Curva dei contagi in Italia, dobbiamo ancora preoccuparci con le frontiere aperte?

La fase più acuta dell'emergenza Coronavirus sembra alle spalle, ma con la riapertura delle frontiere cerchiamo di capire se abbiamo ragione di essere preoccupati.

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La fase più acuta dell'emergenza Coronavirus sembra alle spalle, ma con la riapertura delle frontiere cerchiamo di capire se abbiamo ragione di essere preoccupati.

L’Italia va al mare e un fenomeno che sembrerebbe scontato per qualsiasi estate dell’anno, stavolta ci sembra quasi un mezzo miracolo pensando alle restrizioni a cui siamo stati sottoposti per quasi tre mesi con il “lockdown”. Le spiagge da qualche settimana si affollano, ma nella testa di milioni di italiani c’è la paura che questa parvenza di ritrovata normalità possa andare perduta con l’arrivo dell’autunno o persino a stagione estiva in corso, magari a causa dell’imprudenza di una minoranza.

I dati ci dicono che nell’ultimo mese, il numero dei contagi in Italia risulta di poco superiore alle 7.000 unità, la media di nemmeno 230 al giorno. Pochi? Tanti? Ebbene, il numero in sé poco ci dice delle condizioni in cui versano i nuovi malati, perché bisogna capire quanti di questi segnalino sintomi più o meno gravi. Oggi, sappiamo che negli ospedali italiani si trovano ricoverati 946 positivi con sintomi e 72 in terapia intensiva, in calo rispettivamente dai 5.002 e 287 di appena un mese fa.

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La gravità del quadro

L’incidenza dei malati più o meno gravi sui nuovi positivi dell’ultimo mese scende così sotto il 7% dal 15%, più che dimezzandosi. Ricordiamo che agli inizi di aprile, all’apice dell’emergenza, in terapia intensiva erano ricoverati oltre 4.000 pazienti. E quanti ne sono morti nell’ultimo mese? 1.023, il 14,6% dei nuovi contagiati. Vero è che i decessi arrivano generalmente dopo settimane dalla contrazione del Coronavirus, per cui non dovremmo farli gravare sui contagi più recenti, ma bisogna ammettere che il dato della mortalità di giugno/inizio luglio continua a rimanere elevato, se non persino più alto di quello generale dall’inizio della pandemia.

Volendo vedere le cose in un’ottica differente, però, negli ultimi 30 giorni l’Italia ha registrato meno del 3% dei morti dall’inizio della crisi sanitaria, a fronte di un’incidenza temporale per di quasi il 23%. E l’indice R0, che segnala il tasso di propagazione del virus, se misurato a distanza di 10 giorni, esita un mediamente rassicurante 0,69. Sotto 1, il virus non sarebbe in grado di diffondersi, arrestandosi il contagio da sé.

Il problema che ci si pone riguarda la sicurezza sanitaria dello Stivale, ora che le frontiere con il resto del mondo, fatte alcune eccezioni, sono state riaperte. Il caso che allarma di più i media è quello degli USA, con cui le frontiere italiane al momento restano chiuse. Nell’ultimo mese, gli States hanno registrato 962 mila contagi, un terzo del totale. La curva si mostra più ripida dalla metà di giugno, quando un po’ ovunque altrove figura calante. Tuttavia, i decessi stanno diminuendo rapidamente, scendendo a meno del 2%, un fatto che segnala quanto il virus sarebbe diventato meno virulento o almeno che colpirebbe quelle fasce della popolazione (giovani) capaci di affrontarlo senza particolari problemi. In effetti, l’età media dei nuovi contagiati risulta molto più bassa che agli inizi della pandemia, non solo negli USA.

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Siamo al sicuro?

Possiamo dormire sonni tranquilli? A parte che qualche grosso focolaio scoppiato in Germania ci costringe a restare in allerta, il dato che dovrebbe maggiormente tenerci con gli occhi aperti è il Regno Unito. Anche qui i contagi stanno rallentando decisamente nelle ultime settimane, ma restano oltre il triplo che in Italia. E il numero dei morti ogni giorno supera mediamente le 100 unità, pari a un tasso del 16,5%, in aumento dal 15,5% medio da inizio pandemia. Dunque, i britannici non sono riusciti ancora a rendere il Covid-19 meno allarmante, mentre negli USA i grandi numeri mascherano una realtà molto più rassicurante.

In definitiva, i numeri ci raccontano un’emergenza sanitaria alle spalle, ma anche che l’Italia non starebbe riuscendo a ridurre il tasso di mortalità, per quanto i decessi in valore assoluto stiano fortunatamente diminuendo. Questo non significa che sotto l’ombrellone possiamo permetterci di dimenticare le regole minime per minimizzare il rischio di contagio (uso di mascherina, guanti, distanziamento sociale e nessun assembramento), ma abbiamo ragione per mostrarci un minimo ottimisti. Dopo l’estate, nessuno è in grado di capire cosa accadrà. Il virus potrebbe riprendere vigore, ma ci troverebbe molto più preparati con cure più adeguate e immediate, mentre se non tornasse proprio ci farebbe un favore e questo maledetto primo semestre del 2020 rimarrebbe solo un triste ricordo.

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