Il lavoro in Italia? Poco, precario e per i più anziani

I dati sul lavoro in Italia a settembre confermano le criticità della nostra economia, incapace di creare opportunità sufficienti e solide.

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I dati sul lavoro in Italia a settembre confermano le criticità della nostra economia, incapace di creare opportunità sufficienti e solide.

Gli ultimi dati dell’Istat mostrano un mercato del lavoro sostanzialmente stabile in Italia a settembre, quando il tasso di disoccupazione è rimasto invariato all’11,1%. Già questa suona come una notizia negativa, visto che non esiste istituto statistico pubblico o indipendente, nazionale o internazionale, che non veda un’accelerazione della ripresa economica italiana in questi mesi. Il pil dovrebbe crescere quest’anno forse anche dell’1,5%, il tasso più elevato da un decennio a questa parte, eppure ancora i progressi compiuti sul fronte dell’occupazione restano quasi impercettibili. In un anno, il numero dei disoccupati è diminuito di appena 155.000 unità, portando la percentuale in calo di solo mezzo punto. A titolo di confronto, nello stesso arco di tempo la disoccupazione è scesa di circa 3,5 punti in Spagna e di 2 punti in Portogallo, dove è adesso in linea con quella dell’Eurozona, ovvero all’8,9%. E nell’intera area, il calo è stato nell’ordine dell’1%. (Leggi anche: L’imbarazzante ripresa del lavoro in Italia in due grafici)

Il tasso di occupazione resta stabile al 58,1%, in ribasso tendenziale dello 0,6%. In valore assoluto, il numero degli occupati è cresciuto in un anno di 326.000 unità a quota 23,162 milioni, di cui +387.000 lavoratori dipendenti e -60.000 autonomi. Tra i primi, tuttavia, 361.000 sono contratti a termine e appena 26.000 quelli fissi. In pratica, oltre il 93% dei nuovi posti di lavoro creati negli ultimi 12 mesi risulta non stabile. Altro dato in sé non estremamente positivo riguarda l’eccessiva concentrazione della nuova occupazione tra gli over-50 (+415.000), che assorbono il 95% dei posti creati, al netto dei -110.000 distrutti nella classe di età 35-49 anni, perlopiù riflettendo in questo caso un calo demografico. Sarebbe il segnale che i giovani continuerebbero ad essere esclusi dalle poche opportunità che si stanno avendo con la ripresa dell’economia.

Pochi posti creati e non per i giovani

E, in effetti, il tasso di disoccupazione giovanile scende di appena l’1,2% al 35,7%, tra i valori più alti in tutta Europa, insieme a Grecia e Spagna. Scende – ed è una buona notizia – il numero degli inattivi, ma di pochi decimali, arretrando dello 0,4% al 34,4%, pari a -189.000 unità in un anno.

Riassumendo brutalmente: pur con il vento in poppa della più robusta crescita economica dal 2007, l’Italia riesce a creare pochi posti di lavoro, quasi tutti precari e per la quasi totalità in favore dei lavoratori più anziani. Cosa accadrebbe, se il tasso di crescita del pil rallentasse? Lo scenario non appare improbabile, dato che l’accelerazione di questi mesi è dovuta essenzialmente a un rinvigorimento delle condizioni esterne, ovvero alla più solida crescita mondiale, sostenuta da un cambio ancora debole, tassi bassi e un petrolio relativamente a buon mercato. Se non riusciamo a creare sufficienti posti di lavoro in queste condizioni, quando dovremmo farlo? (Leggi anche: Giovani in Sicilia tra peggio messi d’Europa)

 

 

 

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