Debito mondiale sempre più alto e Washington studia un riparo dalle crisi

Si moltiplicano gli eventi creditizi negativi e il Fondo Monetario Internazionale studia alcune possibili soluzioni per sventare le impasse tra stati e creditori.

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Debito mondiale in crescita preoccupa il Fondo Monetario

Troppi default annunciati o quasi quest’anno. Dal Libano all’Argentina, passando per Ecuador, Belize, Suriname e Zambia, stanno moltiplicandosi i casi critici. Del resto, il debito pubblico mondiale quest’anno salirà sopra la soglia psicologica del 100%. L’emergenza Covid ha acuito criticità e tendenze che vanno avanti da qualche decennio e che sembrano inarrestabili. Senonché il Fondo Monetario Internazionale (FMI) sta notando con preoccupazione che al verificarsi di eventi creditizi avversi, le relazioni tra debitore e creditori si rivelino meno facili di un tempo.

Un caso eclatante di questi mesi è stato quello dell’Argentina, che pure ha evitato strascichi giudiziari ultra-decennali come per il default di inizio millennio. Da ultimo, c’è il caso dello Zambia. Qui, uno dei problemi emersi è la frammentazione degli obbligazionisti. Negli ultimi anni, la platea degli investitori risulta sempre più diversificata, mentre fino a non molto tempo fa eravamo abituati a pensarla come composta quasi esclusivamente da istituzionali occidentali. Una situazione, di cui è chiamato a prendere atto l’imminente vertice del G-20 finanziario.

Per queste e altre ragioni, l’istituto di Washington propone di puntare in misura maggiore sugli State Contingent Debt Instruments (SCDI), vale a dire obbligazioni che legano i pagamenti alle condizioni economiche degli stati emittenti. Esistono già, ma ad oggi non hanno trovato grosso riscontro sul mercato per diverse cause. Anzitutto, sono poche e il relativo mercato risulta poco liquido. Secondariamente, contengono spesso clausole limitative dei guadagni dei creditori anche in condizioni macro favorevoli e, non meno importante, i dati a cui fanno riferimento possono essere a volte manovrati dagli stessi governi, per cui questi strumenti appaiono perlopiù inappetibili e poco credibili.

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Le proposte del Fondo Monetario

L’FMI vorrebbe che fossero utilizzati in maniera diffusa e standardizzata, che prevedessero finanche l’assenza di un tetto ai guadagni per l’investitore, così da renderli appetibili, e che fossero previste clausole di conversione anche in quote di società pubbliche, nonché che i pagamenti fossero legati a dati non manovrabili dai governi, come sarebbero i prezzi delle materie prime esportate.

Qual è il problema? Sempre più stati hanno difficoltà a ristrutturare i loro debiti secondo gli accordi con i rispettivi creditori, perché nei fatti essi rischiano semplicemente di rinviare di qualche anno il default. Senza crescita non c’è debito sostenibile e per crescere, però, servono spesso riforme economiche che non si ha il coraggio di varare. Fino ad oggi, l’FMI è intervenuto perlopiù su questo secondo aspetto, vale a dire nell’assistenza dei governi in crisi tramite l’erogazioni di prestiti condizionati alle riforme. Adesso, vorrebbe sbilanciarsi di più nella creazione di strumenti che in sé contemplino possibili riduzioni o sospensione dei pagamenti a favore dei creditori nel caso di eventi (catastrofi, pandemie, etc.) e dinamiche macro avversi.

Ad esempio, se l’economia di un paese è fortemente dipendente dal petrolio, si potrebbe emettere debito che leghi le cedole e magari lo stesso capitale alle quotazioni del greggio, così da sventare sul nascere possibili difficoltà finanziarie. Il mercato non vede di buon occhio tali strumenti, perché teme di perdere la certezza dei crediti vantati. L’FMI stesso teme che un simile dibattito su ampia scala spinga gli investitori a discriminare più di oggi tra debiti sicuri e debiti a rischio, scartando i secondi a favore dei primi e accentuando le difficoltà dei governi alle prese con difficoltà fiscali.

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Anche l’Italia coinvolta nel problema

Questo discorso, che in apparenza può risultare legato esclusivamente alle economie emergenti o in via di sviluppo, riguarda l’Italia più da vicino di quanto pensiamo.

In Europa, le Clausole di Azione Collettiva, che si vorrebbero rafforzare a partire dai prossimi anni, altro non sono che una facilitazione delle controversie tra stati e obbligazionisti nel caso in cui i primi richiedessero una ristrutturazione dei debiti, mutando a loro favore le condizioni dei titoli emessi. In teoria, dovrebbero andare a beneficio di stati in affanno come l’Italia, nella pratica si mostrano al contrario pericolose, segnalando al mercato che investire in alcuni bond sia effettivamente più rischioso di quanto ci s’immagini.

Che la situazione a livello mondiale non sia serena lo dimostra il dibattito di questi giorni sulla cancellazione dei debiti in mano alla BCE. Siamo solo alle proposte sui giornali, nulla di ufficiale, ma il fatto che ad essersene occupati siano stati i rappresentanti delle istituzioni comunitarie, dal presidente dell’Europarlamento, David Sassoli, al governatore della BCE, Christine Lagarde, è il segno che i leader stiano prendendo coscienza che dopo il Covid la vera emergenza potrebbe essere la gestione di un debito divenuto altissimo e che si regge in piedi solo con tassi d’interesse azzerati o negativi. E l’FMI vuole preparare per tempo gli stati a indebitarsi con strumenti meno rigidi e a loro più favorevoli nella cattiva sorte.

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