Dazi USA: Trump propone il 5% su tutte le importazioni, si sollevano dubbi

Dazi USA al 5-10% su tutti i beni importati. La proposta della futura amministrazione Trump punta a incentivare la produzione manifatturiera interna, ma con il rischio di un boomerang economico, se mal congegnata.

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Dazi USA al 5-10% su tutti i beni importati. La proposta della futura amministrazione Trump punta a incentivare la produzione manifatturiera interna, ma con il rischio di un boomerang economico, se mal congegnata.

C’è sgomento nel Partito Repubblicano, dopo che dal “transition team”, la squadra che guida la transizioni al 20 gennaio verso la nuova amministrazione USA a guida Donald Trump, è trapelata l’intenzione del presidente eletto di imporre dazi doganali del 5% su tutti i beni importati. In realtà, sappiamo ancora poco di quali siano le reali intenzioni del prossimo inquilino alla Casa Bianca su questo tema.

Ad esempio, non è chiaro se tale dazio sia aggiuntivo o sostitutivo delle attuali tariffe previste. Se fosse sostitutiva, l’aggravio sui prodotti cinesi sarebbe non eclatante, raddoppiando per i beni agricoli e salendo del 2,1% per quelli non agricoli. Diverso il discorso, invece, se si trattasse di un dazio aggiuntivo a tutte le tariffe sinora applicate, perché si tradurrebbe in una tassa da ben 100 miliardi di dollari, a carico dei consumatori americani. E nelle ultime ore, gira persino l’indiscrezione di una proposta di dazio unico al 10%, che sarebbe implementata da Peter Navarro, da poco nominato da Trump a capo del National Trade Council, l’organo preposto al commercio USA e veemente critico dei cinesi.

Andiamo con ordine. Sulle politiche commerciali di Trump, sappiamo due cose: che la prossima amministrazione repubblicana ritirerà gli USA dal TTP (“Trans-Pacific Partnership”), l’accordo di libero scambio con altri undici paesi del Pacifico, tra cui Giappone, Australia e India; che minaccia l’adozione di un dazio del 45% sui prodotti cinesi, se Pechino non la smette di svalutare lo yuan, rendendosi furbescamente competitiva sui mercati internazionali. (Leggi anche: Commercio mondiale, Trump potrebbe portargli fortuna?)

Dazio USA al 5%, difficoltà tecniche

Il dazio unico al 5% dovrebbe essere percepito come una proposta rassicurante da parte di Pechino, che non si vedrebbe discriminata dagli USA rispetto alle altre economie e non affronterebbe alcuna batosta sul fronte tariffario, anche perché essa stessa applica sulle merci agricole americane un dazio del 9,7% e sui prodotti non agricoli del 5%.

Tuttavia, la proposta di Trump rischia di essere una cattiva idea, oltre che difficilmente applicabile. Gli USA fanno parte dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), in cui esistono sul tema regole ben precise.

Una di queste impone a ciascun paese aderente il principio del pari trattamento: i dazi applicati devono essere uguali per tutti i partner commerciali, salvo che per quelli con cui siano stati siglati accordi specifici di libero scambio. (Leggi anche: Russia nel WTO a 20 anni dalla fine dell’URSS)

 

 

 

 

Lo scontro USA-Cina

L’America fa parte di numerosi accordi commerciali, tra cui il NAFTA, l’area che unisce commercialmente USA, Messico e Canada. Non sarà possibile, quindi, per Washington applicare un dazio del 5% su tutte le merci importate negli USA da qualsiasi paese, se questa risultasse superiore al tetto massimo consentito dagli accordi WTO. E bisogna, infine, vedere se sulle merci importate dalla Cina non vi saranno imposizioni superiori, cosa che porterebbe non solo a una guerra commerciale tra le due potenze, ma anche a uno scontro piuttosto duro in seno al WTO.

In teoria, infatti, qualora l’Organizzazione dovesse trovare che Washington non seguisse le regole del commercio mondiale, dovrebbe sospendere gli USA, giustificando come reazione l’adozione da parte del resto del pianeta di tariffe doganali più alte contro le merci americane. (Leggi anche: Guerra commerciale, Trump attacca la Cina)

La proposta del border adjustment

E’ evidente, che non trattandosi di un’economia marginale del pianeta, bensì della prima e indiscussa, non si arriverà a tanto, perché significherebbe davvero la fine del WTO e della globalizzazione. Tuttavia, di tensioni con i principali partner commerciali potrebbero nascerne tanti, se questi subissero un incremento dei dazi pagati per esportare negli USA. E si tenga anche conto, che tale misura sarebbe baciata da un’altra già annunciata dalla prossima amministrazione: il “border adjustment”.

In sintesi, si tratta di un meccanismo fiscale di incentivo alle esportazioni USA, basato sulla mancata detraibilità per le imprese americane dei costi dei beni importati, mentre il costo di produzione dei beni esportati sarebbe integralmente detratto ai fini del pagamento delle tasse.

Per questa via, come vi abbiamo spiegato in un altro articolo, s’intende sostenere anche le esportazioni di greggio e la produzione energetica interna. (Leggi anche: Petrolio USA, perché gli sforzi OPEC potrebbero essere inutili)

 

 

 

 

Tassa da 100 miliardi sui consumatori USA

D’altronde, la politica commerciale di Trump è forse la ragione principale per cui è stato eletto presidente un mese e mezzo fa. Il tycoon ha promesso di far ridiventare grande l’America (“Make America Great Again” è il suo slogan), riportando il lavoro nelle fabbriche dall’estero. I dazi non hanno mai raggiunto questo obiettivo, riducendo le dimensioni della ricchezza e potenzialmente distruggendo posti di lavoro in altri settori. Si tratterebbe pur sempre di fare pagare ai consumatori americani una tassa fino a 100 miliardi, ovvero di sottrarre consumi a beni e servizi prodotti anche negli stessi USA. Se mal congegnata, la misura si tradurrebbe in un boomerang per l’economia a stelle e strisce.

 

 

 

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