Debiti e tassi, quanto rischiano le famiglie italiane con la stretta BCE? C’è una sorpresa

Il debito mondiale è salito nei pressi del suo record storico e vale oltre 3 volte il pil. Ma se è allarme per le famiglie nel Nord Europa, in Italia la situazione è molto più tranquilla.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il debito mondiale è salito nei pressi del suo record storico e vale oltre 3 volte il pil. Ma se è allarme per le famiglie nel Nord Europa, in Italia la situazione è molto più tranquilla.

Siamo in un mondo di debiti. A certificarlo è l’ultimo aggiornamento dell’Institute of International Finance (Iif), che ha stimato in 237.000 miliardi di dollari l’indebitamento globale al quarto trimestre del 2017, pari al 317,8% del pil di tutto il pianeta, solo il 4% in meno rispetto al picco massimo mai registrato prima e che si ebbe nel terzo trimestre del 2006, ovvero a circa un anno dallo scoppio della potente crisi finanziaria, che avrebbe travolto l’economia mondiale. In valore assoluto, rispetto ad allora il debito mondiale è aumentato di 70.000 miliardi. Come sempre, le percentuali medie poco ci dicono della situazione nei singoli stati, né a carico di chi siano i debiti. E così, scopriamo che è record storico per le famiglie di Belgio, Canada, Francia, Lussemburgo, Norvegia, Svezia e Svizzera, mentre soltanto in due tra le economie avanzate – Irlanda e Italia – le famiglie presentano tassi di indebitamento inferiori al 50% del pil. Presso le economie emergenti, invece, risultano saliti quasi al 100%, con la Corea del Sud al 94,6%.

Debito USA alla base dell’economia mondiale, senza sarebbero guai

A leggere i dati internazionali, le famiglie italiane risulterebbero tra le più solide sul piano finanziario, esposte al settembre scorso per il 41,2% del pil, quando la media nell’Eurozona era in quel mese del 58%. Nella stessa Germania, economia ad alto tasso di risparmio, l’indebitamento delle famiglie era superiore al 53% del pil. Ai vertici della classifica, invece, troviamo Svizzera (127,5%), Australia (120,9%) e Danimarca (116,8%). Gli stessi dati OCSE, ma aggiornati ancora al 2015, ci riferiscono una realtà sostanzialmente simile: famiglie italiane indebitate per l’88% del loro reddito disponibile, meno del 93% di quelle tedesche, del 109% delle francesi, del 121% delle spagnole, per non parlare del 293% delle danesi, del 276% delle olandesi, del 220% delle norvegesi e del 213% delle svizzere.

Problema Nord Europa

Insomma, abbiamo un problema Scandinavia. E più volte negli ultimi anni vi abbiamo spiegato che l’allarme nel Europa esiste ed è elevato, perché molte famiglie hanno potuto continuare a pagare il mutuo solo grazie ai tassi azzerati, ma già nel 2013, ad esempio, il mercato dei mutui in Danimarca iniziava a scricchiolare, man mano che un centinaio di migliaia di clienti delle banche si ritrovò tutto a un tratto a dover pagare la rata intera, per via delle peculiari modalità di erogazione dei cosiddetti “mutui only interest”, sbarcati a Copenaghen dal mondo anglosassone un decennio prima.

Picco in Danimarca dei mutui only interest

Guardando all’andamento degli ultimi 20 anni, scopriamo che nel 1995 le famiglie italiane risultavano esposte per appena il 38,5% del loro reddito disponibile, quando in Germania si superava il 97%. Dunque, da noi il rapporto si è impennato di quasi 2,3 volte, mentre tra le famiglie tedesche è leggermente sceso, un trend quest’ultimo assai inusuale presso le economie avanzate, che dimostra la solidità finanziaria privata, oltre che pubblica, della locomotiva d’Europa.

Queste cifre ci consentono di guardare con meno pessimismo del dovuto alla nuova fase a cui andremo incontro nei prossimi anni, quella rialzista dei tassi, che avrà inevitabili ripercussioni negative sui bilanci delle famiglie indebitate e dei governi. L’aumento di un punto percentuale degli interessi, ad esempio, impatterebbe a regime sulle famiglie italiane per circa 7 miliardi di euro all’anno. Le conseguenze sarebbero immediate per coloro che risultano esposte con debiti a tassi variabili, mentre per le altre non cambierebbe nulla, ma man mano che i debiti verranno rifinanziati e supponendo che il livello dei nuovi debiti, in ogni caso, sia non inferiore a quelli arrivati a scadenza, a tanto ammonterebbe la lievitazione dei costi. Una cifra, che equivarrebbe a quasi lo 0,9% del reddito disponibile.

Ricchezza privata in Italia molto alta

Un pari incremento dei tassi avrebbe un impatto ben più cruento in Scandinavia, pari mediamente al 2,5% dei redditi delle famiglie e a oltre l’1% del pil. Dunque, una stretta monetaria rischia di provocare turbolenze presso il Nord Europa, molto meno in Italia, almeno sul piano privato. Da noi, al contrario, i principali problemi si avranno per i conti pubblici, dati i maggiori livelli di indebitamento dello stato, quando la Norvegia, a rigore, avrebbe un debito pubblico nullo, al netto degli assets del fondo sovrano da oltre 1.000 miliardi di dollari. Nel complesso, un rialzo medio dei tassi dell’1% si mangerebbe più del 3% del pil mondiale, ricchezza che dovrebbe essere impiegata per pagare gli interessi, distolta dai consumi, dagli investimenti, da forme diverse di spesa pubblica e dai risparmi accantonati. Trattasi, comunque, di un gioco a somma zero, ovvero i flussi finanziari passerebbero da famiglie, imprese e stati e finirebbero principalmente nelle casse delle banche e delle altre istituzioni finanziarie.

Ma creditori possono essere le stesse famiglie, in qualità di risparmiatori e piccoli investitori (obbligazionisti, etc.). Si consideri, ad esempio, che la ricchezza finanziaria degli italiani nel 2017 si è attestata a 4.300 miliardi di euro. Di questa, 1.240 miliardi risultava depositata in banca o in contanti, 328 miliardi in obbligazioni e 14,5 miliardi in altri crediti di natura finanziaria. Nel caso di un rialzo dei tassi, a beneficiare sarebbero i titolari proprio di bond e altri titoli di credito (ma non subito, dato l’effetto depressivo sui prezzi dei titoli). A conti fatti, un rendimento medio in crescita dell’1% porterebbe ai risparmiatori italiani non meno di 3,5 miliardi all’anno in più all’anno, senza contare i depositi in banca, che oggigiorno sono diventati sostanzialmente infruttiferi e che potrebbero essere più remunerativi nei prossimi anni. Basterebbe, ad esempio, uno 0,5% di interesse in più per assicurare ai risparmiatori un paio di miliardi.

In pratica, alla fine il conto per le famiglie potrebbe risultare meno salato di quanto si pensi, grazie all’elevata ricchezza accumulata e al basso grado di indebitamento. Certo, la figura del creditore e quella del debitore non coincide perfettamente, anche perché difficile che chi abbia un mutuo al contempo si trovi un banca un deposito infruttifero o abbia un gruzzoletto investito in obbligazioni. Pertanto, qualcuno guadagnerà e altri perderanno. Al netto, il saldo sarebbe negativo, ma non poi di così tanto. L’economia privata in Italia resta sana, nonostante tutto. Quella pubblica è tutto un altro discorso.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia