Dalla tragedia alla rinascita del Venezuela? Uscire dalla crisi umanitaria in fretta si può

La crisi umanitaria del Venezuela si può battere e anche in breve tempo, ma serve per prima cosa che il regime "chavista" cada. Ecco i passi necessari per tornare alla florida economia degli anni Settanta.

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La crisi umanitaria del Venezuela si può battere e anche in breve tempo, ma serve per prima cosa che il regime

Solo macerie avrà lasciato un giorno Nicolas Maduro, quando e se deciderà mai di mollare (pacificamente) il potere. Alla follia socialista del predecessore Hugo Chavez, il dittatore attuale ha aggiunto quella totale incompetenza mista a ottusità, che hanno reso il Venezuela, un tempo l’economia più ricca dell’America Latina, la più grande tragedia umanitaria in tempi moderni: iperinflazione, carenza diffusa di ogni tipo di bene e servizi, isolamento finanziario, diplomatico ed economico dal resto del mondo, servizi igienico-sanitari al collasso, impennata dei tassi di mortalità infantile e fuga di massa di milioni di cittadini verso l’estero, specie in Colombia.

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A marzo, i prezzi sarebbero cresciuti su base annua di 1,62 milioni percento, in calo da 2,3 milioni percento di febbraio, stando ai dati diramati dall’Assemblea Nazionale. Ma occhio a credere che l’iperinflazione stia scemando; semplicemente, a marzo è stato pressoché impossibile in molti casi ritirare denaro contante dagli ATM, a causa dei numerosi blackout. La produzione di petrolio, unica risorsa esportata e che consente al paese andino di accedere ai dollari, è precipitata sotto 1 milione di barili al giorno, ai minimi dagli anni Ottanta.

Le misure per tornare alla ricchezza di un tempo

Inutile commentare le convulsioni politiche quotidiane. L’ultimo tentativo di colpo di stato portato avanti dal presidente autoproclamato Juan Guaido, a capo dell’Assemblea Nazionale, è fallito. I militari non hanno risposto al suo appello per rovesciare il regime di Maduro, che resta in sella, nonostante tutto. Possibile uscire in tempi non biblici da questa tragedia? Possibile tornare ai tempi, in cui Venezuela era sinonimo di economia ricca in cui centinaia di migliaia di italiani stessi andarono a fare fortuna? La risposta è incredibilmente affermativa.

Il regime di Maduro affronta l’isolamento finanziario su oro e petrolio 

L’economia venezuelana è stata distrutta dal “chavismo”, che ha applicato a Caracas un modello sovietico già fallito in ogni paese in cui è stato applicato nei decenni passati. Controlli dei prezzi, scarsa tutela e rispetto dei diritti di proprietà, tasso di cambio fisso e a livelli irrealistici e insostenibili, alta spesa pubblica, alta tassazione ed entrate fiscali relativamente basse, nonché sotto-investimenti cronici da parte della compagnia petrolifera statale PDVSA, sfruttata dal regime come un bancomat.

Come uscirne? Chi arrivasse alla presidenza dopo Maduro dovrebbe eliminare tutte le misure di stampo socialista, che hanno alimentato il crollo della produzione interna, delle esportazioni e l’esplosione dei prezzi. In altre parole, bisognerebbe porre fine subito al controllo dei prezzi, così da stimolare la produzione di beni e servizi e ripristinare l’equilibrio del mercato domestico. Al contempo, PDVSA dovrebbe essere almeno parzialmente privatizzata; i proventi incassati le consentirebbero di reperire i capitali da investire per potenziare le estrazioni dai pozzi esistenti e di trivellare nuovi giacimenti. Prima di Chavez, la produzione giornaliera superava i 3 milioni di barili al giorno. Pian piano, i dollari in ingresso tornerebbero ad affluire e ciò contribuirebbe a dare sollievo alla popolazione, consentendo loro di importare più beni, accrescendo la già aumentata offerta domestica e colpendo i prezzi.

Fine del “chavismo” imprescindibile

Ciliegina sulla torta: una gestione monetaria e fiscale radicalmente diversa. Lo stato dovrebbe azzerare il deficit, smettere di finanziarlo stampando moneta e attenersi a rigidi criteri per il mantenimento della stabilità dei prezzi, passando, ad esempio, per l’introduzione di un sistema di “currency board”, che nei fatti eliminerebbe alla radice la possibilità che la banca centrale monetizzi la spesa pubblica. Ciò, in conseguenza del fatto che la moneta emessa sarebbe integralmente coperta dalle riserve valutarie, una volta fissato il tasso di cambio contro una valuta “pesante” come il dollaro USA. Funziona così a Hong Kong, dove il “peg” funziona benissimo e ha contribuito al benessere di uno stato, formalmente parte della Cina e i cui standard di vita sono in linea con i migliori vigenti in Occidente.

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L’iperinflazione la si batte solo ridando credibilità alla moneta, cosa impossibile sotto un regime di stampo socialista e in assenza di capacità di attrazione dei capitali dal resto del mondo.

Serve una politica economica “business friendly”, che mai e poi mai potrà aversi sotto il “chavismo”, il quale arriverebbe semmai a qualche concessione una tantum in favore del mercato, ma nulla che possa ripristinarne il corretto funzionamento. Una volta che il Venezuela tornasse a godere di stabilità monetaria, ordine fiscale e di un sistema di libero mercato, la crisi di questi anni diverrebbe solo un tragico ricordo.

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