Debito italiano non al sicuro da una nuova crisi di fiducia, avverte la Bundesbank

Debito pubblico italiano esposto a una nuova ondata di sfiducia sui mercati. La Bundesbank avverte: con la flessibilità serve anche accettare la conseguenza di un default e l'uscita dall'euro.

di , pubblicato il
Debito pubblico italiano esposto a una nuova ondata di sfiducia sui mercati. La Bundesbank avverte: con la flessibilità serve anche accettare la conseguenza di un default e l'uscita dall'euro.

Dalla residenza dell’ambasciatore tedesco a Roma, il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, ha avuto modo ieri di comunicare il suo punto di vista all’establishment italiano. Non che le sue idee siano poco chiare o ignote al mondo della finanza, dell’economia e della politica europea, ma l’occasione è stata molto proficua per spiegare fino in fondo cosa pensi dell’Eurozona e, in particolare, dell’Italia il numero uno della banca centrale tedesca. Da Weidmann si potrebbe dissentire e anche profondamente, ma l’uomo esibisce una visione coerente e così solida, da fare invidia al resto d’Europa. Per essere chiari, di un tipo così nel nostro paese non vi è traccia. Pur essendo uno strenuo oppositore del governatore della BCE, Mario Draghi, nelle ultime settimane lo ha difeso a spada tratta dagli attacchi del governo tedesco, stupendo la stampa. Lo ha fatto forse per un tornaconto personale (ambisce a succederne nel 2019?), ma anche e probabilmente, soprattutto, per rimarcare l’indipendenza della banca centrale rispetto al potere politico. Anche in questo caso, frutto di una visione coerente del mondo.

Possibile nuova crisi debito sovrano

Tornando a Roma, Weidmann ha ribadito tutte le sue critiche a quei paesi come l’Italia, che da un lato – per dirla con le parole del premier Matteo Renzi – rivendicano autonomia sulla formazione del bilancio statale contro le ingerenze dei “burocrati di Bruxelles”, dall’altro chiedono l’emissione degli Eurobond, ovvero la condivisione dei rischi sovrani. Sul punto, il tedesco è non solo chiaro, ma anche tristemente profetico: condividere i rischi implica che il controllo dei bilanci nazionali spetterà a un’istituzione comunitaria, ma allo stato attuale, spiega, non si vedono le condizioni per compiere un simile passo, visto che l’Italia spende il suo tempo in Europa per chiedere un ammorbidimento delle regole fiscali, errore compiuto anche dalla sua Germania nel 2003-’04, ammette. E aggiunge: c’è il rischio di un ritorno della sfiducia sui mercati sui debiti sovrani degli stati del Sud, i quali non hanno approfittato del tempo loro concesso dalla politica monetaria ultra-espansiva della BCE per risanare i conti pubblici e rilanciare la crescita nel medio-lungo termine con le riforme strutturali, ma anzi lo hanno speso per rivendicare maggiore flessibilità.

Cosa accadrà, si chiede, quando la BCE tornerà ad alzare i tassi?      

Accettare rischio default e uscita da euro

Il giudizio di Weidmann sull’operato del nostro paese appare severo, ma non pregiudiziale: bene riforme come il Jobs Act, male sul fronte dei conti pubblici. E ribadisce la sua richiesta di porre un tetto alla detenzione di titoli di stato da parte delle banche, così come la sospensione dei pagamenti sul debito pubblico in scadenza per 3 anni, qualora uno stato chieda aiuto al fondo di salvataggio europeo. Il governatore ha inteso far capire agli italiani quanto alta sia la preoccupazione dei tedeschi sullo stato di salute del nostro paese, specie sul fronte della gestione dell’elevato debito pubblico. Per questo, puntualizza che la richiesta di maggiore flessibilità debba accompagnarsi con l’accettazione delle conseguenze, compresa quella di dichiarare default, se necessario, nonché di uscire dall’euro.

L’aut-aut tedesco

Accettabile o meno che sia il discorso di Weidmann, ci interessa capire quale sia il nodo centrale del suo ragionamento. Egli segnala al nostro paese quanto segue: volete gestire i vostri conti pubblici come meglio credete? Bene, ma questo porta a due conseguenze: niente condivisione dei rischi sovrani e accettare anche l’ipotesi estrema di dovere dichiarare default e di uscire dall’Eurozona. L’unione fiscale, conclude, sarebbe la soluzione migliore. D’altronde, il pensiero è logico e da tempo vi abbiamo spiegato come sia impossibile richiedere contemporaneamente più flessibilità, ma scaricandola sui contribuenti degli altri paesi con la mutualizzazione dei rischi; salvataggi più o meno pubblici delle banche (contravvenendo al “bail-in”), ma al contempo pretendere il completamento dell’Unione bancaria, ossia un sistema solidale europeo.

   

Argomenti: , , , , , , , , , , , , , ,