Dallo spread alla pandemia, Italia incorreggibile agli occhi dell’Unione Europea: sul Recovery Fund credibilità perduta

L'ennesima crisi politica in pochi anni accentua la diffidenza dei partner europei sulla capacità del nostro Paese di riformarsi.

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Dpcm e Governo in crisi

Alle convulsioni della politica italiana siamo abituati da generazioni e generazioni, ma hanno decisamente stancato i partner dell’Unione Europea. Il governo Conte formalmente ha incassato la fiducia in entrambe le Camere, sebbene nei fatti il premier sia ormai un’anatra zoppa. Senza i voti di Matteo Renzi, non dispone di alcuna maggioranza al Senato. Neppure il soccorso di due esponenti dell’opposizione e dei senatori a vita ha potuto celare la realtà. A Bruxelles si respira un’aria di sconcerto misto a rassegnazione. Dalla famosa crisi dello spread, che provocò la caduta dell’ultimo governo Berlusconi, si sono succeduti 5 premier e 6 governi.

Inutile prendere accordi con Roma, perché mediamente dopo un anno o poco più ci sarà a Palazzo Chigi qualcun altro a governare e magari con un indirizzo politico decisamente diverso da quello del predecessore. Questo per l’Unione Europea rischia di rivelarsi esiziale. Nel maggio dello scorso anno, Francia e Germania si accordavano dopo una non facile trattativa per varare il cosiddetto Recovery Fund, un fondo a sostegno della ripresa dell’economia europea dopo il Covid, subito ripreso e rafforzato dalla Commissione. A luglio, i capi di stato e di governo raggiungevano l’intesa sui 750 miliardi, di cui 390 in sussidi e 360 di prestiti.

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Recovery Fund, battaglia che rischia di andare sprecata

Le trattative sono state molto dure. I cosiddetti Paesi Frugali, guidati dall’Olanda, si sono opposti strenuamente sia all’ipotesi dei sussidi, sia all’assenza di forti condizionalità legate alle erogazioni. Pochi mesi prima, l’Eurozona aveva dato il via libera al MES sanitario senza condizioni, pari al 2% massimo del PIL di ciascuno stato.

Nessuno ha richiesto tali fondi, optando per finanziarsi sui mercati, beneficiando di tassi molto bassi e perlopiù negativi, pur di non sottoporsi alla gogna degli aiuti sovranazionali. La BCE ha reso possibile tale alternativa, varando stimoli monetari senza precedenti, i quali hanno fatto schiantare i rendimenti sovrani, riducendo il costo dell’indebitamento, pur a fronte di un record di emissioni.

L’Italia sarà la principale beneficiaria del Recovery Fund con una fetta di 210 miliardi di euro, di cui oltre un’ottantina di sussidi. Il piano varato dal Consiglio dei ministri la settimana scorsa sulle modalità di impiego di tali fondi avrebbe lasciato come minimo perplessi i tedeschi, secondo i quali si tratterebbe più di mance elettorali, che non di piani di investimenti a lungo termine. Già esistevano molte diffidenze verso Roma, a causa della sua conclamata incapacità di spendere bene e per intero i fondi europei. Adesso, la crisi sta rendendo i sospetti ancora più seri. Oltretutto, l’Olanda va ad elezioni a marzo e il premier Mark Rutte, da sempre molto duro con il nostro Paese, potrebbe prendere la palla al balzo lanciatagli dalla crisi per tornare a mettere nel mirino il Recovery Plan e rinviarne le prime erogazioni di mesi.

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Dallo spread alla pandemia, promesse mai mantenute

Del resto, non è certo la prima volta che l’Italia si mostra inaffidabile. Dopo Berlusconi, la BCE cambiò gradualmente indirizzo, recependo quella linea di accomodamento monetario non ortodosso inaugurata dalla Federal Reserve a fine 2008 e nota con il nome di “quantitative easing”. Gli acquisti dei bond furono accompagnati dall’introduzione dei tassi negativi e preceduti dall’approvazione del Fiscal Compact nel 2012, un apparato di regole teso a garantire alla Germania che i partner fiscalmente lassisti risanassero i conti pubblici, “scudati” sui mercati da Francoforte.

Da allora sono trascorsi 8 anni e di riforme economiche se ne sono viste poche, così come il risanamento fiscale è avvenuto quasi essenzialmente grazie alla minore spesa per interessi. L’avanzo primario rispetto all’ultimo anno di governo Berlusconi era, invece, salito di poco più di mezzo punto di PIL prima del Covid. Insomma, si sono concretizzate le paure nutrite dalla Bundesbank, ovvero che i governi del Sud Europa e, l’Italia in particolare, avrebbero approfittato degli stimoli monetari per adagiarsi e rinviare le riforme alle calende greche. Il famoso “azzardo morale” ha deresponsabilizzato la politica italiana più di prima.

La gestione della pandemia ha rappresentato un po’ il clou di queste sensazioni. Anziché usare con prudenza e lungimiranza gli ingenti capitali raccolti sui mercati a costi mai così bassi, il governo li ha sperperati con una pioggia di sussidi travestiti da bonus, che non hanno né irrobustito la sanità durante questa emergenza, né reso l’economia più resiliente allo shock.

Nel 2020, siamo stati tra i paesi al mondo con il più alto tasso di mortalità rapportato alla popolazione e il calo più marcato del PIL. La crisi aperta da Renzi sulle poltrone – di questo si tratta – ha acuito la stanchezza all’estero verso gli italiani. Ci siamo resi ancora più inaffidabili agli occhi di Emmanuel Macron e di Angela Merkel, oltre che del grigio establishment di Bruxelles. La credibilità di Giuseppe Conte, già appannatasi tra un bonus vacanze e quello per gli occhiali, praticamente si è azzerata presso le cancellerie estere. Tutti sanno che parla per sé stesso, che userà i fondi in chiave propagandistica e che nel migliore dei casi non supererà l’estate. I “soliti italiani” ne hanno fatta un’altra delle loro, mandando alle ortiche una fase mai così benevola e forse irripetibile per il combinato tra politica fiscale e monetaria entrambe ultra-espansive.

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