I dazi di Trump su acciaio e alluminio spaventano i mercati, la Cina non c’entra

La "guerra" dell'acciaio non riguarda la Cina, colpisce proprio le potenze alleate dell'America. Cos'ha in mente il presidente Trump e perché i suoi dazi farebbero male proprio all'economia USA.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
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Si avvarrà della Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962 il presidente Donald Trump per imporre dazi fino al 24% sull’acciaio e il 10% sull’alluminio. In pratica, l’amministrazione americana invocherà ragioni di “sicurezza nazionale” per innalzare barriere doganali sui due beni. Una scelta, che fa discutere l’America e che viene ritenuta sbagliata sotto diversi profili dalla stragrande maggioranza di analisti e investitori, i quali temono adesso che il mondo scivoli verso una guerra commerciale generalizzata. La decisione non è ancora ufficialmente presa, ma questa sembra l’intenzione della Casa Bianca, che ritiene di dovere stimolare la produzione nazionale per evitare che la difesa, ad esempio, si esponga eccessivamente alla dipendenza di potenze straniere. E oggi, proprio in contrasto con i timori espressi dalla comunità finanziaria e dai politici di mezzo mondo, Trump ha pubblicato un tweet piuttosto eloquente, il quale confermerebbe il peggiore dei timori: “Le guerre commerciali sono buone e facili da vincere”.

Gli USA producono la media annua di 82 milioni di tonnellate di acciaio e nel 2016 ne hanno importato circa 30 milioni di tonnellate. Tuttavia, contrariamente a quanto si pensi, la Cina non solo non fa la parte del leone, ma figura in 11-esima posizione tra le economie esportatrici verso l’America con le sue 790.000 tonnellate. In realtà, i dazi di Trump rischiano di colpire, in particolare, i partners della NAFTA, ovvero Canada e Messico, che esportano la media rispettivamente di 5,1 e 2,7 milioni di tonnellate all’anno negli USA, rappresentando nel complesso oltre un quarto delle importazioni a stelle e strisce. Problemi anche per la Germania con 1,1 milioni di tonnellate esportate, così come per Corea del Sud (3,5 milioni), Giappone (1,95 milioni), Brasile (4 milioni), Turchia (2,2 milioni) e Russia (1,9 milioni). Contraccolpo anche per l’Italia, che negli USA vende all’anno sulle 450.000 tonnellate di acciaio.

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A conti fatti, la decisione di imporre dazi non avrebbe molto a che vedere con l’obiettivo di Trump di tagliare il deficit commerciale annuo con la Cina e che nel 2017 ha toccato il record di 375 miliardi di dollari, il 70% del totale USA. Anche azzerando tutte le importazioni di acciaio cinesi, infatti, non si risparmierebbe nemmeno un miliardo. Né i posti di lavoro sarebbero il reale motivo di questa misura, visto che nell’ultimo decennio il calo di produzione domestica di acciaio è stato di quasi 18 milioni di tonnellate all’anno, “bruciando” 13.000 occupati, un numero non piccolo, ma nemmeno eclatante per un’economia che vanta quasi 155 milioni di occupati.

E se a pagare fossero proprio gli americani?

Proprio perché saremmo dinnanzi a un capitolo nuovo della “guerra commerciale” in atto tra le grandi potenze economiche mondiali, ieri le borse hanno vistosamente ripiegato, con il comparto siderurgico chiaramente ad essere il più colpito. ArcelorMittal ha perso il 4%, Salzgitter il 4,7%, ThyssenKrupp il 3%. I dazi di Trump rischiano di fare più male all’Europa e al Nord America che alla Cina, sebbene Pechino abbia annunciato misure ritorsive come risposta alle mosse prossimamente adottate da Washington e la stessa Bruxelles si è detta pronta a reagire.

I mercati temono che la strategia di utilizzare ragioni di sicurezza nazionale in maniera così estensiva sia solo la punta di un iceberg, ovvero di una politica ben più ampia dell’amministrazione americana, tesa a innalzare barriere commerciali indiscriminatamente e senza guardare in faccia nessuno. Non sappiamo, però, se alcune economie saranno esentate dai dazi, se questi si concentreranno solo su quelle importazioni da paesi non alleati o inseriti in una “black list” sulla base di criteri relativi a presunte forme di concorrenza sleale, alle quali aveva già reagito, a dire il vero, l’amministrazione Obama sin dalla fine del 2015 con l’imposizione di un maxi-dazio del 256% contro l’acciaio cinese e uno molto più contenuto per quello sudcoreano e dell’Italia. Se così non fosse, le paure sinora serpeggianti tra gli alleati si materializzerebbero e alla fine si potrebbe arrivare a un’erezione di barriere tariffarie e non, che colpirebbero i volumi del commercio mondiale.

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E il rischio per Trump è di fare un buco nell’acqua. Dazi su alluminio e acciaio si tradurranno in prezzi più alti per una svariata quantità di beni, tra cui le auto e i prodotti militari, con la conseguenza che a patirne potenzialmente sarebbero proprio, oltre ai contribuenti, quelle industrie della “Rust Belt” che il presidente vorrebbe aiutare, ma i cui costi di produzione rischiano di salire, a discapito dei margini o con contraccolpi sulla domanda, nel caso in cui fossero scaricati sui prezzi. L’economia americana risulterebbe danneggiata anche dall’eventuale ritorsione delle economie straniere con l’imposizione di dazi a loro volta su alcuni prodotti esportati dagli USA. E la Silicon Valley farebbe bene a stare attenta.

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Argomenti: Economia USA, Presidenza Trump

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