Debito pubblico al riparo dallo spread, ecco perché il boom dei rendimenti non fa ancora paura

Lo spread s'impenna, i rendimenti dei BTp schizzano al 2,30%, ma secondo Unicredit non sarebbe il caso di preoccuparsi. Sembra che il costo medio del debito pubblico resterà basso per anni.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Lo spread s'impenna, i rendimenti dei BTp schizzano al 2,30%, ma secondo Unicredit non sarebbe il caso di preoccuparsi. Sembra che il costo medio del debito pubblico resterà basso per anni.

Brutte notizie sul fronte dei mercati. Lo spread BTp-Bund a 10 anni s’impenna fin sopra i 175 punti base nella mattinata odierna, anche se mentre scriviamo ripiega a 171 bp, con i rendimenti decennali in area 2,27-28%. Il differenziale con i Bonos emessi dalla Spagna risulta così salito sopra gli 80 bp, ovvero ai massimi dal 2012. Cosa stia accadendo è noto: il governo giallo-verde di Lega e Movimento 5 Stelle dovrebbe nascere a ore e preoccupa il programma su cui i due partiti euro-scettici si sono accordati, che contempla posizioni di rottura con le istituzioni comunitarie e una gestione apparentemente molto poco prudente delle finanze statali, con misure per 100 miliardi di euro e prive di copertura, almeno sinora.

Perché la BCE non può cancellare il debito pubblico italiano

Ieri, il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, ha avvertito l’Italia che se non rispetterà gli impegni sul piano dei conti pubblici, a rischio vi sarebbe la stessa sopravvivenza dell’Eurozona. Si capisce meglio come il cambio euro-dollaro, complice il rafforzamento del biglietto verde sui mercati forex, sia sceso a 1,1737, ovvero ai minimi da oltre 5 mesi, lasciando sul terreno poco più del 4% nell’ultimo mese.

Lo spread non segnala un rialzo immediato del costo di rifinanziamento del debito pubblico. Anzi, in sé rispecchia solo il differenziale di rendimento con i titoli “core” tedeschi. E, dunque, bisogna guardare perlopiù al livello assoluto dei rendimenti dei BTp, in rapida ascesa in poche sedute. In poco più di una settimana, sono saliti di quasi lo 0,4%. Dovremmo iniziare a preoccuparsi per le ripercussioni sui conti pubblici? No, secondo uno studio presentato in queste ore da Unicredit e che, almeno per il momento, esclude che la crisi dello spread possa impattare negativamente sul Tesoro.

Al riparo dallo spread per anni?

La banca premette che già è stato completato più del 50% del programma di emissioni dei titoli a medio-lunga scadenza per quest’anno. Per l’esattezza, sono stati collocati sul mercato 125 miliardi di bond. Da giugno a dicembre, le emissioni nette saranno di appena 10 miliardi, spiega, ovvero tenendo conto dei BTp in scadenza e degli acquisti realizzati dalla BCE, stimati nell’ordine dei 15 miliardi nel periodo. Dunque, anche a fronte di un’impennata dello spread, gli effetti concreti sul costo del debito sarebbero nulli o quasi. Anzi, esso continuerebbe a scendere, anche stando allo scenario più pessimistico per il breve periodo. Vediamo le simulazioni.

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Dall’inizio dell’anno ad oggi, il costo medio del funding è stato dello 0,68%. Se anche nel resto del 2018, i rendimenti continuassero ad attestarsi agli stessi livelli, il costo medio sarebbe nell’anno dello 0,55%, nettamente più basso del costo medio dei titoli in scadenza. Dunque, gli interessi complessivamente sborsati per rifinanziare il debito scenderebbero ancora. Nello scenario meno ottimistico di un rialzo dei rendimenti di 20 punti base per le scadenze medio-brevi e di 100 punti base per quelle medio-lunghe, il costo medio del funding salirebbe allo 0,75%. In quello più pessimistico (e improbabile per Unicredit) di un rialzo di 100 bp lungo l’intera curva delle scadenze, il costo medio salirebbe all’1,10%, meno della metà di quello dei bond che quest’anno arriveranno a scadenza (2,23%). Dunque, il peso degli interessi sarebbe inferiore a quello dello scorso anno anche nel peggiore dei casi.

E per il 2019? Non ci sarebbe più la BCE a comprarsi i nostri titoli, per cui i rendimenti sono attesi in crescita. Di quanto? Mediamente allo 0,90% stando allo scenario centrale, arrivando all’1,53% per le scadenze medio-lunghe. Tuttavia, considerando che arriveranno a scadenza titoli con rendimenti medi al 2,25%, si avrebbe ugualmente un abbassamento dei costi sull’intero debito. E solo se si realizzasse lo scenario peggiore di un rendimento medio del 2,53%, si registrerebbe una lieve crescita del costo, ma impercettibile per le finanze statali. Secondo Piazza Gae Aulenti, infatti, il costo medio resterà sotto il 3% fino al 2025 e ciò dovrebbe proteggerci da possibili shock. Era al 4% nel 2012.

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Argomenti: bond sovrani, Debito pubblico italiano, Economia Italia, rendimenti bond, Spread

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