Le banche italiane sui bond farebbero bene a guardare alla Svezia

La Svezia stringe sui bond governativi in mano alle banche e la decisione potrebbe essere un precedente allarmante per le banche italiane.

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La Svezia stringe sui bond governativi in mano alle banche e  la decisione potrebbe essere un precedente allarmante per le banche italiane.

La Financial Supervisory Authority (FSA), il regolatore finanziario in Svezia, ha imposto alle 4 grandi banche del paese di porre fine alla valutazione “risk free” dei titoli di stato in portafoglio. D’ora in avanti, spiega l’authority, anche i bond governativi dovranno essere trattati nei bilanci degli istituti, al pari degli altri assets e valutati in base al grado effettivo di rischio che comportano.

La decisione rappresenta il recepimento dell’esito di uno studio effettuato a marzo dal Board Europeo sui Rischi Sistemici, nonché della proposta del presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, che all’inizio di quest’anno si è espresso per una limitazione dell’ammontare di debito sovrano che le banche possono detenere.

Con misura europea, servono maggiori accantonamenti di capitale

Non è la prima volta che la Svezia anticipa provvedimenti che saranno successivamente adottati nel resto della UE. Oggi, le sue banche devono accantonare capitale fino al 25% degli assets ponderati per i rischi. Gli istituti svedesi possiedono oggi attivi per 4 volte il pil del paese. Tuttavia, risultano poco esposti verso il debito sovrano. Alla fine del 2013, questo rappresentava appena il 5% dei loro assets complessivi, contro il 17% delle banche belghe. Se Stoccolma avesse anticipato una decisione di carattere europeo, le banche italiane avrebbero più di una ragione per stare in allerta. Esse detengono 454 miliardi di euro in bond governativi, pari all’11,5% dei loro attivi patrimoniali, di cui la quasi totalità è rappresentata dai nostri titoli tricolori. Se dovessero accantonare capitale a copertura dei rischi, si tratterebbe per loro di trovare qualche altro miliardo ancora per adempiere alle previsioni, quando già oggi diversi nostri istituti necessitano un’iniezione di capitale per centrare i target patrimoniali fissati dall’Eba. Anche solo ipotizzando un accantonamento medio dell’1%, dovrebbero essere reperiti altri 4-5 miliardi di euro, una cifra non insostenibile per il nostro sistema bancario, ma che andrebbe a discapito del sostegno al credito verso l’economia reale, ossia alle imprese e alle famiglie.  

Banche italiane in allerta

Al contempo, la misura disincentiverebbe le nostre banche dall’acquistare titoli di stato italiani, che sono considerati dal mercato più a rischio di quelli tedeschi, danesi, svizzeri, finlandesi, olandesi, solo per citarne alcuni.

I nostri istituti dovrebbero pensarci 2 volte, prima di acquistarli, perché a fronte di un rendimento più elevato offerto dai bond italiani, dovrebbero accantonare maggiori risorse. Una simile misura porterebbe automaticamente a una sorta di accentuazione delle differenze tra i vari mercati del debito sovrano, perché quelli più a rischio dovrebbero scontare una possibile domanda più bassa, a causa dei requisiti patrimoniali più stringenti loro imposti.

Inaccettabili le distorsioni della valutazione “risk free”

Detto questo, che i titoli di stato siano considerati a rischio zero è inaccettabile da un punto di vista contabile. Se il mercato sconta un differente grado di rischio tra i vari bond, perché ciò non si riflette sui bilanci bancari? E ancora: titoli acquistabili senza accantonamenti di capitale, a differenza di tutti gli altri assets, creano una distorsione, che spinge le banche a preferirli al posto degli altri e a discapito del credito. Dunque, le conseguenze di una decisione alla svedese sarebbero positive nel medio-lungo termine, ma all’impatto potrebbero generare vendite massicce dei nostri BTp, costringere le banche a trovare nuovi capitali per gli accantonamenti  e aumentare la pressione sul Tesoro, costretto a rifinanziarsi a costi presumibilmente maggiori.    

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