Debito pubblico, deficit e crescita: cocktail micidiale per il governo Renzi

La crisi dell'economia italiana non accenna ad arrestarsi e il debito pubblico potrebbe tornare a crescere dal mese di ottobre. Per quest'anno, il governo Renzi inizia seriamente a rischiare sia sul fronte dei consensi popolari, sia sul versante della credibilità sui mercati finanziari e dell'Europa. La Troika appare sempre più vicina.

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Il governo Renzi inizierebbe a confrontarsi con un tracollo di consensi, se fosse vero il risultato del sondaggio realizzato da Demos,secondo il quale la popolarità del premier sarebbe caduta di 13 punti in un solo mese, pur rimanendo relativamente alta al 43%. Anche il suo PD sarebbe crollato al 36% dal 41% di un mese fa. Segnali, forse, di quella sorte avversa toccata a tutti i suoi predecessori di questi ultimi anni al governo, dopo chi mesi dall’arrivo a Palazzo Chigi.

Il debito pubblico è sceso a settembre a 2.134 miliardi di euro, grazie all’utilizzo delle disponibilità liquide del Tesoro, secondo un trend apparentemente in discesa fino alla fine dell’anno. Eppure, stamane Mazzerio Research tuonava contro un probabile aumento dello stock del debito già ad ottobre a 2.161 miliardi, solo 7 in meno rispetto al record storico di luglio. La crescita nominale del debito è inquietante, perché si accompagna alla contrazione del pil da tre anni a questa parte, con il risultato che il rapporto tra indebitamento e pil tende sempre più ad aumentare.

 

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Il deficit si attesterebbe alla fine dell’anno al 2,9%, al di sotto del tetto massimo del 3% consentito dal Patto di stabilità. Per l’anno prossimo, il governo ha concordato con Bruxelles una discesa dello 0,3%, ma stando alle ultime indiscrezioni, la Commissione europea chiederà all’Italia una ulteriore correzione dei conti pubblici, dato che la legge di stabilità per il 2015 violerebbe gli impegni assunti dal nostro paese con il Fiscal Compact. Trattasi dell’anticamera della procedura d’infrazione, un fatto a cui nessuno vorrebbe arrivare in Europa e che metterebbe l’Italia sotto una cattivissima luce, nei confronti dei mercati.

La stessa Commissione valuterebbe solo richieste misurate, in modo da risultare credibili.

La crescita non arriva

Infine, il capitolo crescita, forse il più doloroso. L’Italia è l’unica economia dell’Eurozona a non mostrare alcun segnale di ripresa e che, anzi, vede il pil continuare a contrarsi da ben 13 trimestri, tornando ai valori del 2000. Persino la Grecia ha fatto meglio. L’assenza di crescita non fa che aggravare le stime sul futuro della nostra economia, che nel migliore dei casi, allo stato attuale, vivrebbe un’espansione prossima allo zero per i prossimi anni e una disoccupazione intorno ai massimi fino al 2017.

Le riforme strutturali, invocate all’unisono dall’Europa, potrebbero e dovrebbero accelerare il ritmo di crescita del nostro pil, ma gli effetti si avvertirebbero nel medio termine, non certo nell’immediato. Renzi è sotto osservazione proprio su questo tema. Avendo promesso di farle in poco tempo, quando sono trascorsi 9 mesi dal suo insediamento a Palazzo Chigi non è stata varata ancora alcuna riforma.

Da Londra, la stampa locale inizia a mostrare un crescente scetticismo sulla capacità dell’Italia di restare nell’euro e si parla apertamente di un molto probabile ritorno alla lira e di un prossimo attacco finanziario dei mercati contro il nostro paese, nei mesi che verranno.

La minaccia di elezioni anticipate, sempre velata nei discorsi di Renzi, iniziano a ritorcersi contro il premier stesso, come dimostrano anche i sondaggi meno generosi di un tempo. Su tutto aleggia lo spettro della Troika (UE, BCE e FMI), di cui in Italia si parla da mesi, più per esorcizzarne l’arrivo che perché si creda realmente a tale ipotesi. Ma se entro la primavera non arriveranno i risultati sperati, non sarà più una probabilità.

 

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