I dazi di Trump mandano il tilt il WTO, ma a tradire il commercio mondiale sono tanti

L'America di Trump spaventa l'Europa e, in particolare, la Germania della cancelliera Merkel. Ma tutti hanno scheletri nell'armadio sul commercio mondiale e tutti ne hanno violato le regole in vari modi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'America di Trump spaventa l'Europa e, in particolare, la Germania della cancelliera Merkel. Ma tutti hanno scheletri nell'armadio sul commercio mondiale e tutti ne hanno violato le regole in vari modi.

La cancelliera Angela Merkel ha fatto appello al presidente Donald Trump, venerdì scorso, sostenendo che “una corsa al ribasso” sarebbe disastrosa per tutti. La UE, che ha minacciato ritorsioni, si augura di essere esentata dai dazi USA su acciaio e alluminio, rispettivamente imposti con una tariffa del 25% e del 10%. Ad oggi, risulta che solo Messico e Canada, legati agli USA da un accordo di libero scambio di nome NAFTA, abbiano beneficiato di esenzioni dai dazi, che arrivano a poche settimane dall’annuncio di altre tariffe su pannelli solari e lavatrici. L’obiettivo di Trump consiste nel tagliare almeno parte di quel deficit commerciale da 800 miliardi di dollari all’anno (4% del pil), frutto a suo dire di “accordi stupidi” siglati da Washington con numerose altre economie.

Se agli esordi della sua presidenza in molti speravano che quell’America First pronunciato nel suo discorso d’insediamento fosse semplicemente retorica, adesso tutti hanno capito che non è così. E la grande minaccia di Trump si rivolge non solo alla Cina, bensì pure alla Germania, quando promette di alzare i dazi sulle auto europee importate negli USA, se non otterrà l’abbassamento dei dazi europei su prodotti e servizi americani. E qui casca l’asino, perché a Bruxelles si finge tanto di essere liberali e sostenitori del libero commercio, quando i fatti raccontano di una realtà differente.

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Le ragioni dell’America

Gli americani impongono sulle auto europee importate un dazio del 2,5%, mentre la UE uno del 10% sulle auto americane. Ad essere più protezionista, quindi, nel caso specifico sarebbe l’Europa. Peggio va con la Cina, che impone sulle auto importate, americane comprese, un dazio del 25%, 10 volte più alto di quello USA. Mediamente, l’America applica tariffe più basse sulle importazioni di beni e servizi di quelle imposte dalla UE. Il discorso, tuttavia, sarebbe più complesso. Le barriere commerciali sono di due tipi: tariffarie e non. Quanto alle prime, nessun dubbio che l’economia americana sia più aperta di quella europea, imponendo dazi quasi sempre più bassi sulle importazioni dall’estero, tranne che per semi oleosi e grassi. Tuttavia, tra aiuti di stato, tasse sulle esportazioni, embargo alle importazioni, sussidi alle esportazioni, restrizioni varie e altre misure, gli USA vantano quasi 450 forme di protezionismo, un numero senza eguali nel mondo e che si confronta con appena un centinaio della UE.

Dunque, entrambe le sponde dell’Atlantico vantano buone ragioni per confutare le argomentazioni altrui. L’America ha buon gioco nel pretendere dazi più bassi sulle proprie merci, l’Europa a chiedere minori forme di protezionismo non tariffario. Entrambe avrebbero potuto ripianare le divergenze con la firma del TTIP, l’accordo di libero scambio, che la cancelleria Angela Merkel e l’ex presidente François Hollande non ebbero il coraggio di firmare nel 2016, sempre attenti alle scadenze elettorali, dopo che Bruxelles aveva trattato per 3 anni con gli USA di Barack Obama. Lo stesso Trump, dopo essere entrato alla Casa Bianca, si disse disponibile a riaprire le trattative, ma dall’Europa non giunsero aperture.

