Debito pubblico, costo esplosivo per l’Italia con la fine del QE

Il costo del debito pubblico italiano esploderebbe con la fine del "quantitative easing". Ecco qualche numero su cui riflettere.

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Il costo del debito pubblico italiano esploderebbe con la fine del

Intervenendo al Brussels Economic Forum, il ministro delle Finanze della Grecia, Euclid Tsakalotos, ha dichiarato di intravedere rischi per paesi molto indebitati come Italia e Portogallo con la fine del “quantitative easing”. I rendimenti molto bassi di questi due paesi, ha spiegato, riflettono gli acquisti dei bond da parte della BCE, ma potrebbero impennarsi subito dopo la loro cessazione. Lo stesso Tsakalotos non ha escluso che anche i titoli ellenici possano presto essere inclusi nel programma.

Che si mostri preoccupato per noi il ministro di un paese salvato tre volte in cinque anni e che ha appena ottenuto lo stanziamento di 10,3 miliardi dai governi dell’Eurozona, senza i quali avrebbe rischiato il default in estate, quasi fa sorridere. Tuttavia, il suo ragionamento non sembra affatto insensato.

Rendimenti BTp ai minimi storici oggi

All’inizio dello scorso anno, il governatore Mario Draghi ha annunciato gli acquisti di titoli di stato dell’Eurozona, quando già erano in corso quelli di titoli Abs e dei “covered bond”, per un importo mensile complessivo di 60 miliardi, elevato a 80 miliardi sin dal mese di aprile di quest’anno (da questo mese vengono acquistati anche i corporate bond).

I rendimenti sovrani di tutta l’unione monetaria, ad eccezione di quelli dei titoli della Grecia, esclusi dal piano, si sono schiantati ai minimi storici. Prima dello scoppio della crisi finanziaria, l’Italia emetteva i suoi bond a rendimenti medi intorno al 3,5-4%, mentre lo scorso anno ha potuto farlo intorno all’1%. E nei primi mesi del 2016, le emissioni sono avvenute a un costo medio inferiore all’1%. Al momento, sul mercato secondario si hanno rendimenti negativi fino alla scadenza dei 3 anni.

Costo debito pubblico italiano esploderà con fine QE

La festa continuerà fino alla fine del QE, che ad oggi è prevista al marzo del prossimo anno, ma che probabilmente sarà rinviata di alcuni mesi, visto che il target d’inflazione nell’Eurozona è lungi dall’essere raggiunto da qui ai prossimi anni.

E cosa accadrà, quando la BCE cesserà di acquistare i titoli di stato italiani, così come quelli degli altri paesi dell’area? Per effetto della minore domanda, la legge fondamentale del mercato ci insegna che si registrerebbe un calo dei prezzi, ovvero un aumento dei rendimenti.

E teniamo conto di un altro dato: quando i rendimenti sovrani del nostro paese erano mediamente del 3,5-4%, le banche italiane detenevano BoT e BTp per 150 miliardi circa, mentre oggi hanno incrementato le esposizioni a oltre 400 miliardi. Questa anomalia ha acceso i fari delle autorità europee, che presto potrebbero introdurre una legislazione più penalizzante per la detenzione dei bond, in modo da dissuadere gli istituti dal concentrare eccessivamente gli impieghi sui titoli sovrani.

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Ripresa addio con boom rendimenti

Il mix tra fine del QE e uscita graduale delle banche dal mercato dei bond governativi spingerebbe in forte rialzo i rendimenti. Certo, rispetto al periodo pre-crisi, i tassi di mercato continuerebbero a restare bassi per un periodo ancora lungo, ma anche solo ipotizzando che con il tempo tornassimo ai livelli del 2004-2007, otterremmo che il costo di rifinanziamento del nostro debito pubblico schizzerebbe di 250 punti base come minimo (2,5%).

Ipotizzando emissioni annue medie nette di 350 miliardi, l’aggravio per le casse dello stato sarebbe nell’ordine di 8-9 miliardi e a regime arriverebbe sui 55-60 miliardi, basandoci sulla stima di un debito stabile sui 2.200 miliardi (ma certamente crescerà in valore assoluto). Ciò implicherebbe un maggiore costo per il 3,5% del pil attuale. Altro che pareggio di bilancio, Fiscal Compact e discesa del rapporto debito/pil. Sarebbe un salasso per i contribuenti, anche immaginando una probabile accelerazione del tasso d’inflazione; rischiamo di salutare chissà per quanto altro tempo ancora la ripresa dell’economia italiana.

 

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