tenere conto delle scadenze medie per il calcolo del grado effettivo di incidenza dei debiti nazionali sulle rispettive economie sarebbe più che opportuno, anche al fine di applicare sul piano delle norme una austerità fiscale differenziata. Si potrebbe, ad esempio, imporre limiti di deficit più stringenti ai paesi che superassero con il ricalcolo una soglia di indebitamento, come potrebbe essere il 100%. Paesi come Italia, Francia e Spagna vi rientrerebbero e sarebbero tenuti così ad aggiustare più degli altri i conti pubblici. Al di sotto di tale soglia, invece, l’austerità richiesta sarebbe meno assillante e magari si consentirebbero ai governi con debiti ricalcolati sotto il 60% di condurre politiche fiscali persino espansive.

Vi chiederete cosa cambierebbe rispetto ad oggi. Per l’Italia, niente in meglio. Il nostro debito è alto comunque lo si valuti. Tuttavia, almeno si farebbe chiarezza su quali siano i rischi reali paese per paese e, soprattutto, si spingerebbero i governi a consolidare i propri debiti sovrani, allungandone le scadenze medie e innescando potenzialmente un circolo virtuoso. Vero, indebitarsi con emissioni a lungo costa di più, ma la stessa Commissione sarebbe chiamata a tenerne conto ai fini della valutazione del deficit. Inoltre, ciò ridurrebbe i rendimenti nel tratto medio-breve della curva delle scadenze per via della minore domanda, per cui almeno in parte l’aggravio verrebbe compensato. In ogni caso, ai mercati verrebbe segnalato un consolidamento dei debiti, tale da minimizzare i timori sulla loro solvibilità. Se l’Italia pagasse non più l’1%, ma il 2% o il 3% come costo medio sulle nuove emissioni, ma al contempo raddoppiasse o triplicasse la durata media del suo stock, molte scadenze nei prossimi anni verrebbero meno e con esse si sgonfierebbe la paura degli investitori sulla capacità del Tesoro di fronteggiarle.

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