Dazi sul Made in China, Trump raddoppia la minaccia: ecco le ragioni del brusco cambio di passo

Trump minaccia dazi contro la Cina, nonostante si fosse a un passo dall'accordo commerciale. Ecco perché la Casa Bianca mostra di avere cambiato atteggiamento con Pechino.

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Trump minaccia dazi contro la Cina, nonostante si fosse a un passo dall'accordo commerciale. Ecco perché la Casa Bianca mostra di avere cambiato atteggiamento con Pechino.

E’ bastato un tweet della Casa Bianca di ieri per rimettere tutto in discussione. Quando sembrava essere vicinissimi a un accordo commerciale tra USA e Cina per evitare una escalation sui dazi, ecco che il presidente Donald Trump ha minacciato di elevare da questo venerdì dal 10% al 25% le tariffe su beni importati dall’economia asiatica per 200 miliardi di dollari, nonché di prenderne in considerazione l’imposizione, sempre al 25%, su altri beni per un valore complessivo annuo di 325 miliardi di dollari, che al momento risultato non soggetti a dazio. Uno choc sui mercati, che non l’hanno presa bene, con i futures a Wall Street a far prevedere oggi un’apertura in deciso calo e la Borsa di Shanghai che ha già accusato un duro -6,4%, mentre lo yuan si è indebolito dello 0,7% contro il dollaro, portandosi a un tasso di cambio di 6,78.

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Cos’è successo? Non c’è un’unica spiegazione prevalente. Venerdì scorso, la Corea del Nord ha lanciato per la prima volta dal 2017 un missile balistico a breve gittata, un fatto che in America è stato colto tra il disappunto e lo stupore, dato che i due colloqui tra il leader di Pyongyang, Kim Jong-Un, e Trump sembravano almeno avere allontanato gli scenari bellici più cupi. Secondo Washington, il lancio non sarebbe stato possibile senza la benedizione di Pechino, che adesso rischia di pagare dazio nel senso letterale del termine. Probabile, però, che quella di Trump sia una mossa da pokerista, tesa a strappare alla Cina alcune importanti concessioni alla vigilia di una possibile firma dell’accordo. Sta di fatto che il vice-premier Liu He ha cancellato la sua visita in America, prevista per questa settimana.

La pressione sulla Fed

Terza possibile spiegazione: Trump starebbe approfittando dell’andamento dell’economia americana migliore delle attese – venerdì, i dati sul lavoro USA ad aprile hanno registrato la discesa del tasso di disoccupazione ai minimi dal 1969, pur con una lieve decelerazione della crescita salariale – per accrescere la pressione sulla Federal Reserve e indurla a tagliare i tassi quanto prima. All’ultimo board del 30 aprile – 1 maggio, il governatore Jerome Powell ha mostrato di voler resistere alle richieste di allentare la politica monetaria, pur sostenendo che sull’economia americana peserebbero alcune debolezze.

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La minaccia dei dazi sarebbe proprio tra i fattori principali a incombere negativamente sulla crescita degli USA ed eventualmente a spingere la Fed a tagliare i tassi. L’obiettivo di Trump appare chiaro: impedire che l’America vada in recessione prima della fine del 2020, quando cercherà la rielezione alla Casa Bianca. Per ora, sembra che la contrazione del pil sia tutt’altro che vicina. E se Trump cercasse di avvicinarla per reagirvi prontamente e correre per un secondo mandato già con alle spalle il problema risolto? Una strategia chiaramente molto rischiosa, ma che rispecchia la psicologia di un presidente-tycoon abbastanza propenso al rischio e che, forse, vorrebbe utilizzare la minaccia di ieri anche per avvertire la nuora (Cina), affinché suocera (Europa) intenda.

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