Debito pubblico, 480 miliardi da rimborsare entro l’anno prossimo: ma risparmiare sugli interessi resta possibile

Il debito pubblico italiano in scadenza tra quest'anno e il prossimo ammonta già a 480 miliardi di euro, senza tenere conto delle nuove emissioni. Abbiamo ancora l'opportunità di allungarne la vita e di risparmiare comunque sulla spesa per interessi.

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Il debito pubblico italiano in scadenza tra quest'anno e il prossimo ammonta già a 480 miliardi di euro, senza tenere conto delle nuove emissioni. Abbiamo ancora l'opportunità di allungarne la vita e di risparmiare comunque sulla spesa per interessi.

Il debito pubblico italiano è salito a novembre al nuovo record di 2.345,3 miliardi di euro, anche se tra riduzione attesa delle disponibilità liquide del Tesoro a dicembre e avanzo finanziario nel mese per effetto delle consuete ricche scadenze fiscali, alla fine dello scorso anno dovrebbe essersi attestato in area 2.310 miliardi, di cui 1.960 miliardi in forma di titoli di stato, stando agli stessi dati del Dipartimento del Tesoro. Di questi, 107,5 miliardi sono BoT, ossia titoli con scadenze entro l’anno, per cui tutti da rimborsare al dicembre prossimo. Quest’anno, al netto delle emissioni nette, le scadenze da rimborsare ammontano a poco meno di 286 miliardi di euro. Trattasi di titoli emessi mediamente 4,7 anni fa, i quali presentano una longevità notevolmente più bassa dei 6,78 anni dell’intero stock, anche se la componente a medio-lungo termine risulta emessa mediamente più di 7 anni fa.

Perché il debito pubblico italiano continua a costare sempre meno, anche con lo spread alto

L’anno prossimo, le scadenze ammontano a un controvalore di 196 miliardi di euro e i relativi bond risultano emessi in media 7,2 anni fa, al netto dei BoT di nuova emissione, che verosimilmente saranno ancora nell’ordine dei 100 miliardi, oltre i 7,7 miliardi di annuali già emessi la settimana scorsa e che abbasseranno la data media di emissione a poco più di 5 anni. Dunque, i rimborsi da effettuare dovrebbero attestarsi a poco meno di 300 miliardi.

L’evoluzione del debito e la sfida delle scadenze

Lo scorso anno, dovremmo avere speso in interessi sul debito qualcosa di grosso modo simile al 2017, cioè sui 65-66 miliardi di euro, tenendo presente l’esplosione dei rendimenti nella seconda metà dell’anno. Considerando che i titoli che arriveranno a scadenza nei prossimi mesi furono emessi mediamente prima del crollo dei rendimenti, avvenuto con il varo del “quantitative easing” del 2015, dovremmo scontare anche per quest’anno un effetto sostituzione positivo per i conti pubblici, nel senso che i bond rimborsati saranno con ogni probabilità, salvo sorprese negative sul fronte spread, rimpiazzati con altri meno costosi. Immaginando per semplicità che tutti i titoli in scadenza nel 2019 siano stati emessi esattamente 4,7 anni fa, cioè intorno alla metà del 2014, il loro costo medio si attesterebbe intorno al 3%. Ciò significa che l’Italia otterrà ulteriori risparmi fino a quando emetterà nuovo debito per rimborsarli a rendimenti medi ponderati inferiori al 3%.

Attualmente, ciò implica che potremmo emettere debito con scadenze medie fino ai 15 anni, perché solo a partire dai BTp 2034 i rendimenti lievitano sopra il 3%. E, attenzione, perché depurando il dato dai BoT, scopriamo che dovremmo tornare tra la fine del 2011 e gli inizi del 2012 per stimare il costo medio dei bond di medio-lungo termine in scadenza, il cui costo sarebbe così stimabile al 5% o anche più, trattandosi dei mesi di massima tensione per il nostro mercato sovrano. E ad oggi, nemmeno il BTp 2067, che è la scadenza più lontana, rende anche solo lontanamente a tali livelli.

Dunque, avremmo l’opportunità ancora di allungare le scadenze senza intaccare la spesa complessiva per gli interessi sul debito, la quale potrebbe benissimo continuare a scendere. Quanto all’anno prossimo, computando i BoT, sarebbe come immaginare che tutti i titoli da rimborsare siano stati emessi a inizio 2015, quando i rendimenti italiani erano iniziati a crollare sotto la media del 2%. Dunque, l’operazione di consolidamento sarà per allora più complicata da portare avanti, specie se la BCE dovesse nel frattempo anche segnalare l’intenzione di alzare i tassi o lo avesse iniziato a fare. Oggi come oggi, infatti, il 2% viene raggiunto già dalle scadenze superiori ai 5 anni. Al netto dei BoT, il discorso cambierebbe ancora una volta, perché i rimborsi farebbero riferimento a titoli emessi mediamente sempre a oltre 7 anni fa, quando i rendimenti erano alti.

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Allungare la vita del debito aiuterebbe i conti pubblici

Riepilogando: l’Italia dispone ancora di una finestra temporale per continuare ad emettere debito con scadenze più lunghe e il cui costo, pur in risalita da 8 mesi, risulterebbe pur sempre inferiore a quello medio sostenuto sui titoli a medio-lungo termine da rimborsare. Questo significa che quei 6,78 anni di durata media dello stock di debito negoziabile sul mercato secondario possono e devono salire, segnalando una riduzione del rischio per via della minore esposizione alle variazioni dei tassi. Per ipotesi, se quest’anno emettessimo solo debito a 15 anni per rimborsare le scadenze e per finanziare il deficit fissato al 2%, riusciremmo ad allungare la durata media del debito a 8,4 anni e sarebbe un ottimo segnale per i mercati.

Se, poi, facessimo lo stesso per il 2020, la durata salirebbe ancora sopra i 9 anni e già il debito da rinnovare crollerebbe a poco più del 10% del pil, quando ancora quest’anno siamo costretti a emetterne per una percentuale doppia. Certo, supporre di eliminare le emissioni di BoT e di rimpiazzarle tutte con debito a lunga scadenza appare arduo, ma ci importa sottolineare la tendenza che si avrebbe puntando sul consolidamento del debito, cosa che con ogni probabilità il mercato saluterebbe rispondendo con un calo dei rendimenti nel tratto medio-breve della curva e con apprezzamenti infimi o nulli in quello lungo e lunghissimo. Risparmieremmo qualche miliardo in meno di interessi nell’immediato, rispetto a quanto avverrebbe mantenendo costante la longevità media dello stock, ma negli anni saremmo premiati per lo sforzo compiuto. E un governo di legislatura già ne raccoglierebbe i risultati.

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