Dal petrolio a 100 dollari ci può salvare solo l’America

Il petrolio rischia di tornare a 100 dollari con questa carenza di offerta in fase di ritorno alla normalità. L'America può evitarcelo.

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Petrolio a 100 dollari?

Le quotazioni del petrolio si sono portate ai massimi da 7 anni. Ieri, il Brent raggiungeva 84 dollari al barile, segnando un rialzo da inizio anno di oltre il 60%. Secondo Goldman Sachs, entro la fine del 2021 i prezzi potrebbero schizzare a 90 dollari. Qualche altro analista si spinge fino ad ipotizzare un prezzo del petrolio a 100 dollari.

La verità è che già oggi le quotazioni sono diventate molto care e poco sostenibili per un’economia mondiale certamente in ripresa, ma ancora sotto i livelli di produzione pre-Covid. Il graduale ritorno alla normalità dopo la pandemia sta sostenendo i consumi e la produzione, ma le estrazioni non stanno reagendo alla stessa velocità. Essenzialmente colpa dell’OPEC Plus, che sta tenendole compresse e sta accrescendo l’output giornaliero di soli 400 mila barili per ogni mese tra settembre e dicembre di quest’anno.

Nel frattempo, l’America sta riprendendo ad estrarre, pur a ritmi lenti. Le estrazioni sono salite a 11,3 milioni di barili al giorno nella prima settimana di ottobre, in crescita di 1,3 milioni rispetto a un mese prima. Tuttavia, resta lontano il record dei 13,1 milioni delle settimane immediatamente precedenti al Covid. Mancano all’appello, dunque, tra 1,5 e 2 milioni di barili al giorno.

Petrolio a 100 dollari un rischio per la ripresa dell’economia

Man mano che le quotazioni del petrolio aumentano, sale anche la spinta delle compagnie americane a produrre di più. A differenza dell’OPEC, esse rispondono solamente al mercato e non a stimoli geopolitici. Il problema è che le scorte di greggio accumulate dall’America sono tornate a crescere nelle due settimane a inizio ottobre. E questo non è un buon segnale per l’economia americana e, in particolare, per il mercato petrolifero.

Significa che l’offerta resta abbondante e le compagnie tornano ad accumulare barili, evidentemente non riuscendo a venderle.

Ad ogni modo, sauditi e russi cercheranno di impedire che la concorrenza americana torni a minacciare le loro quote di mercato in Asia. Sono consapevoli che proprio il forte balzo delle quotazioni del petrolio sta incentivando le maggiori estrazioni negli States. Se non sono già intervenuti ad alzare la produzione e comprimere i prezzi, è essenzialmente per due ragioni: hanno bisogno di far respirare le rispettive casse statali dopo un biennio molto complicato e devono concedere agli alleati del cartello un periodo di abbondanza prima di riportare i prezzi su livelli più ragionevoli.

Il petrolio a 100 dollari resta uno spettro temuto dall’Occidente, le cui economie rischiano una fase di stagflazione. Tuttavia, non sarebbe un mercato in equilibrio, bensì solamente un punto di arrivo momentaneo determinato dalla bassa offerta. Né converrebbe agli stessi paesi arabi mettere in ginocchio i loro principali clienti. Detto ciò, il boom delle quotazioni ormai in corso da mesi ha tutto il potenziale di spegnere la ripresa economica, anche perché accompagnato dall’esplosione dei prezzi di altrettante materie prime.

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