Dal Jobs Act italiano a quello francese: le proteste inascoltate

Manuel Valls ha deciso di far passare comunque il Jobs Act in Francia: il caso italiano, tuttavia, non ha insegnato nulla ai cugini transalpini.

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Manuel Valls ha deciso di far passare comunque il Jobs Act in Francia: il caso italiano, tuttavia, non ha insegnato nulla ai cugini transalpini.

In Francia corre una protesta, che forse nel nostro Paese non sta avendo l’eco mediatica che meriterebbe: è la protesta di sindacati, lavoratori e giovani generazioni contro il Jobs Act francese, quello sul quale il primo ministro Manuel Valls ha deciso di forzare la mano. Per il governo transalpino le ragioni di questa immane protesta sono motivate? Dopotutto, perché schierarsi contro una riforma del lavoro che rafforza i sindacati, aiuta le imprese e agevoli i lavoratori? Le stesse domande che si pose l’esecutivo italiano quando promulgò il Jobs Act, che con i dati sull’occupazione alterna la sua esistenza. Ma le analisi sul Jobs Act italiano sono viziate da approfondimenti superficiali: ci si sofferma solo su quella patina con scadenza a 3 anni, senza analizzare un contesto. In occasione di un recente workshop organizzato dall’Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa relativo al progetto europeo Innovation-fuelled, Sustainable, Inclusive Growth e focalizzato su Un anno dopo il Jobs Act: gli effetti della flessibilizzazione del mercato del lavoro, alcuni nodi sono venuti al pettine.   [tweet_box design=”box_09″ float=”none”]Gli effetti del #JobsAct francese saranno gli stessi di quello italiano[/tweet_box]   Tanto per fare un esempio, i sociologi Devi Sacchetto ed Enrico Pugliese hanno rimarcato l’effetto quasi nullo del provvedimento legislativo, denunciando la crescita di una forte disuguaglianza sociale, una dequalificazione delle mansioni e della struttura produttiva. C’è chi invece ha sottolineato la mancanza di politiche attive per il lavoro, come ha affermato Stefano Franchi, senza le quali l’efficacia del Jobs Act sarà a breve termine. Di parere totalmente contrario alla riforma è Maurizio Landini, che definisce il Jobs Act inutile sia per quanto riguarda la tutela dei lavoratori sia per quel che concerne l’economia del Paese.   Andando ad analizzare alcuni dati rimarcati anche da un articolo su Left a opera di Tiziana Barillà, il Jobs Act, alla quasi scadenza del suo mandato, comincia a gettare la maschera e a mostrarsi per quel che realmente è. A quanto riporta infatti la direttrice dell’entrate Inps Gabriella Di Michele, sarebbero ben 60 mila le aziende che hanno usufruito indebitamente di 600 milioni di euro in totale di sgravi contributivi e saranno perciò chiamate a restituire le cifre assegnate loro.

Questo è quanto si legge nell’articolo:  

Le 60 mila aziende in questione hanno fatto carte false per accaparrarsi i bonus stanziati da Renzi per il 2015 (nella Legge di Stabilità del 2015 il governo ha stanziato 11,8 miliardi per il triennio 2015-2017 in sgravi contributivi alle imprese). Come? Lo aveva denunciato da subito la Cgil Emilia Romagna, che qualche azienda avrebbe licenziato alcuni lavoratori per riassumerli con il contratto a tutele crescenti e incassare lo sgravio previsto dal governo: 8.060 euro annui a testa, per tre anni. […] E sono 100 mila i lavoratori , su un milione e mezzo di assunti nel 2015, che non hanno diritto all’esonero dei contributi previdenziali previsto dal governo.  

Considerando che molte aziende hanno approfittato degli sgravi contributivi per usufruire di 3 anni di agevolazioni, e che alcune delle stesse cercano di ottenere il più possibile da questi incentivi a svantaggio dei dipendenti, vien da sé che il Jobs Act italiano risulta una vera e propria parentesi, specialmente ai danni dei lavoratori. E che la variazione del tasso di occupazione in 1 anno sia pressoché nulla, visto che si registra su un +0,1%, grazie a un’alternanza tra variazioni positive e negative è un dato di fatto. Inoltre, finiti i 3 anni, le aziende avranno la più totale libertà di licenziare i propri dipendenti, andando perciò a incrementare il tasso di disoccupazione. Se poi si dà un’occhiata agli annunci di lavoro, si nota come molti richiedano forza lavoro di massimo 29 anni – con il progetto Garanzia Giovani – spesso in full time a 500 euro al mese, per un lasso di tempo che sfiora il mezzo anno. Insomma, quando il Jobs Act cadrà, la situazione rischia di precipitare notevolmente, con un incremento del tasso di disoccupazione che potrebbe generare problemi sociali non indifferenti e aumentare il tasso di disuguaglianza sociale.   La lezione la conoscono ben i cittadini francesi, che per questi hanno protestato contro un Jobs Act su cui Manuel Valls ha voluto scavalcare il Parlamento con un decreto per via della legge 49/3 che glielo permette. Una legge che il portavoce socialista Christian Paul ha definito “l’arma dei deboli”. L’obiettivo è chiaro: abbassare il tasso di disoccupazione al 10%. Da questo dipende sostanzialmente il futuro di François Hollande al governo. E con una riforma del lavoro che sostanzialmente permette ai datori di lavoro francesi di aumentare le ore di lavoro dei propri dipendenti – tramite straordinari – senza pagare loro il necessario, e che consente alle imprese di licenziare più facilmente i propri dipendenti per ragioni economiche senza possibilità di reintegro, come sarà possibile raggiungere come risultato quello di ridurre il tasso di disoccupazione? Semplice: l’agevolazione della flessibilità del lavoro, a cui peraltro si aggiunge il progetto Garanzia Giovani, che però in Francia arriverà fino a 25 anni.

Ma che comunque in Italia non ha frutti molto evidenti.   Insomma, il copione è lo stesso, ma le proteste sociali in Francia sono molto più infuocate e agguerrite delle nostre e adesso il governo teme proprio le ripercussioni sociali, con scontri e proteste e manifestazioni che si susseguiranno nei prossimi giorni e di cui probabilmente non sentirete molto parlare. Cosa molto strana, visto che ci riguarda da vicino, ma davvero da molto vicino.

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