Cuba apre al 3G, ma internet è un salasso e il governo rivede le riforme economiche di luglio

Cuba apre a internet, ma in pochi potranno connettersi. E l'economia va a passo di gambero, con riforme riviste dopo pochi mesi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Cuba apre a internet, ma in pochi potranno connettersi. E l'economia va a passo di gambero, con riforme riviste dopo pochi mesi.

Da oggi, i cubani potranno connettersi a internet dai loro cellulari e tablet. Il presidente Miguel Diaz-Canel annuncia che l’isola continuerà a progredire sul piano tecnologico. In effetti, si tratta di un bel passo in avanti per una delle ultime realtà comuniste rimaste al mondo, dove ad oggi la connessione a internet è consentita solo per inviare e ricevere le email, registrandosi agli account del governo. D’ora in poi, i cubani potranno finalmente chattare, iscriversi ai social e darsi al commercio elettronico. Fino a questa mattina, solamente 60.000 utenti hanno goduto di servizi di accesso a internet, mentre una platea più vasta ha potuto beneficiare dei circa 1.200 punti con wi-fi libero, come ai parchi e nelle piazze, pur lamentando connessione lenta e scarsa privacy. A possedere un dispositivo mobile risultano 5,3 milioni di persone, praticamente un cubano su due residenti, ma non crediate che d’oggi in poi vi sarà una corsa al 3G. Il problema sono i costi: il governo, che detiene il monopolio delle telecomunicazioni tramite la compagnia Etecsa, prevede di far pagare 10 centesimi per ogni 10 megabyte di traffico utilizzato, per qualcosa come 7 dollari ogni 600 megabyte.

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Queste tariffe altrove sembrerebbero ordinarie, ma si consideri che a Cuba il salario medio è di 30 dollari al mese e che un medico stesso guadagna sui 70 dollari. Dunque, sarebbe come chiedere un decimo dello stipendio alla parte più benestante dell’isola per connettersi a internet in misura molto inferiore a quanto fa mediamente un consumatore occidentale. E non è nemmeno detto che la qualità del servizio offerto si riveli all’altezza, per cui molti cubani starebbero optando per verificare prima se e in quali termini l’apertura al 3G funzionerà. Di certo, tranne che non si posseggano entrate extra, come le rimesse dei familiari emigrati all’estero, o si abbia la necessità di collegarsi a internet per lavoro o per comunicare con parenti e amici all’estero, in pochi vorranno pagare un simile salasso.

Riforme economiche timide e impopolari

Nel frattempo, le riforme economiche procedono a rilento e alcune di esse si mostrano così timide da fare infuriare i cubani. Tanto che il ministro del Lavoro e della Sicurezza Sociale, Margarita Gonzales, ha dovuto rivedere alcune norme varate a luglio e che hanno indispettito non poco gli isolani, apportandovi modifiche a decorrere da domani. In estate, era stato consentito il possesso di una sola licenza a persona per l’esercizio di un’attività e per i ristoranti era stato posto il tetto di 50 posti a sedere. Senonché, molti lavoratori non potrebbero contemporaneamente aprire una sala per parrucchiere e affittare una camera a terzi, tanto per fare un esempio. Insomma, le norme puntavano a rendere più libero il settore privato, ma le restrizioni sono apparese tali da disincentivare il lavoro autonomo in un’economia, che al contrario avrebbe estremo bisogno di lasciarsi alle spalle l’era dello stato come datore di lavoro quasi unico. Da qui, l’allentamento delle regole, anche perché uno dei settori trainanti dell’economia dell’isola sta provocando più di un mal di testa al regime.

Se già il collasso del Venezuela ha colpito Cuba per quello scambio favorevole di cui ha potuto godere negli anni passati tra petrolio a bassissimo costo e invio di personale medico e militare nel paese andino, adesso i guai si moltiplicano con la presidenza di Jair Bolsonaro in Brasile. Il prossimo capo dello stato, che formalmente s’insedierà a gennaio, ha già annunciato che gli 8.000 medici cubani presenti nel paese dovranno andarsene, in quanto saranno rimpiazzati da personale locale. Contrariamente ai timori, in pochi giorni dall’annuncio risulta essere stato coperto il 97% dei posti resi vacanti, a conferma di come la dipendenza da Cuba nel settore sanitario si sia di molto allentata nel resto dell’America Latina. Bolsonaro, leader della destra brasiliana, ha accusato L’Avana di sfruttare i suoi stessi medici come schiavi, trattenendo il 70% dello stipendio erogato loro dal Brasile.

L’isola ha 37.000 medici impiegati in 77 stati esteri, corrispondenti al 55% delle esportazioni nazionali e grazie ai quali ha potuto incassare la media annua di quasi 10 miliardi di dollari. La fine dell’accordo con il Brasile la priverebbe di 400-500 milioni annui, aggravando il calo di 2,5 miliardi delle esportazioni di servizi professionali verificatosi nell’ultimo quadriennio. Oltre tutto, l’invio all’estero di dottori è stato un punto di orgoglio del regime castrista, che poteva sbandierare al mondo la sua eccellenza sanitaria, pur a fronte delle privazioni a cui la popolazione è stata sottoposta in quasi 60 anni di comunismo. Serve smuoversi dalla crescita media annua del 2% sin dalla cauta del Muro di Berlino, un ritmo troppo basso per un’economia emergente, dove nemmeno l’elettricità viene garantita tutto il giorno, a causa dell’insufficienza delle riserve valutarie per importare energia. Le riforme economiche post-castriste mirano a sviluppare il settore privato senza mettere in discussione i cardini del marxismo. Una svolta cinese, tuttavia, non sembra nei radar, né siamo a una perestroika di gorbaceviana memoria. E il successore stesso di Raul Castro risulta, peraltro, un leader ideologicamente granitico nella difesa del modello cubano.

A Cuba finisce l’era Castro, non il comunismo

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Argomenti: Altre economie, economie emergenti