Dal petrolio a 75 dollari al taglio dei tassi USA, il piano di Trump per evitare la recessione

Quotazioni del petrolio ferme da giorni a poco sotto i 75 dollari al barile. Eppure, il piano del presidente Donald Trump va nella direzione opposta, vale a dire il crollo dei prezzi per arrivare al taglio dei tassi Fed. Ecco come.

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Quotazioni del petrolio ferme da giorni a poco sotto i 75 dollari al barile. Eppure, il piano del presidente Donald Trump va nella direzione opposta, vale a dire il crollo dei prezzi per arrivare al taglio dei tassi Fed. Ecco come.

S’impenna il prezzo di benzina e diesel sul boom delle quotazioni del petrolio, accompagnato da un cambio euro-dollaro ai minimi da due anni. La decisione della presidenza Trump di potenziare le sanzioni contro l’Iran, revocando la possibilità per otto grandi economie importatrici, tra cui l’Italia, di continuare ad acquistare greggio da Teheran, ha riportato il Brent ai massimi da fine ottobre scorso.

Il mercato sta scontando un probabile ulteriore tracollo delle esportazioni iraniane, a marzo pari a 1,4 milioni di barili al giorno, poco più della metà della produzione nazionale. E l’obiettivo dichiarato dell’America è proprio di azzerarle, come ha espressamente affermato il segretario di Stato, Mike Pompeo.

Come il caro petrolio impatterebbe sull’economia italiana e innalzerebbe lo spread

Ma Donald Trump non voleva quotazioni più basse? Sì e questo resta il suo piano. Il fatto che abbia aggravato l’embargo anti-Iran si spiega con le ragioni dell’alleanza storica tra USA e Arabia Saudita. Quest’ultima è un nemico della Repubblica Islamica, da mesi irritata con Washington per quelle che ritiene essere state sanzioni blande, comminate a partire dal novembre scorso, ma consentendo a Teheran di continuare a vendere greggio ai suoi principali clienti. Per questo, Riad ha tagliato la produzione giornaliera di ben 1,3 milioni di barili al giorno, quando aveva concordato a dicembre con i partner dell’OPEC+, ossia il cartello con sede a Vienna e altri produttori esterni tra cui la Russia, un taglio di 330.000 barili per sé su uno di 1,2 milioni per tutti.

Al momento, l’organizzazione starebbe estraendo complessivamente poco più di 30 milioni di barili al giorno. Questa bassa offerta è alla base del boom delle quotazioni. Trump, che da mesi twitta contro il taglio dell’OPEC ed è arrivato a minacciare conseguenze legali e geopolitiche contro il cartello, ha dovuto pagare pegno ai sauditi, concedendo loro un potenziamento delle sanzioni anti-iraniane. Il non detto, se non parzialmente, di questo piano sta nel fatto che Aramco si sostituirà gradualmente e totalmente all’Iran, tenendo inalterata l’offerta mondiale.

La compagnia petrolifera statale saudita verosimilmente inizierà da maggio ad aumentare le estrazioni, tendendo a quegli 11,1 milioni di barili giornalieri a cui era arrivata a novembre, quando Riad era stata convinta dalla Casa Bianca a rimpiazzare le minori esportazioni iraniane, salvo scoprire che queste sarebbero diminuite molto meno del previsto.

Lo scenario dei prossimi mesi

Che cosa accadrà nei prossimi mesi? Aramco estrarrà più greggio da maggio e probabilmente entro 3-4 mesi, man mano che verificherà il contestuale crollo della produzione in Iran, si sarà portata nei pressi degli 11 milioni di barili al giorno. Resta il dubbio se l’aumento della produzione saudita non si spingerà fino ad azzerare nei fatti il taglio pro-quota deciso dall’OPEC+, cosa che farebbe saltare l’accordo di dicembre, potenzialmente schiantando nuovamente le quotazioni ai minimi toccati quel mese. Dal canto suo, Trump non forzerà granché la mano sulle sanzioni contro il Venezuela, a meno che Riad non vorrà fare la sua parte anche su questo versante, avallando la morsa anti-Maduro del presidente americano. Il mercato ne prenderà atto nel corso delle settimane e, se tutto andrà bene, entro l’estate le quotazioni verranno fatte scendere nuovamente sui 60 dollari per un barile di Brent. A quel punto, dopo una probabile reflazione negli USA conseguente al +50% messo a segno dal Wti dai minimi di maggio, la crescita tendenziale dei prezzi americani tornerà a rallentare decisamente sotto il target del 2% e alla fine dell’anno sarà evidente che la Federal Reserve non potrà alzare i tassi nemmeno nel 2020, cioè che la sua stretta monetaria sarà finita.

Il boom delle quotazioni del petrolio preannuncia un tonfo delle quotazioni in estate?

A quotazioni costanti e inflazione calante negli USA, Trump avrà modo di reclamare e ottenere entro la prima metà del prossimo anno il primo taglio dei tassi da parte del governatore Jerome Powell. E’ la mossa su cui punta, in vista delle elezioni presidenziali. L’allentamento monetario, infatti, sosterrebbe Wall Street, ridurrebbe i rendimenti dei Treasuries e offrirebbe sollievo a imprese e consumatori, al contempo indebolendo il dollaro contro le altre valute e facendo rifiatare le società esportatrici.

Il puzzle perfetto da completare per allontanare il rischio di recessione, a distanza (per allora) di 11 anni abbondanti dall’uscita dell’ultima crisi e prima di tornare a chiedere la fiducia degli americani, ai quali si ripresenterà con il risultato storico di un’industria petrolifera a stelle e strisce dai record produttivi e prima nel mondo sotto la sua presidenza, superando Russia e Arabia Saudita; nonché con quotazioni compatibili con un quadro macroeconomico in crescita.

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