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Tutti sfuggono alle regole WTO

Il commercio mondiale è minacciato alle basi da chi lo aveva sostenuto nei decenni passati, mentre viene difeso strenuamente dalle economie emergenti e a medio reddito come la Cina, che vedono in esso un meccanismo fondamentale per lo sviluppo. Tuttavia, non è stato Trump il primo a metterlo in discussione, né quello a tradirne di più le ragioni ideali. Nel mondo, secondo l’Organizzazione per il Commercio Mondiale (WTO) esistono almeno 420 aree di libero scambio, che altro non sono che la creazione di zone entro le quali commerciare a condizioni privilegiate rispetto al resto del pianeta. Ad esempio, il NAFTA consente dal 1994 a USA, Canada e Messico di scambiarsi merci e servizi senza dazi, creando un’area privilegiata per le rispettive imprese, a tutto svantaggio di chi vi è fuori, con distorsioni economiche spesso evidenti.

Lo spirito del libero commercio mondiale non è esattamente questo. Queste numerose aree di libero scambio al loro interno celano spesso il tentativo di sfuggire alla regola del dazio minimo, secondo cui un’economia deve applicare a tutti gli altri paesi la tariffa minima imposta a uno di loro su una determinata categoria merceologica, tranne che questa trovi applicazione all’interno di un’area di libero scambio. Esempio: il paese A impone un dazio del 5% sulle auto del paese B, ma vuole tenerlo al 10% sulle auto importate dal resto del mondo. Per rendere tale politica compatibile con le regole del WTO, i due paesi stringono un accordo di libero scambio anche solo limitato a pochi beni e/o servizi e con ciò dribblano lo stesso spirito del commercio mondiale, nei fatti creando integrazioni economiche dalle quali risulta escluso il resto del pianeta.

WTO a rischio crisi fatale

Per il WTO, l’amministrazione Trump rappresenta una grande sfida. Non solo gli USA stanno bloccando le nomine dei giudici preposti alla risoluzione delle controversie tra stati, ma l’organizzazione dovrà assumere adesso una posizione sui dazi di Washington, che sarebbero teoricamente legittimi solo se gli USA riuscissero a dimostrare che i paesi a cui sono rivolti esportano a prezzi inferiori rispetto ai costi di produzione, a causa di politiche di dumping. Dunque, una tariffa del 25% sull’acciaio europeo sarebbe legittima se il governo americano dimostrasse che l’Europa vende la lega metallica negli USA a un prezzo del 25% più basso di quanto le costi produrla.

E dazi generalizzati di questo tipo difficilmente troveranno una giustificazione ortodossa, con la conseguenza che il WTO si troverà nella situazione assai imbarazzante di dovere ammettere che il principale socio suo fondatore non starebbe seguendo le regole. Difficile immaginarne la sopravvivenza senza. E allora c’è tutta la sensazione che Trump voglia riscrivere le regole del commercio mondiale, a salvaguardia di quella manifattura, che vale poco più di un nono dell’economia americana, contro quasi un quinto di quella tedesca ed italiana. Più che un addio al libero scambio, sembra che l’amministrazione americana punti a un suo riordino in senso meno favorevole a economie come la Cina, che esportano a pieni ritmi grazie a dumping perseguiti dallo stato e a una non reciprocità nell’applicazione delle regole, che nei fatti ha alimentato ad oggi le delocalizzazioni da Europa e Nord America. E Bruxelles sarà costretta a trattare, come segnalano i malumori dei tedeschi per la dura reazione verbale dei commissari all’indomani dell’annuncio dei dazi di Trump. A Berlino hanno capito che l’America fa sul serio e che se si alzano i muri, si rischia una rovinosa guerra commerciale per un’economia, come quella europea, che nel 2017 ha esportato verso gli USA merci per quasi 152 miliardi di dollari netti.

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Argomenti: Economia Europa, Economia USA, Presidenza Trump

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