Tasse sul lavoro troppo alte pesano per oltre 90 miliardi all’anno

Tagliare il cuneo fiscale ai livelli delle altre economie avanzate? Ci costerebbe oltre 90 miliardi, richiedendo anni di duro lavoro e governi stabili. E con la politica che abbiamo, scordiamoci che accada.

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Tagliare il cuneo fiscale ai livelli delle altre economie avanzate? Ci costerebbe oltre 90 miliardi, richiedendo anni di duro lavoro e governi stabili. E con la politica che abbiamo, scordiamoci che accada.

La Corte dei Conti ha puntato il dito contro l’eccesso di tassazione gravante sui redditi da lavoro e ha individuato nel cuneo fiscale di 10 punti superiore alla media UE uno dei grossi limiti alla ripresa dell’economia italiana. Il mondo politico sembra essere caduto dalle nuvole e dal governo arrivano segnali di volontà nell’affrontare il tema, come se l’incidenza eccessiva di imposte e contributi sulle buste paga fosse una scoperta da “breaking news”. I magistrati contabili stimano al 49% dello stipendio il peso della tassazione contro il 39% della media europea, anche se leggendo i dati OCSE relativi al 2015, il cuneo fiscale risulterebbe stimato al 47,9%, che sono, comunque, 12 punti percentuali in più rispetto alla media dell’area.

Peggio di noi fanno solo Belgio, Austria, Germania e Ungheria. Non consola l’essere quarti in classifica, perché alla nostra economia serve con tutta evidenza sgravare le assunzioni per incentivare l’occupazione. Tentativi come quelli del Jobs Act di avallare una temporanea decontribuzione per i neo-assunti con contratti di lavoro stabili si sono rivelati efficaci solo nel breve periodo, in quanto le misure non sono state strutturali. Per renderle tali e generalizzate, però, il conto a carico dello stato sarebbe salatissimo e stimabile in qualcosa come più di 90 miliardi di euro, quasi il 6% del pil. (Leggi anche: OCSE smentisce Renzi: tasse sul lavoro salite)

Contributi Inps e Irpef, mazzata sugli italiani

Quando parliamo di cuneo fiscale, ci riferiamo, infatti, a due componenti impositive sul lavoro: contributi previdenziali e Irpef. I primi sono versati complessivamente dagli italiani per un totale di oltre il 13% del pil, compresi quelli del lavoro autonomo. La media OCSE è del 9%, 4 punti di pil in meno.

Al netto dei contributi versati dai lavoratori autonomi, le percentuali scendono rispettivamente a circa l’11% e l’8% del pil. L’altra voce, rappresentata dal gettito IRPEF, vale l’11,3% del pil, di cui il 60% a carico del lavoro dipendente (100 miliardi), pari a un’aliquota media del 21,65% contro il 15,71% della media OCSE.

Complessivamente, un lavoratore OCSE viene tassato al 36% del suo stipendio, un italiano al 48%. Dovessimo abbattere il cuneo fiscale ai livelli medi dell’area, dovremmo tagliare i contributi previdenziali versati dai lavoratori per complessivi 65 miliardi, mentre altri 27,5 miliardi dovrebbero essere risparmiati con l’Irpef. In totale, l’operazione ci costerebbe tra i 90 e i 95 miliardi di euro, pari a quasi il 6% del pil. (Leggi anche: Pressione fiscale in Italia cresciuta il triplo dal 2005)

Servono governi con prospettive

Impossibile? In un arco temporale medio-lungo, non di certo. Tagliare 90 miliardi tra tasse e contributi sarebbe più che sostenibile in 5-10 anni, ma richiederebbe un lavoro certosino di copertura delle minori entrate, attraverso una politica di lungo respiro, che vada oltre la logica dei bonus, dei proclami fini a sé stessi e delle visioni cortissime, tipiche dei governi italiani degli ultimi decenni. Affinché ciò sia possibile, però, sarebbe necessario avere governi forti, duraturi, in grado di resistere anche all’impopolarità del momento, in quanto dotati di prospettiva. Per questo, sembriamo destinati a parlare per anni o decenni di cuneo fiscale.

 

 

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