Davvero l’Italia può ricevere 20 miliardi di dollari dal Fondo Monetario senza condizioni?

I Diritti Speciali di Prelievo sono stati aumentati di 650 miliardi di dollari, di cui una ventina spettante al nostro Paese. Vediamo come stanno le cose.

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DSP del Fondo Monetario

La leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ha inviato una lettera al Corriere della Sera per chiedere al premier Mario Draghi di considerare l’ipotesi di impiegare a sostegno dell’economia italiana i 20 miliardi di dollari spettanti al nostro Paese grazie all’aumento dei Diritti Speciali di Prelievo (DSP) del Fondo Monetario Internazionale.

In questi giorni, il board dell’istituto di Washington ha approvato l’aumento proposto dal direttore generale Kristalina Georgieva da 650 miliardi di dollari (456 miliardi di DSP). La bulgara ha definito “storica” la decisione. Per la terza volta dalla loro istituzione nel 1967, il Fondo Monetario ha accresciuto i DSP e per un valore nettamente superiore ai 161,2 miliardi decisi nel 2008 per contrastare la crisi finanziaria mondiale.

I DSP sono un’unità di conto del Fondo Monetario, il cui valore riflette un paniere di cinque valute: dollaro USA, euro, sterlina, yen giapponese e dal 2015 anche lo yen cinese. L’aumento delle riserve per 650 miliardi di dollari punta ad accrescere la liquidità globale, così da consentire alle economie più povere di entrare in possesso delle risorse necessarie per combattere il Covid-19 e potenziare indirettamente il tasso di crescita globale.

Il prestito del Fondo Monetario a quali costi e condizioni?

Nelle intenzioni del Fondo Monetario, gli stati ricchi dovrebbero cedere i loro DSP agli stati più poveri. Tecnicamente, l’operazione avviene così: uno stato che desideri accedere ai DSP entro il limite della propria quota nel capitale dell’ente fa richiesta alla banca centrale di uno stato membro disponibile a concedere il prestito. Questo non ha alcuna scadenza, ragione per cui nei fatti si tratta di un’erogazione a fondo perduto.

Semmai, bisogna pagare gli interessi. Essi sono fissati sulla base dei tassi di mercato a 3 mesi dei prestiti erogati nelle valute che compongono il paniere. Al momento, si aggirano intorno allo zero.

Se l’Italia decidesse di accedere ai DSP, potrebbe farlo fino alla sua quota del 3,17%. Sui 650 miliardi appena aumentati e disponibili sin dal 23 agosto, farebbero 20,6 miliardi di dollari. Al cambio attuale, circa 17,5 miliardi di euro. Un punto di PIL. Cosa farne? Investirlo a sostegno della ripresa economica o abbattere le emissioni di BTp per limitare l’aumento del debito? Ed esistono costi e condizioni annesse?

Partiamo dalle seconde: no, a differenza dei prestiti del Fondo Monetario erogati sulla base dei programmi di assistenza, le erogazioni di DSP sono incondizionate. Non esiste al momento alcun costo monetario. Bisogna semmai considerare quale sarebbe la percezione sui mercati circa il fatto che uno strumento, nato per assistere i paesi poveri, venga eventualmente sfruttato da un’economia ricca del G7. Gli investitori potrebbero considerare l’operazione come una sorta di mossa disperata. Ma con una comunicazione efficace e Draghi a Palazzo Chigi, il problema non sussisterebbe. Resterebbe l’imbarazzo di un grande stato a caccia di denari del Fondo Monetario come un’Argentina o un Venezuela qualunque.

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