Debito pubblico, austerità vera arriva con l’aumento dei tassi

Il debito pubblico italiano è destinato ad accelerare la sua corsa con l'aumento atteso e già iniziato dei rendimenti di mercato. E di austerità sentiremo parlare ancora più seriamente nei prossimi anni.

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Il debito pubblico italiano è destinato ad accelerare la sua corsa con l'aumento atteso e già iniziato dei rendimenti di mercato. E di austerità sentiremo parlare ancora più seriamente nei prossimi anni.

Mentre l’Italia si divide tra chi vorrebbe tornare ad elezioni anticipate al più presto e chi vorrebbe attendere fino alla scadenza naturale della legislatura, qualcosa sta cambiando sul piano economico internazionale, perché dopo un quinquennio è rispuntata l’inflazione. Governi e banche centrali dovrebbero stappare bottiglie di spumante per festeggiare l’ambito raggiungimento del traguardo.

Un po’ di crescita dei prezzi diminuisce il peso del debito pubblico, così come delle esposizioni di famiglie e imprese, “gonfiando” le entrate fiscali per il solo effetto dell’aumento nominale dei redditi imponibili. Dovremmo anche dire, che un’inflazione al 2%, anziché azzerata, sarebbe anche espressione di un’economia più vivace, ovvero di una ripresa dei consumi e degli investimenti. E’ così solo in parte e limitatamente ad alcune economie, come USA, Germania, Regno Unito e Spagna. Per il resto, l’inflazione è tornata in virtù essenzialmente della risalita delle quotazioni del petrolio. (Leggi anche: Debito pubblico generato per due terzi dalle pensioni)

Nella stessa Germania, che pure cresce quasi al 2% all’anno, l’inflazione di fondo, al netto della componente energetica e di quella degli alimentari freschi, sarebbe ancora inferiore allo 0,9%. Anche il cambio debole dell’euro gioca un ruolo in questo processo reflazionistico, aumentando il costo dei beni importati.

Stimoli BCE al capolinea

Eppure, l’aria è più preoccupata che giubilante alla BCE, in particolare, perché il ritorno dell’inflazione così veloce porrà fine quanto prima alle misure monetarie non convenzionali di questi anni, ovvero il “quantitative easing” e i tassi azzerati e persino negativi sui depositi overnight delle banche nell’Eurozona.

Gli stimoli di Francoforte saranno anche stati poco o per nulla efficaci nel far tendere nuovamente l’inflazione al target, ma su una cosa hanno funzionato perfettamente: hanno tenuto i rendimenti dei titoli di stato dell’area ai minimi storici, nonostante i debiti sovrani siano passati da circa il 65% del pil nel 2007 al 92% nel 2016 in media. (Leggi anche: Quantitative easing, stimoli quasi finiti)

Rendimenti BTp in risalita

In Italia, la crescita del debito pubblico è stata meno esponenziale che altrove, se non altro perché partivamo già da una base elevata.

In ogni caso, siamo passati dal 103,5% del 2007 al 133% dello scorso anno, decimale più o meno. Grazie al QE, abbiamo potuto rifinanziare questa montagna mostruosa di passività a costi sempre più bassi. Lo scorso anno, ad esempio, abbiamo speso per gli interessi sull’intero debito 66,5 miliardi, pari al 4% del pil, ma al 3% dello stock accumulato. Ciò, grazie al fatto che nel 2016 abbiamo potuto rinnovare il debito in scadenza a un costo medio di appena lo 0,9%, mai così basso.

Con l’inflazione in rialzo, i rendimenti sovrani stanno lentamente risalendo. Quelli italiani a 10 anni sono passati da poco più dell’1% di metà agosto 2016 al 2,2-2,3% delle ultime settimane. Gli investitori (banche, famiglie, fondi, etc.) chiedono giustamente una remunerazione più elevata per acquistare i bond, scontando prezzi futuri maggiori. Inoltre, le banche centrali stanno mettendo in conto, per quanto la BCE non abbia paventato la mossa per il prossimo futuro, tassi d’interesse più alti. (Leggi anche: Rendimenti BTp, saranno dolori per i possessori)

Deficit raddoppierebbe con rendimenti “normali”

E’ in corso una marcia di avvicinamento all’avvio del processo di normalizzazione della politica monetaria, che non sarà veloce, proprio perché passare in poco tempo da rendimenti zero o, addirittura, negativi per le scadenze brevi, a rendimenti pre-crisi comporterà dolori per i conti pubblici.

Prendiamo l’Italia: nel 2007, ultimo anno prima della crisi, quando i rendimenti rispecchiavano piuttosto fedelmente i fondamentali della nostra economia, il debito pubblico costava mediamente il 4,8%, oggi il 3%. Che cosa accadrà, quando, pur progressivamente, dovremo tornare verso quei livelli? Oggi come oggi, dire che il debito sovrano ci costerebbe quasi il 5% significherebbe pagare a regime interessi per oltre 106 miliardi, 40 in più di quanto effettivamente paghiamo e pari al 2,5% del pil di aggravio. (Leggi anche: Debito pubblico, interessi per 760 miliardi in 10 anni)

Debito pubblico potrebbe anche salire ancora rispetto al pil

Se dovessimo pagare interessi “normali”, il nostro deficit pubblico sarebbe oggi del 5%, non del 2,4-2,5%.

Ora, è vero che i tassi non si normalizzeranno in pochi mesi o in un anno, ma la prospettiva è questa, è segnata. Ipotizziamo che i rendimenti sovrani torneranno ai livelli pre-crisi in 5 anni e a un ritmo costante. Ciò implica che dovremmo calcolare 8 miliardi di spesa in più per interessi all’anno, senza tenere conto che nel frattempo il debito pubblico tende a crescere, visto il disavanzo fiscale.

Simulando una crescita del pil nominale (inflazione inclusa) del 2,5% all’anno da qui al 2021 e un deficit costante di appena 35 miliardi (previsione ottimistica), il rapporto tra debito pubblico e pil tra 5 anni scenderebbe appena al 129%. Se aggiungessimo i maggiori interessi attesi dalla normalizzazione dei tassi sul mercato, otteniamo che il rapporto sarebbe destinato persino a salire a oltre il 135%.

Certo, le variabili in gioco sono diverse e non facilmente prevedibili. L’inflazione potrebbe essere più elevata di quella simulata nel quinquennio (1,5%), così come la crescita del pil reale. I governi potrebbero anche tagliare il disavanzo con azioni mirate e abbassare così la tendenza alla crescita del debito in misura sia assoluta che percentuale. Ma se il passato ha un valore, che l’Italia riesca a centrare il pareggio di bilancio (guarda caso, obiettivo rinviato di anno in anno) appare molto poco probabile. Dopo tutto, nella simulazione appena presentata, il deficit pubblico a rendimenti costanti sarebbe atteso al 2% quest’anno (lo 0,2-0,4% inferiore alle stime ufficiali) e all’1,9% del pil nel 2021, percentuali abbastanza realistiche. Sentiremo parlare di austerità per molto tempo e forse quella di questi ultimi anni ci sembrerà una barzelletta. (Leggi anche: Debito pubblico, risanamento ancora più difficile con la fine dei tassi zero)

 

 

 

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