Davvero la Svizzera è un porto sicuro contro i rischi dell’euro?

La Svizzera risulta molto esposta all'euro, per cui siamo sicuri che portarci i nostri capitali sarebbe una buona strategia per tutelarci dai rischi nell'area?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Svizzera risulta molto esposta all'euro, per cui siamo sicuri che portarci i nostri capitali sarebbe una buona strategia per tutelarci dai rischi nell'area?

Il ritorno delle tensioni nell’Eurozona ha rafforzato nuovamente il franco svizzero, che negli ultimi 6 mesi ha messo a segno il 4,5% contro la moneta unica. La scorsa primavera, il cambio tra le due valute si era riportato a 1,20, il livello minimo fissato dalla Banca Nazionale Svizzera (BNS) dal settembre del 2011 fino al gennaio 2015, quando l’istituto fu costretto ad abbandonare il “peg” unilateralmente introdotto, a causa degli eccessivi afflussi dei capitali stranieri. Che cos’è accaduto? Con la crisi finanziaria mondiale prima e, soprattutto, dopo che nell’unione monetaria i debiti di vari stati, tra cui l’Italia, erano stati presi di mira sui mercati finanziari, si registrarono ingenti deflussi finanziari verso la Svizzera, considerata un porto sicuro per gli investitori di tutto il pianeta. Il franco svizzero si rafforzò così contro l’euro di circa il 27% in appena 3 anni, con la BNS a dovere imporre un cambio minimo di 1,20 per evitare che l’economia elvetica scivolasse in un mix di deflazione e recessione.

La Svizzera è seduta su un tesoro che non può sfruttare

Tuttavia, se già tra l’estate del 2008 e quella del 2011 l’istituto aveva visto espandersi di 150 miliardi di franchi le riserve valutarie iscritte a bilancio, sotto il “peg” queste esplosero di altri 230 miliardi, arrivando alla bellezza di 510 miliardi. Per non rischiare una destabilizzazione finanziaria, il governatore Thomas Jordan dovette alzare bandiera bianca e accettare una repentina e vigorosa rivalutazione del franco, abbandonando a sorpresa il cambio minimo. L’euro crollò all’istante di quasi il 20%, similmente a tutte le altre valute. E così, la BNS ha dovuto fino alla fine dello scorso anno continuare a rastrellare euro, dollari, etc, per impedire una sopravvalutazione del franco, accumulando riserve valutarie per altri 280 miliardi e arrivando all’apice di 790 miliardi di franchi. Gli interventi della banca centrale elvetica sono stati ridotti quest’anno, tanto che le riserve al 30 settembre risultavano in calo a meno di 740 miliardi, di cui una quota del 38% denominati in euro e una percentuale quasi pari in dollari. Considerando anche l’oro, il bilancio sale a 803,3 miliardi, quasi il 120% del pil.

La Svizzera troppo esposta verso l’euro?

Ora, il riaffiorare delle tensioni sull’Italia stanno nuovamente rafforzando il cambio svizzero, anche se non si registrano sul mercato variazioni significative. Tuttavia, siamo davvero sicuri che portare i soldi nel paese alpino sia una buona strategia per proteggersi contro il rischio di “break-up” dell’euro? Pensiamoci bene un attimo. Se la crisi dello spread in Italia degenerasse e il nostro Paese fosse costretto a lasciare l’Eurozona, il valore della moneta unica sprofonderebbe per il semplice fatto che il mercato avrebbe perso la certezza sull’integrità dell’unione monetaria e prenderebbe di mira le potenziali prossime vittime. A quel punto, inizierebbero i guai per la BNS, che tra le sue riserve conterebbe qualcosa come 280 miliardi di franchi espressi in euro, corrispondenti al 40% del pil elvetico. In altre parole, il valore delle riserve dell’istituto crollerebbe per effetto del tonfo dell’euro, anche se possibilmente il trend negativo sarebbe attutito da un contestuale apprezzamento del dollaro, dato che i capitali si sposterebbero verosimilmente verso gli USA, oltre che la stessa Svizzera.

Franco svizzero, ecco perché sconfessa le previsioni del mercato

Immaginate cosa significherebbe, ad esempio, se l’euro perdesse un buon 30% contro il franco: in breve, svanirebbe dal bilancio della BNS qualcosa come il 12% del pil domestico. Sarebbe una destabilizzazione finanziaria molto violenta, per cui nel caso di scenario avverso probabilmente Jordan o chi per lui dovrebbe tornare a scendere in campo con l’imposizione di un nuovo cambio minimo per impedire che l’euro si svaluti troppo ed esporti deflazione e instabilità in Svizzera. Ed ecco che la BNS sarebbe costretta ancora una volta a rastrellare quanti più euro possibili sul mercato per difendere il “peg”. E se questo dovesse mostrarsi insufficiente a parare il colpo? Non vi sarebbe altra via se non rassegnarsi a iscrivere a bilancio tutte le perdite inflitte dal crollo della moneta unica. A pagare sarebbero il governo confederale e i cantoni, a cui annualmente vanno gran parte dei dividendi distribuiti dall’istituto. Il peggio arriverebbe se risparmiatori e investitori dell’Eurozona si affrettassero a ritirare in massa i loro capitali dal paese, banche incluse, per fronteggiare eventuali crisi di liquidità e monetizzare i guadagni realizzati dagli investimenti nel super franco. A rischio vi sarebbe la tenuta finanziaria della pur granitica economia alpina. Che fine farebbero davvero gli euro depositati presso le banche svizzere o investiti in titoli?

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Argomenti: Crisi Euro, Franco svizzero